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Cina: sangue e diritti umani, tibetani e uiguri. Se ne parla a Trento con dibattiti, libri e una mostra fotografica.

5 luglio 2009 di 4

Ancora sangue in Cina. La regione cinese del Xinjiang (nota anche come Turkestan _Rebiya_Kadeer.jpg_largeorientale) è abitata dalla minoranza etnica uigura di religione islamica, che da molti anni costituisce quasi un “secondo Tibet” agli occhi di Pechino. Dal Xinjiang oggi giungono notizie di manifestazioni di piazza represse con violenza: il primo bilancio provvisorio è di 3 morti, 20 feriti e centinaia di arresti. La leader del popolo uiguro, Rebiya Kadeer (a destra), oggi costretta all’esilio negli Usa, si batte da sempre con gli strumenti della nonviolenza per ottenere da Pechino autonomia e rispetto per la cultura uigura. Un’intervista a questa grande donna, realizzata il 5 maggio di quest’anno dall’Unità, si può leggere sul sito di Emma Bonino, che da anni appoggia le rivendicazioni del popolo uiguro.

una foto in mostra a trentoI  fatti di sangue del Xinjiang riportano per l’ennesima volta alla luce la tragica situazione dei diritti umani in Cina. A questo proposito vogliamo segnalare un’interessante serie di eventi che si svolgerà a Trento dal 16 al 23 luglio. In via Calepina 1, presso la Sala della Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto,  si terrà la mostra fotografica itinerante: «Diritti umani: quali? Realtà dei diritti umani e spunti per la loro applicazione» (a sinistra, una foto esposta) cui seguiranno alcuni filmati sulla situazione dei diritti umani. Verrà analizzata anche la situazione dei laogai, i campi di concentramento (a  destra) tuttora molto diffusi in Cina.un laogai cinese

Il 16 luglio alle ore 18 si svolgerà a Trento la prima di una serie di tavole rotonde cui parteciperanno: Toni Brandi, presidente della Laogai Research Foundation Italia, Gunther Cologna e Luciano Michelozzi, consiglieri dell’Associazione Italia-Tibet, Michele Nardelli, presidente del Forum per la Pace e i Diritti Umani, Ghesce Lodoe Ghyatso, Lama tibetano in esilio, e Gianni Festini Brosa, Presidente dell’Associazione Samten Choling Onlus. Durante la settimana della mostra 6 monaci tibetani eseguiranno un mandala di sabbia (che alla fine verrà distrutto, a significare l’impermanenza e il non-attaccamento alle cose). Il 17 luglio si terrà un dibattito dal titolo «Tibet: passato, presente e futuro», e  il 23 luglio verrà presentato il libro della Laogai Research Foundation: «La strage degli innocenti. La politica del figlio unico in Cina».

Infine, agli amanti della cultura tibetana vale la pena di ricordare un’altra mostra fotografica, questa volta a Roma. Di tema non politico in sè, è però culturalmente importante perché dedicata alla sopravvivenza di un’importante tradizione spirituale tibetana: il bön. Dall’8 al 31 luglio 2009 si terrà alla sala Santa Rita di Roma «CHÖD. Il sacrificio di sè. Il pellegrinaggio sacro nella tradizione spirituale prebuddhista tibetana», un evento espositivo multimediale curato dall’etnologo Martino Nicoletti, che vuole illustrare le  forme contemporanee di una spiritualità precedente l’introduzione del buddhismo in Tibet.

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4 Risposte »

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    […] per l’indipendenza è una lotta che va avanti da decenni: se ne legge qualcosa a riguardo su milleorienti. Se ricordate, durante le scorse Olimpiadi, era già successo qualcosa di simile, e di quella […]

  • Francesco Pullia :

    Tanti auguri, Dalai Lama

    di Francesco Pullia

    Oggi Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama, compie settantaquattro, cinquanta dei quali trascorsi nell’esilio indiano di Dharamsala dove, insieme ad altri profughi fuggiti al genocidio perpetrato in Tibet dagli invasori cinesi, ha cercato di preservare dall’estinzione un mondo millenario.
    Con il trascorrere del tempo, e alla luce delle legittime rivendicazioni autonomistiche dei tibetani costantemente represse nel sangue dagli occupanti cinesi, la sua figura è cresciuta sempre di più di prestigio per via della sua ostinata scelta nonviolenta.
    Da lungo tempo va sostenendo che l’altopiano tibetano debba diventare una terra di nonviolenza, autonoma rispetto alle ingerenze cinesi, con un ruolo, quindi, importante anche a livello internazionale, con la riacquisizione di quella condizione precedente all’aggressione, alla fine del 1949, da parte della Cina comunista.
    Eppure quest’uomo di grande saggezza e moderazione, che, a differenza di altre guide religiose, rifiuta recisamente qualsiasi potere assoluto e soprattutto non confonde l’ambito politico con quello spirituale (“i Dalai Lama – ha recentemente affermato con estrema chiarezza- hanno svolto la funzione di capo religioso e capo politico negli ultimi quattrocento o cinquecento anni, ma quel periodo è terminato. Oggi è chiaro a tutto il mondo che, nonostante qualche aspetto negativo, il sistema democratico è il migliore ed è importante che anche i tibetani facciano proprie le linee della comunità internazionale”), e nonostante diverse risoluzioni dell’Onu e dell’Ue, non è degnamente ascoltato e sostenuto da alcun governo.
    Nei suoi confronti è stato dimostrato un atteggiamento di doppiezza, di ipocrisia, quando non di aperta accondiscendenza alle dispotiche volontà della satrapia che, sprezzante degli inalienabili diritti umani, governa a Pechino.
    E’ di questi giorni la notizia che il governo cinese, attraverso il proprio ambasciatore a Kathmandu, abbia ufficialmente addirittura chiesto a quello nepalese di fermare le proteste contro la Cina da parte dei tibetani in esilio. Così non si può continuare.
    Ci auguriamo che la visita in Italia del presidente Hu Jintao, giunto per partecipare al G8, possa costituire un’occasione per porre con fermezza alla Repubblica popolare cinese la questione, fondamentale, del rispetto dei diritti civili.
    Ricordiamo che la Cina è il paese al mondo con il più alto numero di esecuzioni capitali, con un’economia che si regge anche sullo sfruttamento dei bambini, delle donne, dei detenuti negli affollati e vastissimi campi di concentramento detti laogai. E non è finita.
    La Cina comunista è il paese del commercio (internazionale) di organi espiantati non solo ai condannati a morte, spesso prima della sentenza, ma ai prigionieri nei laogai, di donne costrette ad abortire, di feti estratti vivi, uccisi, gettati nella spazzatura.
    Eppure nel nostro paese, dove si assiste ad un fuggi fuggi generale ogniqualvolta arriva il Dalai Lama, premio Nobel per la pace 1989, mentre si accoglie trionfalmente il signor Hu Jintao, esiste persino un intergruppo parlamentare che convoca conferenze per tessere le lodi del grande Drago e ci sono docenti universitari che, mossi ancora da furore ideologico passatista, ne difendono a spada tratta i crimini.
    Dove sono i pacifisti che continuano tanto a sbraitare contro le basi Nato e se ne stanno, invece, con le mani in mano quando si tratta di perorare le ragioni della libertà e della democrazia nel mondo? Il nome di Hu Jintao non evoca proprio niente?
    Si guardi, quindi, alla data di oggi come ad un evento simbolico per quanti, come noi, fermamente persuasi della forza della nonviolenza, si riconoscono nel cammino perseguito da chi, avvolto nel saio giallo e amaranto e a piedi scalzi, ama definirsi semplicemente un umile monaco seguace dell’insegnamento di Gandhi. Di Lui, della Sua presenza abbiamo tutti tremendamente bisogno. Tibet libero! Cina libera!

  • marco restelli (autore) :

    Grazie per il tuo intervento Francesco! E concordo con la tua polemica nei confronti dei pacifisti a senso unico.
    Non bisogna confondere il cosidetto pacifismo con la nonviolenza gandhiana, che ci ricorda le necessità di porre l’etica alla base della politica. Il Dalai Lama ne è un esempio. Ma il cammino è ancora lungo…..

  • Cina: sangue e diritti umani, tibetani e uiguri. Se ne parla a Trento con dibattiti, libri e una mostra fotografica. :

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