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Le donne, il burqa, la sharia. Com’è strana la libertà, in Francia e in Indonesia….

15 settembre 2009 di 26

Magari vi sembrerò paleofemminista, ma mi sembra ancora che “il corpo sia un soggetto politico”, a leggere certe notizie. Come le due che ho letto sui quotidiani di oggi. Si tratta di due scelte politiche di segno opposto – una di fondamentalismo islamico, l’altra di fondamentalismo laicista – che in entrambi i casi però concorrono a privare le persone (e in particolare le donne) della libertà di essere se stesse.

La prima notizia viene dalla Francia: Il ministro francese dell’Immigrazione, Eric Besson, ha anticipato alla radio Europa 1 di essere favorevole a una nuova legge che proibisca il burqa. niqab%20and%20burqaContro il burqa si era già espresso il presidente Sarkozy, ma un conto è stigmatizzare un comportamento/un abito, un altro conto è vietarlo per legge. Besson ha giudicato «contrario all’identità nazionale e ai principi della Repubblica» coprirsi integralmente sotto quest’abito tradizionale dei Paesi islamici.
La mia riflessione: fatto salvo il diritto della polizia di identificare le persone (cosa impossibile sotto il burqa) restano però alcune domande: perché mai una donna non dovrebbe essere libera di circolare vestita come diavolo le pare? E di mostrare anche così la propria cultura religiosa? Perché il burqa appartiene a una tradizione diversa dalla nostra? E allora? Il meticciato (o melting pot, o chiamatelo come vi pare) ha sempre arricchito le civiltà, in ogni epoca storica. Anzi, se si osserva la Storia, esistono solo società “meticce”. Dunque perché vietarlo? Perché noi non amiamo il fondamentalismo islamico? Certo che non lo amiamo. Perché siamo europei, figli dell’Umanesimo, del Rinascimento e dell’Illuminismo.  Ma non saremo più europei se vieteremo il burqa. Saremo più europei se riconosceremo a ciascuna persona il diritto di essere se stessa.

La seconda notizia viene dall’Indonesia: il parlamento della provincia di Aceh, nell’isola indonesiana di Sumatra,  ha deciso di rendere legge la Sharia. Codice tradizionale islamico che prevede, fra l’altro, la lapidazione per gli adulteri, e la fustigazione per chi fa sesso prima del matrimonio (100 colpi di canna) e per gli omosessuali e le lesbiche (100 colpi e una multa di mille grammi d’oro). E altre piacevolezze….(Una annotazione politica a margine: così la provincia di Aceh va in controtendenza rispetto all’Indonesia, che alle ultime elezioni ha punito duramente i partiti islamici più conservatori. Però anche fra i parlamentari democratici di Aceh che hanno criticato l’introduzione della Sharia, nessuno ha poi avuto il coraggio di votare contro).
La mia riflessione: questo è tutto ciò che non vogliamo. Almeno, che non vogliamo qui da noi, in Europa. Un esimio rappresentante del partito indonesiano che ha voluto l’applicazione della Sharia, il Pks, si è scagliato contro «la degradazione morale dovuta alle influenze straniere». Ecco, è questo il punto: se non vogliamo diventare come loro, i fustigatori, i “puri” (e non vogliamo di certo) dobbiamo capire che le “influenze straniere” non portano alcuna “degradazione morale”. Ma solo confronto, dibattito,  nuovi problemi e prospettive, inedite soluzioni e sintesi.

E’ la libertà, baby, e non puoi farci niente. Il fondamentalismo – religioso o laicista – non è mai la soluzione, secondo me. E voi, lettori di MilleOrienti, che ne pensate?

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26 Risposte »

  • enrico bo :

    ti quoto al 100%, ma son cose che molta gente non ha piacere di sentirsi dire.

  • Le donne, il burqa, la sharia. Com’è strana la libertà, in Francia e in Indonesia…. :

    […] Articolo: Le donne, il burqa, la sharia. Com’è strana la libertà, in Francia e in Indonesia…. Articoli correlati: Orange: Dal 2007 a oggi venduti un milione di […]

  • elena :

    Ciao Marco,
    certo che fare una legge per proibire il Burqa, mi sembra davvero pazzesco, però….penso che: noi quando andiamo per turismo o lavoro o per missioni umanitarie, nei paesi islamici, ci adattiamo alle loro usanze (noi donne ci copriamo il capo, non portiamo i pantaloni, ci togliamo le scarpe quando entriamo nelle moschee, ecc.), non trovo corretto che loro non si adattino alle nostre usanze…come la rivolta dei genitori che non vogliono il “CADAVERINO” appeso nelle scuole pubbliche… scusa se mi permetto, ma loro vengono in Europa, e soprattutto in Italia, e si impongono, chiedono la costruzione delle moschee, chiedono luoghi dove portesi ritrovare e pregare, e i nostri politici, cosa fanno??? va bene iniziamo i lavori, certo questa è integrazione, ma noi abbiamo una parte d’Italia, che è da ricostruire: vedi meriodione, vedi l’ultimo terremoto, e mi fermo quà, ma l’elenco è molto lungo.
    Per quanto riguarda la fustigazione, non ho parole, anche qua 1 legge da approvare, ma perchè non pensano ad abolirla??? Sarà comunque approvata, e poi, sicuramente saranno sempre le DONNE a rimetterci, saremo noi le lapidate, le fustigate e le multate; la vostra categoria se la caverà sempre con “ERA CONSENZIENTE”, come quando le GIOVANI/DONNE vengono stuprate dal branco, e comunque sempre e sempre colpa nostra, non possiamo vestire in un determinato modo, perchè attiriamo l’attenzione, non possiamo guardare un individuo perchè passiamo da poco di buono….
    La mia conclusione: forse era meglio vivere nel 68…peccato che io ero piccola:-)
    Ciao Elena

  • elisa :

    Sono d’accordo. Non si può vincere il fondamentalismo con il fondamentalismo. Meglio dare il buon esempio e lasciare che il tempo, la storia risveglino le coscienze.
    Però, a proposito del burka, bisogna essere certi che le donne che lo indossano lo facciano per una libera scelta. E io su questo ho molti dubbi.

  • Elena Guidieri :

    Caro Marco,
    come sempre i tuoi post sono fonte di interesse e dibattito.

    Devo premettere due parole al mio discorso. Non è retorica, non sento di avere alcun pregiudizio verso il diverso. Molte culture sono miei oggetti di studio e ritengo che non ci sia niente di più formativo del confronto e dell’apertura.

    Eppure ritengo che il discorso del burqa abbia una valenza particolare. Ritengo ci siano degli elementi che rendono il burqua incompatibile con i paesi occidentali.
    Prima di tutto il burqa rappresenta per me il simbolo dell’oppressione femminile. Troverò sempre una donna che mi dice che lo indossa indipendentemente dalla volontà di una figura maschile. Ma tutto quello che ho letto e che continuo a vedere mi porta a pensare che di libertà in quella scelta ci sia ben poco. E che quando da una scelta sembra provenire, la paura è radicata più nel profondo, giù nelle radici.

    Secondo, il burqa crea distacco. E’ un tipo di abito che fa muro, anche visivamente. Un muro che rende ancora più difficile l’integrazione e innesca stupide e insensate paure. E’ quanto ho vissuto a Londra, nel quartiere bengalese dove abitavo. La maggior parte delle donne indossava il niqab, con tanto di mani coperte. Era anche molto frequente vedere donne che indossavano il burqa. Ecco la sensazione che ho avuto è stata quella di ghetto. Quelle donne così vestite io non le ho mai viste girare nel resto della città, non le ho mai viste in metropolitana, in altri quartieri. Non ho visto integrazione, ho visto divisione.

    E’ molto difficile stabilire cosa sia giusto e cosa non lo sia per legge. E’ importante che l’integrazione sia accompagnata piano piano con l’aiuto di una forte corteccia culturale. Non la si può lanciare come un sasso senza preoccuparsi degli effetti che avrà. Altrimenti si rischia la controindicazione, la fomentazione di movimenti estremisti in altro modo, come la Lega, che di fronte al diverso grida al terrore.

    E’ necessaria una mediazione. Personalmente, credo che almeno gli occhi di una donna dovrebbero rimanere un ponte tra culture in un paese occidentale.

  • Piero Verni :

    caro Marco,
    vivendo, come sai, molti mesi all’anno in Francia (anzi in Bretagna!) sono piuttosto coinvolto dal discorso -quanto complesso- del burqa. A parte il problema (non secondario però) dell’identificazione -non solo quella poliziesca-… vai a cambiare un assegno in banca e cosa fa il cassiere? Tanto per dirne una.
    Ma la cosa più importante a me sembra questa. Sei una ragazza, una giovane ragazza di famiglia islamica e i tuoi vogliono obbligarti a portare il burqua che a te proprio non piace. Ti sentiresti più o meno difesa da una legge che lo vieta? Credo che questo sia il problema vero. In Francia esistono migliaia (e forse decine di migliaia) di giovani ragazze che vorrebbero ribellarsi all’autorità famigliare in fatto di abbigliamenti estremi come questi. Una legge che lo proibisse senza dubbio le aiuterebbe. E forse aiuterebbe anche i loro genitori a comprendere che si può essere buoni musulmani anche senza rinchiudere in una prigione il volto di una donna. Anche se fra molti dubbi, ritengo che potrebbe non essere una cattiva legge.
    Ripeto pur fra molti dubbi.

  • Alessandra Tribotti :

    La questione è estremamente complessa, soprattutto in relazione al problema del laicismo alla francese – un laicismo, cioè, fondato sulla neutralizzazione degli spazi pubblici come mezzo principe per garantire una neutralità filosofico-religiosa dello Stato, soluzione che è perfettamente in linea con la natura, politica e giuridica, dello stato francese ma non con il concetto vero di laicità, a mio modo di vedere. La neutralità può essere anche di carattere inclusivo e presuppone soltanto una non identificazione dello Stato con una o più specifiche fedi, religiose o filosofiche che siano. Quest’ultimo tipo di neutralità, finora sconosciuto in Francia, ha prodotto altrove risultati positivi, in termini di integrazione.
    Paradossalmente, però, per quanto complessa, la faccenda della legge sul burqa è il nodo più semplice da sciogliere, nel mare magnum dei nodi sul velo o, più in generale, dei nodi sulla tutela giuridica della libertà religiosa, che va ben oltre il “semplice” velo (e ben oltre l’aggettivo “religiosa”).
    Per quanto sia giusto affermare che bisogna tutelare la libertà di scelta dell’individuo – e visto ciò di cui mi occupo, non potrei MAI affermare il contrario -, adottando una prospettiva statale, dobbiamo tener conto di un aspetto di non poco conto.
    La strada che le società occidentali, così frammentate, stanno cercando di percorrere, con volontà o estrema riluttanza, è quella di una difficile integrazione culturale con un mondo radicalmente diverso da quello dei tradizionali gruppi religiosi e culturali presenti nello spazio pubblico europeo.
    Nel caso specifico della Francia, non ci si trova di fronte ad un nuovo innesto culturale, ovviamente, visto che i musulmani vi sono presenti da moltissimo tempo…piuttosto, ci si trova a dover affrontare le difficoltà legate ad un Islam odierno che è molto diverso da quello cosiddetto “dei padri”: l’Islam dei musulmani di seconda e terza generazione che, a ragione, hanno più pretese perché, a differenza dei padri, sono cittadini francesi a tutti gli effetti e pretendono, a ragione, di essere trattati come tali. E’ questa la vera novità.
    Quando si parla di integrazione nel nostro contesto europeo, quindi, bisogna tener conto delle esigenze di entrambe le parti: di ciò che è strutturalmente codificato come di ciò che si manifesta come un ventaglio di nuove esigenze di un “Islam europeo”, fervente ma allo stesso tempo profondamente statico e poco propenso a cedere. Non si può pensare di restare ancorati al vecchio concetto di europeismo (o di Francia repubblicana, nel nostro caso specifico…con tutto ciò che, a livello di identità nazionale, il concetto comporta)..ma non si può neanche ignorare, in vari settori, un certo numero di problemi posti dall’accettazione tout court di certe tradizioni culturali “aliene” (nel senso letterale del termine, nota bene).
    La soluzione ideale, manco a dirlo, sarebbe un ammorbidimento di certe posizioni troppo radicali di alcune comunità, bilanciato dalla moderazione della compagine statale di un Paese…in mancanza di questo, la mediazione spetta allo Stato.
    La Francia non è mai riuscita a compiere questa operazione, scegliendo la strada più sbagliata possibile…fondamentalmente, per una questione di paura. Ha creato un perenne stato di eccezione laico che, nella pretesa di tutelare lo stato repubblicano, ha minato alle fondamenta il senso stesso della sua esistenza.
    Il problema della Francia sta in quella legge raccapricciante sui simboli religiosi ritenuti “ostensibles” (e la caratterizzazione è frutto di personali valutazioni, ovviamente), più che in ogni altra cosa…leggre estremamente discriminatrice, culturalmente arretrata, inutile, “misérable” (come la definì Renault) e addirittura molto pericolosa. Quella legge, la 228/2004, è la legge sulla quale si dovrebbe discutere davvero, soprattutto alla luce del percorso assurdo che ha condotto ad essa, in una spirale involutiva allucinante.
    Una discussione su una legge relativa al burqa è più semplice. Dico questo perché, per una volta tanto, la Francia potrebbe non compiere un’operazione tanto errata. Come ho detto prima, l’azione dello Stato in questo delicatissimo settore deve essere volta alla moderazione e al bilanciamento di valori.
    Ciò vuol dire, nel caso del velo, accettarlo in sé ma non necessariamente accettarne ogni tipo, anche là dove questo può porci degli interrogativi in materia di tutela della libertà di scelta, che ovviamente si palesano e che, nelle nostre società, sempre si paleseranno (realisticamente parlando), senza che sia possibile risolverli tutti o risolverne alcuni comprimendone di altri, ahimé.
    Sono però del parere che l’unico modo per far scomparire questo tipo di problematiche sia quello di cambiare la mentalità delle comunità in gioco di interazione. Poiché cambiare tale mentalità è cosa impossibile per lo Stato (e posto che sarebbe gradita l’assenza di tentativi di rafforzare certe posizioni radicali, comunque..tentativi che spesso provengono da più parti politiche e che sono veicolate dai mezzi d’informazione) e poiché, quando avviene, essa è, più che altro, frutto delle evoluzioni di interazione reciproca nel tempo, per il momento, tutto ciò che lo Stato può e deve fare è dare i classici colpo al cerchio e colpo alla botte.

    La Spagna ci fornisce un esempio interessante e ci dimostra come la questione dell’identificazione delle persone non sia affatto un aspetto di secondaria importanza, da postilla…bensì una delle ragioni fondamentali per le quali, nelle nostre società, vietare il burqa potrebbe essere necessario.
    Qui, il bilanciamento dei valori costringe lo Stato a preoccuparsi, da un lato, di garantire il diritto al velo e dall’altro, di garantire la sicurezza cittadina (sicurezza non da intendersi in senso di regime poliziesco e fascista di stampo berlusconiano, ovviamente…qui siamo più a livelli basilari e vitali). Risultato: nel 2002, La Spagna, con Regio Decreto, stabilisce che il documento nazionali di identità includa la fotografia del viso del titolare, ripreso frontalmente e con la testa scoperta. Nella prassi, il Ministero dell’Interno ha poi dimostrato di tollerare sicuramente, comunque, l’hijab, che garantisce l’identificazione ma non tipi di velo come il burqa. Tutto, ovviamente, si aggiusta giorno per giorno, ad hoc.

    Fatto salvo il rispetto per le diversità di cultura, tradizione e religione, credo che dobbiamo tenere conto di questa necessità di trovare, nelle nostre società, il giusto equilibrio integrativo tra le varie tradizioni negli aspetti anche più semplici della vita di tutti i giorni (oh quanto ci sarebbe da dire sulle ore di religione, sul rispetto del cibo etc..!). Credo anche che, a livello ora più ideologico e meno giuridico, dobbiamo anche osservare quali Paesi islamici e quali regimi impongano o abbiano imposto, per legge, il burqa et similia come veli… l’Afghanistan dei Talebani prima che Karzai togliesse l’obbligo…l’Arabia Saudita, che impone una cosa simile al burqa, alla fine: l’abayaa…l’Arabia Saudita è apertamente contro la CEDAW e contro molti (per noi) diritti umani….tutto questo dovrebbe dirci qualcosa, a mio modo di vedere.

  • marco restelli (autore) :

    Grazie a tutti per i vostri contributi! Questa discussione è stata molto interessante e chiarificatrice, per me, e spero anche per voi.

  • Gilda :

    Ciao Marco, quanto al proibire la burqa o meno, sono d’accordo con le considerazioni fatte, dalla Francia, di Pietro Verni.
    Riguardano anche l’Italia, dove due ragazze islamiche sono state ammazzate nel giro di un anno proprio perchè non volevano adeguarsi allo stile di vita familiare, ma vestirsi e amare all’occidentale.
    Parliamo di brutali assassini, non di riflessioni “veterofemministe”.
    Le ragazze di seconda generazione (è la legge statistica dell’immigrazione, ma anche globale quella dell’adolescenza) vogliono adeguarsi alle loro coetanee del Paese in cui sono nate/ospitate, per sentirsi accettate e potere scegliere di uscire dalla comunità d’origine bunker. Proibire la burqa o l’hijab forse le farebbe sentire più tutelate nei confronti dei padri-fratelli padroni. Per contro chi vuole davvero indossarla….forse renderlo possibile solo dopo la maggiore età?

  • andra :

    argomento alquanto attuale, visto che anche qui vogliono vietare per legge il burqua ed il niqab.

    Sig. Piero Verni è convinto che vietarli per legge aiuterebbe le ragazzine che volevano già ribellarsi.
    Io invece sono convinta del contrario. Le ragazzine verrebbero mandate indietro, nel paese di origine, dai propri genitori (e lo fanno anche ora, senza leggi che vietino il burqua). O le ammazzano. Tanto, molti di loro non ci tengono così tanto ad avere i figli accanto, quando questi “non sono degni”…

    Io sono fondalmentalmente femminista, ma non capisco perché dobbiamo decidere NOI di cambiare gli altri. Perché a noi non piace? Non ci obbliga nessuno a mettere il burqua! Non ci obbliga nessuno a mettere il burkini in piscina. Grazie a Dio, c’è chi prende il sole in costume intero, chi in tanga, chi nudo…e chi in burkini! Non è questa la democrazia, la libertà?!

    Il capo coperto? Ma perché lo devo coprire quando entro in chiesa CATTOLICA? E perché mio marito non può entrare in bermuda a visitare una chiesa? Perché le donne del sud ancora vanno in spiaggia con costume intero, nero e con “la manica”? Forse abbiamo anche un “seme fondamentalista” dentro? O questo si giustifica con “così si deve fare” e basta?

    Qualche settimana fa vedevo in TV un documentario sull’infibulazione. E anche in questo caso NOI siamo decisi a cambiare la situazione, NOI abbiamo deciso che sono gli uomini a sottomettere le donne ed ad imporre questa bestiale pratica. Invece in quel documentario si sfatava proprio questo luogo comune. Non sono gli uomini, ma le donne vogliono continuare questa “tradizione”, magari non in prima persona, ma le nonne, le sorelle, le zie. Finché non capiscono loro che la vita continua anche senza le tradizioni stupide, noi possiamo solo PROVARE ad aprire nuovi orizzonti per lor. MA NON IMPORCI!

    Perché nessuno vuole cambiare ciò che non va in casa propria, prima di tutto, ma vuole intromettersi in quella degli altri?
    Un esempio banale: i cristiani battezzano i loro figli, in chiesa, che siano praticanti o no, perché… “così si fa”. Ma chi l’ha detto che questo è giusto?! Con tutto ciò, non ho visto nessuno venire da fuori e dire “non battezzate i bambini, LI SOTTOMETTETE!”. Eppure è così! Forse non è così crudele come un’infibulazione oppure una circoncisione (della quale nessuno parla), ma andiamo a incidere sempre sulla vita dei nostri figli.
    Chi decide che noi siamo i GIUSTI?

    Perché in fondo qui non parliamo di costituzioni italiane o francesi, di liberazione delle donne (questo è solo un alibi. Bisognerebbe risolvere prima il problema delle violenze subite dalle donne italiane, per la gran parte IN CASA, e solo POI andiamo a liberarne altre), qui si parla di PAURA! La paura che una donna coperta possa buttare in aria qualcosa… O SPAVENTARE I BAMBINI! Si, quei bambini che guardano i manga o quei mostri verdi con la testa grande nei cartoni animati!

    Fino alla prova contraria, l’attentato di oggi è stato fatto da un uomo, a volto scoperto, DISOCCUPATO E DISPERATO, padre di 3 figli e convivente di DONNA ITALIANA SCOPERTA. Non da un terrorista, non da una donna kamikaze tutta imbaccuccata.

    O, forse, siamo troppo abituati con il corpo nudo delle donne, che può vendere anche l’olio per i motori…benché non c’h’azzecchi un fico secco…

  • marco restelli (autore) :

    Grazie Andra per la tua riflessione, molto interessante. In questa questione ci sono in ballo temi importantissimi: la libertà personale delle donne, le modalità e il significato dell’integrazione sociale, etc… MI piacerebbe che qualche altra lettrice di MilleOrienti ti rispondess.
    Marco

  • Gilda :

    Questo topic sta diventando sempre più interessante! Rispondere alle tematiche portate in luce da Andra…da dove cominciare? Magari dalla sua riflessione sull’infibulazione: è vero, questa pratica (che purtroppo esiste anche in Italia in cliniche clandestine, nonostante il divieto!) è portata avanti attraverso le madri, nonne, zie. Non sono gli uomini gli esecutori, se mai i mandanti. Una volta ho parlato con una ginecologa italiana che lavora d’estate gratis in Etiopia, ambulatorio ostetrico. Si era vista arrivare una bambina piccola in fin di vita per infezione in seguito a un’escissione della clitoride praticata con un coccio di vetro, seguita da cucitura altrettanto sommaria. L’italiana non ha saputo trattenersi dal chiedere alla madre, anche lei infibulata. “Ma proprio lei che ha subito questo orrore, perché l’ha imposto anche a sua figlia?” Risposta della giovane madre disperata: perché se non la facevo infibulare quelli del mio villaggio l’avrebbero considerata impura. E questo da noi significa essere estromessi non solo da un futuro matrimonio, ma dai pasti in comune, addirittura si rischia di venire cacciati dalla comunità. Condannati a morire di fame”. A Milano e dintorni le non infibulate possono avere una chance di non morire di fame, a differenza che nelle campagne africane. Il divieto di infibulazione non basta, certo, ma è già qualcosa: le donne di seconda generazione, che non vogliono mutilare le figlie e ribellarsi ai mariti, hanno almeno la chance di rivolgersi allo Stato italiano (o francese).
    Quanto al velo sì, velo no. C’è velo e velo: e le ragioni per cui solo negli ultimi vent’anni l’hijab (foulard che copre i capelli accoppiat a vestito lungo alla caviglia) o peggio il burqa si è inposto anche nei Paesi islamici dove era quasi scomparso, vedi Egitto post Nasser, sono molte. Perché c’è il velo copri-povertà: non si vede cosa c’è sotto, molte hanno un solo abito logoro. E il velo copri povertà distribuito gratis dai fondamentalisti dall’Algeria ai Territori palestinesi occupati fino ai ghetti delle banlieues francesi ha avuto buon gioco nella sua diffusione. C’è il velo passe partout: le donne lo indossano e possono stare al riparo dalle aggressioni e commenti maschili. Spesso è l’unico mezzo per loro per andare a scuola o all’università, altrimenti i padri non permettono. Infine- e questo riguarda moltissimo noi occidentali, c’è il velo-orgoglio, indossato per affermare la propria identità contro episodi di razzismo. Non sono rari i casi di ragazzine che lo mettono al liceo per dire: “tu mi chiami sporca araba? E io metto il velo per ribadire millenni di cultura islamica”. Se poi nel Corano ci sia davvero un passaggio sull’obbligo di coprirsi dalla punta dei capelli a quella dei piedi è un altro discorso (vedi i libri della femminista Fatima Mernissi, che ha dedicato un libro a smentirlo filologicamente).
    In tutti questi casi il velo è una difesa o uno schermo: contro la povertà, contro la segregazione in casa, contro la xenofobia.
    Succede nei paesi islamici ma succede ora anche in Occidente, fra gli immigrati. Una docente dell’università di Algeri esortava: “Non lasciate sole le donne musulmane nelle banlieues francesi o nei quartieri ghetto delle vostre città europee. Ascoltatele, aprite consultori e, dove possibile, offrite aiuti sociali. A vent’anni si ha bisogno di affermarsi, se l’altro ci ignora o peggio ci denigra…il rischio di rifugiarsi dietro un velo se non nel fondamentalismo, è alto”.
    Servono i divieti? Serve soprattutto offrire un’alternativa a queste donne. Non lasciare queste ragazze e bambine sole, in balia dei padri padroni. Sapete che certi imam promettono agli uomini che se impongono il velo o la burqa alle loro mogli e figlie avranno come ricompensa in Paradiso uno stuolo di vergini? E alla ricompensa delle donne chi ci pensa? Non possiamo risolvere tutto noi, che viviamo in una società non altrettanto ma piuttosto machista sì. Rimango del mio parere: forse il divieto potrebbe starci fino ala maggiore età, finchè le ragazze delle nuove generazioni nate in Italia abbiano avuto il tempo di “provare un’alternativa”. E non perché la nostra civiltà sia superiore, ma perché anche in tutto il mondo arabo e islamico la “rimonta del velo” in dosi massiccia è cosa recente, degli ultimi vent’anni. Dovuta non solo, non tanto a motivi religiosi ma a questioni sociali, che portano al velo-schermo-difesa. E noi occidentali, che abbiamo responsabiltà sulle ragioni che hannon portato al velo-schemo, e non abbiamo saputo risolvere annosi questioni create spessissimo da noi (vedi Medio Oriente) con le nostre guerre e i nostri interessi economici in gioco, non possiamo stare a guardare. Se non altro perchè ormai questi problemi di convivenza con veli e infibulazioni li abbiamo n casa.

  • Fiducia34 :

    Andra e Gilda condivido molto quello scritto in linea di massima.
    Quello che noto qui, in certi paesi Europei, è l’uso politico e i stereotipi che ci mandano, per mettere ancora più distanza con le varie culture e in questo caso i musulmani.
    In un mio post, quello che mi ha fatto spesso arrabiare e che si miscella un po’ tutto nei “salotti” televisivi e gionali, per creare nelle popolazioni paura del diverso ! Trovo spesso che manca di serio e ogettivo nel parlare a vanvera su i temi e poi invitano a questi show women/man, che ne sanno poco e parlano con molta arroganza de quello che conoscono poco o male.
    Ho sempre detto anche quando parlo che prima di addittare a casa dei altri,bisogna pulire a casa propria !!!! Nel mio caso, quando ero in Svizzera, a scuola, ho frequentato persone di culture molto varie e all’interno fatto molte amicizie con musulmani moderati. Molti di loro erano praticanti e le donne mai viste con un velo, oltre che in segno di umiltà, quando pregavano a casa loro, farsi un scignon, o mettere un velo .
    Poi sono andata in Egitto da una mia cara amica ed era un periodo dove i fondamentalisti cominciavano nelle università a passare messagi più religiosi. Nelle persone incontrate, ho trovato scelte ancora moderate, e altre case dove portavano il velo(hijab/foulard), per scelta, obligo o abitudine di famiglia. D’altronde, non succede lo stesso in altre religioni come la nostra dove troviamo delle diversità all’interno della chiesa catholica e le famiglie ? Io sono catholica e mi reputo critica con la mia chiesa e certe sue ipocrisie, dove certi catholici mi dicono che non posso scegliere certi hobby o interessi e vengo giudicata come una pessima catholica. Io dico, Dio a detto spesso di rispettare l’altro, di essere umili, di aprire “la porta”; in pratica vedo bigotismo, giudizzio, razzismo, etc….
    Le religione sono oggi usate a livello politico e mi piace poco !
    La Fede è una cosa che hai dentro o no sotto varie forme, pur sempre Fede è e un’attegiamento secondo me importante è l’umiltà (cosa molto rara a volte in Occidente) e il rispeto del diverso.

    Quando sono sata in Malaysia, a Nord dove c’è l’università islamica, ho visto un po’ più l’arrivare del Tchador e i locali dei paesini, come vidi a Bali (dove c’era una piccola comunità) invitarmi a loro cerimonie, chiedendomi solo di portare una sciarpa e erano persone molto semplici. Devo dire che uomini e donne sono sempre stati molto gentili e mi facevano molte domande su di me e la mia cultura. Personalmente e anche in Italia, ho avuto una buona esperienza, forse per un semplice modo di comportarmi che si chiama rispeto e sopratutto quando vengo invitata a casa loro o alle loro festività !
    Ho trovato una grande accoglienza, sorisi, varietà, le donne tra di loro discuttevano anche su cose fondamentalemente che sucedono tra le nostre culture, da chi è più liberale e chi è più conservativa.
    Innutile di dire che sempre è l’uomo ad imporre alla donna determinate cose; io ho notato più fondamentalismo in certe donne che mi fa’ anche paura, per la loro agressività ed imparzialità !
    Sono contraria all’obligo di proibire il velo/foulard/hijab, per il semplice fatto che mai mi ha disturbato di vederlo messo, come un capello, un velo in chiesa o anche fuori foulard, etc. Posso capire per il burca e spesso molte musulmane mi hanno fatto intendere che questa scelta o imposizione di casa, nel Corano non era obligatorio, anzi per certi era un segno di introspezzione religiosa. Il problema attuale, con l’avenuta dei fondamentalisti, e credo che i più rigidi sono i sciiti che applicano la Sharia al piè della lettera e ne fanno uso da tempo,politico. Credo che in certe famiglie dove si erano amorbidite al sogetto, si vedi le madri, con il scignon o capelli corti o sciolti e le figlie ritornare a portare il jihab o burka, tchador. E come se di colpo prendano sempre più spazio i più rigidi della nostra chiesa catholica e ricomincino a mettere sul rogo come un tempo donne e uomini giudicati impuri e non fedeli. Anche se c’è già un vento di estremismo in Italia sulle dette “sette” e “psicosette” (che tu sicuramente hai letto sul mio blog, quale ho frequentato; Arkeon, che è sotto accusa in Italia e come la ho frequentata ne posso parlare diversamente che le manipolazioni giornalistiche e televisive che hanno parlato senza conoscenza e con tante bugie). Questo è il problema anche grave in Occidente, il giornalismo sensazionalista che fa’ audiense su qualunque cosa accada e porta nelle case paranoie e paure. E’ molto grave secondo me usare di un mezzo per “lavare i cervelli” dei cittadini ed è lo stesso su i musulmani come in altri casi.
    Quanto a l’infibulazione e altre usanze ancora praticate, credo nel corraggio di certe madri che lo hanno subito e altre ragazze, che creerà il cambio, anche quando gradualmente purtroppo, come altre pràtiche nel mondo. A casa loro (stati) sono solo loro che possono farlo con la giusta informazione e appogio; a casa nostra cercando di appogiarle e entrare nelle famiglie, dialogare e non agredire.
    Sono stata lunga lo so, il tema è vasto.
    Grazie,
    Fabia

  • Piero Verni :

    Credo che in questo importante discorso non sarebbe male fare riferimento alle analisi e alla pratica politica del movimento francese “Ni putes ni soumises”(Né puttane né sottomesse).
    “Ni putes ni soumises” è un gruppo femminista creato in Francia nel 2003 da Fadéla Amara, una giovane donna di origini berbere che sta svolgendo un lavoro fondamentale all’interno delle comunità di immigrati di origine nord africana o africana continentale. Non è un gruppo di femministe occidentali che calano, per quanto in buona fede, le loro teorie e le loro prassi sulla testa delle donne del terzo mondo. Le militanti di “Ni putes ni soumises” sono tutte di origine maghrebina, egiziana, africana che dall’interno delle loro culture di provenienza cercano (spesso dovendo subire minacce e violenze di ogni genere) di cambiare gli aspetti più atroci della mentalità dei loro padri, dei loro mariti, dei loro fratelli, dei loro figli e sovente anche delle loro madri.

    Una delle loro battaglie è anche contro un malinteso senso di “relativismo culturale” che, nelle drammatiche situazioni in cui sono costrette a vivere ed operare, viene visto come una sorta di giustificazione esterna dei codici culturali e comportamentali che sono alla base della condizione della donna nelle loro società. Non a caso nel manifesto programmatico di “Ni putes ni soumises” è scritto tra l’altro:
    “Depuis 5 ans que nous travaillons d’arrache pied sur le terrain nous avons été conforté dans cette terrible constatation qu’en France, mais aussi à travers le monde, le statut de la femme était en constante dégradation. En effet, à l’heure de la mondialisation notre combat se mène ici et là bas. A l’heure où nos sociétés doutent d’elles mêmes les femmes sont les premières victimes des replis identitaires et nationaux des relativismes culturels qui ont pour conséquence une montée effrayante des sociétés patriarcales et des obscurantismes. C’est ce combat courageux et difficile de l ‘émancipation de toutes les femmes que Ni putes ni soumises entend prendre à bras le corps, avec force et sans compromission. Nos comités locaux à l’étranger et les multiples rencontres nous prouvent s’il en était besoin l’urgence d’agir.”

    Riguardo al terribile dramma dell’infibulazione francamente mi sembra fuori luogo l’accostamento alla pratica della circoncisione o addirittura del battesimo. Qualche tempo fa a Parigi, proprio durante una conferenza indetta da “Ni putes ni soumises”, ho fatto l’esperienza sconvolgente di ascoltare dalla viva voce delle dirette interessate cosa significhi per una donna dovere subire la violenza dell’infibulazione. Sia sul piano della devastazione fisica sia su quello della devastazione psicologica. Credo che parlando di drammi del genere si dovrebbe andare con i piedi di piombo con paragoni e giudizi.

    Per quanto critici noi si possa essere con le tante cose che non vanno nelle nostre civiltà occidentali, non dovremo mai dimenticare che esistono delle proporzioni nella vita. Sono assolutamente convinto che, nonostante il femminismo e la presa di coscienza delle donne, pesanti venature di maschilismo e di ineguaglianza tra i sessi continuino a permanere anche nelle nostre società “moderne ed avanzate”. Però cosa diversa sono le mutilazioni genitali, il burqa, il niqab… Tollerarle in nome di un malinteso “rispetto della diversità” non credo possa aiutare a crescere né noi né i “diversi” con i quali possiamo e dobbiamo confrontarci. Rispetto infine al problema se proibire o meno l’uso di burqa e niqab continuo a ritenere che sia una questione di grande complessità impossibile da affrontare come si dovrebbe nello spazio angusto degli interventi su di un blog. Però, pur nella brutalità di giudizio che la sintesi di un tale media richiede, rimango del parere che (ovviamente senza ricorrere a pene detentive) proibire la pratica di rinchiudere all’interno di una prigione il volto di una donna, possa essere d’aiuto a tutte quelle giovani e non più giovani che cercano di trovare la forza per andare contro questa -per loro- umiliante tradizione. Mi rendo perfettamente conto che sono ragionamenti e giudizi che si muovono sulla lama di un rasoio per le molteplici implicazioni che comportano. Ma una posizione bisogna pur prendere. Possibilmente fuori da ideologismi, fanatismi, chiusure mentali, esasperazioni.

  • andra :

    Si, mi sembra la soluzione ideale una , solo che noi occidentali vogliamo fare i salvatori del mondo.
    Ieri sera ho intravvisto la Carfagna intervistata sull’argomento. Le chiedevano se, invece di una legge per il divieto di burqua, non fosse più opportuna una politica di integrazione..e lei rispose “il burqua è proprio quel muro che impedisce l’integrazione”. Ho cambiato canale… mi sembra una posseduta, sarà che è tanto dimagrita e le sono rimasti solo gli occhi, ma sembra che “si faccia” prima di essere intervistata..

    Carissimo Piero Verni, l’infibulazione si fa in condizioni pessime, ma la circoncisione non è per nulla diversa.
    Prima di tutto perché si va a modificare il corpo umano da come la natura (che non è stupida) l’ha creato, poi perché per gli uomini circoncisi la vita (sessuale e non) non è così rosea.
    Non so quanto ne sa lei sull’argomento, io ne so giusto quanto ho potuto leggere sull’internet e non mi sembra che sia una pratica da passare come normale, mentre l’ifibulazione passa come pratica diabolica e distruttiva.
    Guarda caso, anche questa dipende da un credo religioso.
    Io non lo vedo per niente diverso.

  • Piero Verni :

    beh, cara Andra, temo che abbia le idee un po’ confuse su cosa sia l’infibulazione e cosa sia la circoncisione. Le ricordo che quest’ultima, al di là delle convenzioni religiose, viene oggi sempre più spesso consigliata da molti dottori anche a uomini in età adulta per ragioni di igiene medica. Non vorrei entrare nei dettagli ma la vita sessuale dei maschi circoncisi non risente minimamente della cosa. Anzi. E non mi risulta che tale pratica abbia il minimo impatto sulla vita (intesa in senso generale) di un uomo.
    Lei si sentirebbe di dire lo stesso dell’infibulazione? Che non mutila le attività sessuali della donna e che l’esistenza di una persona infibulata non risente di tale pratica?

  • andra :

    “Alcuni soggetti a cui è stata applicata la circoncisione si sono poi dichiarati insoddisfatti, lamentando la perdita di tessuti erogeni, poca maneggevolezza del pene, scomodità e difficoltà masturbatorie, eccessiva perdita di sensibilità del glande (che, rimanendo sempre scoperto, non è più protetto per esempio dallo sfregamento sugli indumenti) con conseguente difficoltà a raggiungere l’orgasmo.

    Vi sono periodi refrattari maggiori (quindi diminuita potenza sessuale) anche perché diventa spesso necessaria una forte stimolazione dei tessuti che, fortemente “stressati”, possono arrivare a rendere dolorosi e frustranti anche i rapporti sessuali penetrativi, oltre che la masturbazione.

    Tali effetti collaterali non sono presenti in tutti i maschi circoncisi, perché anche strettamente correlati alla tecnica, alla precisione chirurgica, e all’età del maschio nel quale è praticata (in periodo perinatale, a sviluppo psico-fisico in corso, oppure ultimato).

    Il dibattito include anche questioni etiche, come la liceità o meno di praticare la circoncisione nei neonati, che da adulti si trovano così un corpo irreversibilmente modificato dall’altrui volontà. Da segnalare, in proposito, che un tribunale Finlandese ha dichiarato la circoncisione maschile infantile illegale, a meno che non si operi per fini strettamente terapeutici.”

    inoltre:
    “Sotto il nome generico di infibulazione, vengono spesso raccolte tutte le mutilazioni a carico dei genitali femminili, praticate in 28 paesi dell’Africa sub-sahariana, per motivi non terapeutici, che ledono fortemente la salute psichica e fisica delle bambine e donne che ne sono sottoposte. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha distinto le mutilazioni in 4 tipi differenti a seconda della gravità per il soggetto:

    1. Circoncisione o infibulazione as sunnah: è l’asportazione della punta del clitoride, con fuoriuscita di sette gocce di sangue simboliche
    2. Escissione al uasat: asportazione del clitoride e taglio totale o parziale delle piccole labbra
    3. Infibulazione o circoncisione faraonica o sudanese: asportazione del clitoride, delle piccole labbra, di parte delle grandi labbra con cauterizzazione, cui segue la cucitura della vulva, lasciando aperto solo un foro per permettere la fuoriuscita dell’urina e del sangue mestruale.
    4. Il quarto tipo comprende una serie di interventi di varia natura sui genitali femminili.
    (come vede, per l’OMS anche l’infibulazione è una CIRCONCISIONE)
    Queste pratiche sono eseguite in età differenti a seconda della tradizione: per esempio nel sud della Nigeria si praticano sulle neonate, in Uganda sulle adolescenti, in Somalia sulle bambine.

    Tutte queste mutilazioni ledono gravemente sia la vita sessuale sia la salute delle donne, ed è contro queste ultime che si adoperano i movimenti per l’emancipazione femminile, soprattutto in Africa.

    Le conseguenze per la donna sono tragiche, in quanto perde completamente la possibilità di provare piacere sessuale a causa della rimozione del clitoride e i rapporti diventano dolorosi e difficoltosi, spesso insorgono cistiti, ritenzione urinaria e infezioni vaginali. ”

    Non so dove io abbia asserito che l’infibulazione non avrebbe alcuna conseguenza sulla vita delle donne.
    Io sostengo che la circoncisione sugli uomini sia (quasi) alla pari, cioè una mutilazione (non voluta dai neonati e che dovrebbe essere fatta SOLO a scopo terapeutico quando ce n’è bisogno e in condizioni ottime), eppure lei questo lo vede come una normale “pratica per l’igiene dei genitali”.
    Non bisognerebbe usare due pesi e due misure.

  • Fabia :

    Caro Verni, anch’io confermo quello che hai spiegato come differenza e sopra tutto pratica via dottori di questo; mi ricordo da bambini due amici a chi gli era stato consigliato dal dottore per ragioni di igiene e dunque c’erano piccoli problemi di infezzione, mai rissentito di qualche dolore,e problemi sessuali.
    Quanto a l’infibulazione, vi posso afermare che è ancora e purtropo tutt’un’altra cosa; poche ragazzine ne hanno “voglia” e poi in questo caso è un ritto che personalmente trovo ancora oggi un po’ crudele e con grandi rischi per la ragazza, donna, so che ci sono grandi sofferenze, sia nel atto ,infezzioni spesso con conseguenze disastrose, nelle relazioni con il compagno, parto e raporto sessuale è una continua sofferenza.C’è chi si pè trovata completamente distrutta fisicamente. E’ ancora molto chiuso e mi sembra che sia spinto dalle donne anziane o matrone .
    Fabia

  • giovanna :

    Articolo interessante per le motizie che riporta, ma un po’ confuso…credo

    mi dovresti spiegare in quaòe versetto, passo, pagina o riga del corano si dice che la donna deve mettere il burqa…se non c’è, va da se che la religione non c’entra niente.
    Una donna in francia puo’ circolare come vuole, sono vissuta un anno li’, difficilmente riceverà multe e tantomeno altro…ma se la legge dice che devi farti riconoscere per un problema di sicurezza….perchè non devi rispettare la legge?
    Il problema che l’articolo tralascia, e che secondo me è il vero nodo è che in occidente è “usuale” non rispettare la legge su quest’argomento.

    Sarebbe onestà intellettuale dividere barbarie da progresso…ora la potete vedere come volete, ma io in un paese dove vige la shaira non ci vorrei mai abitare, voi?
    ovviamente no…….
    se serve una legge che dica no al burqa, perchè quella che c’è con mille scappatoie è aggirata….BENVENGA, ma che sia fatta rispettare

    Altra cosa: chi difende il burqa ha mai parlato con chi lo indossa?
    NO
    e saperte perchè no? perchè il burqa ti isola da tutti e da tutto e non permette socializzazione ne integrazione…..

  • andra :

    “Altra cosa: chi difende il burqa ha mai parlato con chi lo indossa?
    NO
    e saperte perchè no? perchè il burqa ti isola da tutti e da tutto e non permette socializzazione ne integrazione…..”

    Io credo che si sta troppo generalizzando su questa cosa. Ci sono donne obbligate ad indossare il burqua, ma ci sono anche donne che SCELGONO di indossare il burqua, per le loro proprie convinzioni. Credo che nessuno oserebbe affermare che una testimone di Geova è costretta da qualcuno/dal marito a seguire quel credo ed agire di conseguenza. Come nessuno si sogna di dire che una cattolica vada in chiesa costretta da qualcuno, se non dalle proprie convinzioni.

    Ok, il burqua non sarà nel corano, non l’ho letto perciò non posso nemmeno dare una MIA interpretazione. Però loro lo interpreteranno in funzione dei LORO valori, non dei miei.

    Esempio: La cassazione ieri ha dato una definizione della famiglia che non fa distinzione tra etero, omo, coppie o gruppi. Con tutto ciò, in questo mondo, il termine “famiglia” viene interpretato da ognuno come gli fa più comodo.

    Un’altra cosa. Mia figlia, alle elementari, aveva un compagno di classe (italianissimo) figlio di pentecostali. Questo povero bambino, quando si faceva qualche festicciola in classe, si isolava (non per propria volontà!) in un angolino, non essendogli permesso dal credo (dei genitori) di assaggiare nemmeno un pasticcino o un bicchiere di coca cola.
    Un’altra storia: una mia amica possiede una bella villetta con piscina. Il suo bambino passa l’estate a sguazzare in acqua. Nella casa di fronte abita una famiglia di (di nuovo) pentecostali, che hanno un bambino coetaneo del figlio della mia amica. Con i miei occhi l’ho visto come guardava con desiderio quella piscina. La mia amica l’ha invitato spesso, ma… non gli è permesso.

    Di nuovo torno a dire: ma abbiamo proprio finito di risolvere i problemi in casa propria? ma siamo veramente così CIECHI a non vedere questi poveri bambini derubati dalla bellezza dell’infanzia? Ci andrà qualcuno da quei genitori a dirgli: “cavoli vostri in cosa credete, ma questo bambino ha il SACROSSANTE DIRITTO a giocare, mangiare cioccolatini, VIVERE come tutti i bambini. Se siete genitori VERI, dovete amarlo e volere il bene per lui, almeno finché è bambino e non può scegliere in cosa credere”?

    probabilmente siamo miopi, perché vediamo meglio 1,2 donne/anno “costrette” ad indossare il burqua e corriamo subito a fare leggi per limitare il danno…. manco se fossimo invasi dalle tuniche nere…

  • Cinzia :

    Spesso ascolto e leggo gli articoli di esperti di religione mussulmana e di religiosi islamici che, per difendere l’Islam agli occhi della coscienza comune occidentale, spiegano che in nessuna parte del Corano si afferma che una donna deve nascondere il proprio volto. Nella petizione postata qui sopra si rivendica invece l’uso del velo integrale come dettato religioso. Chi ha ragione?
    Ci sono moltissime donne islamiche che negano che il velo integrale sia un precetto islamico. Chi ha ragione?
    Ci sono molte ragazze di famiglia mussulmana che chiedono aiuto per liberarsi da questa tradizione che sentono, al contrario delle firmatarie della petizione, come un limite e una violenza intollerabile. A chi dare ascolto?
    Poi non è che tutto quello che dice una religione deve essere consentito. Ad esempio ai Testimoni di Geova non è permesso negare trasfusioni di sangue ai loro bambini ove indispensabile.

  • marco restelli (autore) :

    Cinzia, le domande che tu poni sono, secondo me, quelle giuste. Chi ha ragione? Il fatto è che esistono interpretazioni diverse all’interno del mondo islamico, a ulteriore riprova che la Umma (la comunità dei musulmani nel mondo) è variegata al proprio interno, e questa secondo me è una ricchezza. E noi non-musulmani non possiamo dire loro quale sia l’interpretazione “giusta”: possiamo fornire la nostra opinione (sul burqa e altro), niente di più. Rispettando la diversità delle opinioni e delle interpretazioni.
    Quanto alla domanda: “a chi dare ascolto”? La risposta secondo me è: dare ascolto a chi rivendica il proprio diritto all’autodeterminazione, cioè a gestire la propria vita come preferisce, perché la dignità di ognuno sta nelle proprie scelte, purché queste scelte siano libere.
    Ciao, Marco/MilleOrienti

    P.S. : grazie a tutte e a tutti per questo dibattito, che a distanza di mesi continua ad essere molto interessante.

  • Cinzia :

    Caro Marco,
    il discorso sulle libere scelte è del mondo laico ma se Islam vuol dire (se ho compreso bene) sottomissione alla volontà di Dio, capisci che il discorso diventa molto complesso.
    Meno complesso dovrebbe essere quello sul velo integrale. Il Corano lo prevede come elemento obbligatorio per la donna sì o no? Su questo non dovrebbero esserci dubbi non trattandosi di una interpretazione di una sura ma di qualche cosa che è scritto o non lo è.

    P. S. A parte tutto grazie per curare questo interessante blog sull’Asia che insieme al blog sul Tibet di Piero Verni costituisce per me ormai una indispensabile lettura quotidiana.

  • marco restelli (autore) :

    Cara Cinzia, la tua domanda sul velo è importante, perciò ho deciso di risponderti in un apposito post, con i passi del Corano relativi alla questione.
    ciao,
    MilleOrienti

  • Velo integrale: giusto vietarlo o no? Per le musulmane è un obbligo o no? Ecco che cosa dice il Corano « MilleOrienti :

    […] non cessa di provocare un interessante dibattito fra i lettori e le lettrici di MilleOrienti: è il post sulle donne, il burqa e la libertà personale. Intervenendo nella discussione, la lettrice Cinzia mi chiede a proposito del velo […]

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