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Vale la pena morire per l’Afghanistan? Parliamone

19 settembre 2009 di 8


Guerra. Una parola orribile, che significa sangue e tragedie ma anche business, fino ai risvolti più paradossali: in Afghanistan, per esempio, le mine più usate dai talebani contro gli occidentali (italiani compresi) sono italiane, le TC6 che gli americani avevano fornito ai mujaheddin ai tempi dell’invasione sovietica dell’Afghanistan.

«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», dice l’articolo 11 della Costituzione Italiana. Ma se vogliamo chiamare le cose con il loro nome, in Afghanistan si sta combattendo una guerra, e l’Italia vi sta partecipando. La missione italiana ha anche la finalità di aiutare la popolazione afghana – con ospedali, scuole, etc – e certamente lo sta facendo. Ma i 21 soldati italiani caduti finora in Afghanistan sono morti combattendo in una guerra, non in una generica “missione umanitaria”. Negarlo sarebbe ipocrisia, sarebbe offendere la loro memoria. E non vogliamo certo farlo. Guerra, quindi: questa parola spaventosa è il primo dato di realtà da cui partire per una riflessione.

Chiediamoci ora: come sta andando questa guerra? La risposta dev’essere altrettanto chiara: otto anni dopo l’11 settembre e l’intervento occidentale in Afghanistan, i talebani controllano l’80% del territorio afghano. Dunque l’Occidente sta perdendo la guerra in Afghanistan. Questo è il secondo dato da considerare.  Una guerra che gli Usa di George W. Bush hanno gestito disastrosamente sia sul piano militare sia su quello politico – comportandosi da occupanti o da potenza coloniale (per esempio occupando il centro di Kabul, come avevano fatto i britannici nell’800) e colpendo troppo spesso la popolazione civile inerme. Questa guerra ora il presidente Obama si trova a gestire, e ci prova sul piano diplomatico cercando di portare dalla propria parte il mondo islamico, Iran anzitutto. Ma sugli esiti della politica americana, e della guerra, c’è molta incertezza: un’antologia dei dubbi e dei timori espressi dai media occidentali (da Newswwek alla BBC al New York Times) si può leggere sul sito afghano Sabawoon, dove si sprecano i paragoni fra l’Afghanistan e il Vietnam.

Le considerazioni svolte finora dovrebbero portarmi a dire: andiamocene. Portiamo via i nostri soldati e lasciamo l’Afghanistan al suo destino. Come hanno chiesto la Lega Nord e varie formazioni della sinistra estrema. E i sondaggi d’opinione – pur sempre da prendere con le molle – affermano che la maggioranza degli italiani la pensa in questo modo.

Eppure….Eppure io sono di avviso contrario. E trovo molto realistiche le considerazioni svolte da Franco Venturini sul Corriere della Sera del 18 settembre. Ne cito qui sotto un passo:
«Più che mai nei momenti tragici come questo, non bisogna avere paura di ripetersi. La presenza militare occidentale in Afghanistan ha una legittimità ben diversa da quella che ebbe in Iraq. Mettere le gambe in spalla prima di aver raggiunto un minimo grado di stabilizzazione del Paese vorrebbe dire darla vinta ai talebani che hanno rivendicato l’ attacco alle Torri Gemelle, gettare olio sul fuoco di tutti gli estremismi anti-occidentali a cominciare da quelli che ricorrono al terrorismo, e far saltare gli equilibri interni nel Pakistan dotato di armi nucleari. La Nato può immaginare una exit strategy, le idee non mancano (la Spagna ha proposto una durata-limite di altri cinque anni), ma per l’ Italia come per altri sarebbe un suicidio politico muoversi da sola e tradire le regole di un impegno comune al massimo livello».

Che si creda o no allo “scontro di civiltà”, la guerra con il terrorismo islamico, con al Qaeda e con il talebani è una guerra che l’Occidente non può permettersi di perdere. Perché il costo politico sarebbe spaventoso, e lo pagherebbero anche le generazioni future.
Questo io penso da uomo di pace che odia ogni retorica guerrafondaia. Lo penso da europeo democratico che vuole, per i propri figli, una società imperfetta, ma libera e laica. Ci sono guerre che devono essere combattute, purtroppo. Come accadde con il nazismo. Accade anche ora.

Aspetto le vostre opinioni, lettori di MilleOrienti. E mi interesseranno moltissimo, anche e sopratutto quelle diverse dalla mia.

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8 Risposte »

  • carlo buldrini :

    Caro Marco,
    potrei essere d’accordo su tutto quello che dici. Ma, in questo caso, il problema non è tanto il “fare” la guerra quanto di “vincerla”. Due giorni dopo l’imboscata in cui sono stati uccisi i sei paracadutisti della Folgore, il Mullah Omar è tornato a farsi vivo. Il leader talebano ha intimato agli eserciti stranieri di lasciare il paese. Ha ricordato come l’Afghanistan sia sempre stato la tomba delle truppe “coloniali”. “Gli invasori dovrebbero studiare la storia – ha detto – Più soldati invieranno, più dolorosa sarà la sconfitta che dovranno subire”.
    All’epoca dell’intervento sovietico in Afghanistan vivevo in India. Fui uno dei primi giornalisti a recarmi a Peshawar dove cominciavano ad arrivare i primi profughi afghani. In India ebbi modo di studiare a fondo l’intervento dell’esercito inglese in Afghanistan, iniziato nel luglio 1839. Due anni e mezzo dopo, nel gennaio del 1842, durante la tragica ritirata di quello che rimaneva della famosa Armata dell’Indo, gli afghani, con una serie interminabile di imboscate, uccisero tutti gli uomini del generale Elphinstone tranne uno. Lasciarono in vita il medico chirurgo William Bryden per permettergli di raggiungere, a cavallo e ferito, Jalalabad e comunicare al resto dell’esercito inglese la disfatta.
    Contro gli inglesi prima, i sovietici poi e, adesso, contro gli uomini della International Security Assistence Force (Isaf) della Nato, gli afghani hanno sempre messo in atto la stessa strategia: la guerra d’attrito. Per gli eserciti “invasori” (o “liberatori”, chiamali come vuoi) quste guerre, in Afghanistan, non possono essere vinte. Per questo la soluzione del problema afghano non può che essere politica.
    Carlo Buldrini

  • Enrico G :

    Concordo al 100% con la tua opinione..anche se sono contrario all’uso della forza.In questo momento bisogna restare in Afganisthan e soprattutto bisogna cambiare la strategia politica in quel martoriato paese…saluti

  • Boh/Orientalia4All :

    Marco, anche io penso, anche se per motici diversi (forse più cinici) che la partecipazione alla guerra in Afghanistan vada assolutamente ripensata.

    E lo scrivo da mesi. Non che conti molto, ma l’ho scritto e l’ho detto più volte, anche in sedi un po’ più “alte” rispetto ai nostri blog. Ovviamente, però, facciamo parte della NATO dal 1949 (cioè da sempre) e se ci chiamano dobbiamo andare. Questo è il punto per quello che riguarda l’Italia.

    Il punto principale è che gli USA dovrebbero cambiare strategia, stanno (e stiamo) combattendo una guerra perdente. E inutile. Proprio dal punto di vista strategico. Una guerra che non vicneranno, a meno di occupare tutto l’Afghanistan e tutta l’Arabia Saudita (cose impossibili).

    E, forse, chi sa, i veri motivi di questa guerra non li sappiamo tutti neanche noi, e lo dico basandomi sui pareri di due politici afghani che vanno e vengono dal paese e hanno visto cose di cui i giornali non parlano e che forse, dico forse, i giornalisti che vanno lì non hanno neanche mai visto.

  • Boh/Orientalia4All :

    ps ho scritto sempre e da mesi quello che dice l’amico Carlo Burldrini, con il quale concordo appieno. La guerra non va fatta per motivi strategici, non solo politici o umanitari, ma soprattutto strategici. Sarà un nuovo Vietnam.

    E poi, appunto, io penso anche un po’ oltre, che ho scritto nel mio post: chi sa se non ci sono altri motivi per la presenza della coalizione occidentale nel paese.

  • marco restelli (autore) :

    Cara Orientalia4all, credo anch’io che la guerra non possa assolutamente essere vinta se continuerà ad essere condotta con le metodologie fin qui utilizzate. Ma credo anche che lo scontro con il terrorismo islamico richieda una strategia di lungo respiro che non può non includere anche interventi in Afghanistan (che è cosa diversa dall’occupare il Paese…non occupabile in sè, come insegnala Storia e come ci ricorda anche l’amico Buldrini).
    Ma a cosa alludi quando parli di «altri motivi per la presenza della coalizione occidentale nel paese»? Sarebbe interessante saperlo….

  • Boh/Orientalia4All :

    Marco, li ho scritti nel mio post. Ti spiace se rimando a quello (è lunghetto)?

  • Piero Verni :

    Non sono mai stato un pacifista. Credo ad esempio che, storicamente, il pacifismo degli anni ’30 abbia concesso al nazismo enormi possibilità di crescita economico-militare (la guerra alla Germania hitleriana andava fatta immediatamente dopo la rottura dei trattati internazionali compiuta da Hitler -a partire dal riarmo- appena andato al potere).
    Premesso questo, devo dire che, per come sono state condotte le cose in Afghanisan (vale a dire nel modo più demenziale possibile) dagli Stati Uniti, a questo punto non posso che essere d’accordo con Carlo Buldrini. L’unica via d’uscita è una soluzione di compromesso politico. Difficile, certo, ma un pochino meno irrealistica di quella militare.
    Credo però che i talebani, come vinsero la guerra civile seguita alla sconfitta sovietica, stiano vincendo anche questa guerra. Vista anche la estrema pochezza della classe dirigente che li avversa. Karzai in testa. Forse l’unico che poteva affrontarli con una certa possibilità di successo era Massud. Che non a caso eliminarono in un attentato prima dell’11 settembre.
    Temo proprio che il mondo dovrà abituarsi a convivere con una Kabul in cui il Mullah Omar è destinato a svolgere un ruolo di rilievo.
    Piero Verni

  • FRANCESCO :

    PER ME BISOGNEREBBE ANDARE SOTTO I TUNNEL E AMMAZZARLI TUTTTI COSI DA METTERE FINE ALLA GUERRA E RITORNARE TUTTI A CA SA OPPURE METTERE DELLLE BOMBE ATOMICHE SOTTO I TUNNEL E FARLI SALTARE IN ARIA

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