Home » CINA, TIBET

Il Dalai Lama ha fallito, e Sant’Obama non lo salverà. Sul dramma del Tibet e le ipocrisie dell’Occidente è ora di parlarsi chiaro!

11 ottobre 2009 di 19

30_finaliste_Beh, adesso basta. Di belle intenzioni sulla pace nel mondo sono pieni anche i concorsi di Miss Italia. (La classica domanda “di cultura” alle aspiranti miss: «E lei cosa vorrebbe?» Risposta: «lapacenelmondo»). Che il presidente degli Stati Uniti d’America ogni tanto parli  come un’aspirante velina di Miss Italia, passi. Ma che vinca anche il premio Nobel per la pace senza avere ancora realizzato nulla, proprio no.

Ma ciò che risulta insopportabile sono il buonismo, la prudenza buonsensaia e l’ipocrisia dell’Occidente verso il Dalai Lama. E’ ciò che possiamo chiamare la politica delle pacche sulle spalle. In nome della pace, tutti i leader politici occidentali hanno accolto il Dalai Lama dandogli grandi pacche sulle spalle e assicurandogli la propria verbosa solidarietà. Ma nei vent’anni (vent’anni!) passati dal conferimento del Nobel per la pace al Dalai Lama, nessun Paese occidentale ha fatto passi concreti per pressare la Cina sulla questione dei diritti umani e su quella del dramma tibetano. E la ragione ovviaobamab è che nessuno vuol compromettere i propri business nel ricco mercato cinese.

L’ultimo esempio di questa “politica delle pacche sulle spalle” è proprio Obama, che da una parte definisce il Dalai Lama “un modello” di saggezza politica e dall’altra si rifiuta di riceverlo prima di andare in Cina da Hu Jintao; lo vedrà al ritorno da Beijing, invece, quando potrà chiacchierare amabilmente con lui senza prendere impegni politici concreti. Una contraddizione che è stata rilevata, prima che dai  mass media, da molti blogger, come l’ottima Orientalia4all. Eppure prosegue inarrestabile nei mass media la beatificazione di Sant’Obama (che non è stato eletto per starci simpatico bensì per fare politica concreta).
E quel che più conta, questa beatificazione copre la storica ipocrisia dell’Occidente sul Tibet e sui diritti umani in Cina.

Hu Jintao
Hu Jintao

Consideriamo l’intervento del giornalista del Corriere della Sera Marco Del Corona sul suo blog Le vie dell’Asia. Del Corona – il quale peraltro è uno dei pochi giornalisti italiani che possano scrivere di Asia senza dire orrende castronerie – a proposito della politica sino-tibetana di Obama parla di «accortezza», di «capacità di dare un’accelerazione innovativa alle pratiche della diplomazia», e di «un approccio che mostra realismo e pragmatismo». Ma stiamo scherzando? Invidio davvero quest’ottimismo da anime belle. E’ vero, come dice Del Corona, che «nessuno ormai è in grado di ordinare alla Cina cosa deve fare» ma non è vero (come dice Del Corona) che la politica del muro-contro-muro con la Cina popolare sia fallita…per la semplice ragione che non c’è mai stata! Qualcuno ricorda atti clamorosi, strappi diplomatici, convegni di denuncia, oppure pressioni economiche o azioni politiche concertate a livello internazionale per esercitare pressioni sulla Cina per il rispetto dei diritti umani? Negli ultimi vent’anni non ve n’è stata traccia.

Ma colpevole di ciò, ovviamente, non è Obama, bensì i responsabili delle politiche estere dei Paesi occidentali in questi decenni. george-w-bush,property=posterPerciò suona vagamente ridicola la tesi di Paolo Granzotto, che rispondendo a un lettore su Il Giornale scrive a proposito di Obama: «Un Hu Jintao che lo accoglie gelidamente avrebbe intorbidito la sua impronta messianica: ed è quello il pericolo che ha inteso scongiurare voltando le spalle al Dalai Lama. E pensare che ciò che non ha avuto il coraggio di fare Obama lo fece, petto in fuori e testa alta, George W. Bush». Il ridicolo sta nel fatto che il non-rimpiangibile (se non da Granzotto) George W. Bush accolse sì il Dalai Lama a Washington prima di andare a Beijing ma poi nel concreto non fece nulla, assolutamente nulla, per condizionare positivamente la politica della Cina. Insomma: allora come ora, sempre e solo “pacche sulle spalle”.

Ora diciamoci la cruda verità: l’Occidente è corresponsabile sì, ma solo al 50%, del totale fallimento della linea politica seguita dai consiglieri politici del  Dalai Lama in questi vent’anni. Perché è di questo che si tratta: la “Via di Mezzo” (come è stata chiamata, con evidente riferimento al buddhismo, la politica di dialogo con la Cina) è fallita. Chiariamoci subito: l’autorità spirituale del Dalai Lama dalai-lama(che è un illuminato) non è assolutamente in discussione, ma linea politica del Governo tibetano in esilio a Dharamsala (legittimo rappresentante del popolo tibetano) deve poterlo essere.
Il Governo tibetano in esilio ha rinunciato a richiedere l’indipendenza, ha rinunciato a compiere manifestazioni politiche “forti”, ha rinunciato a ritrarsi dai colloqui bilaterali anche quando era evidente a tutti che i cinesi stavano solo cercando di prendere tempo per non fare brutte figure con l’opinione pubblica mondiale (come avvenne nei collqui precendenti le Olimpiadi di Beijing, conclusi come sempre con un nulla di fatto). A fronte delle tante rinunce, dei tanti gesti di buona volontà compiuti dai tibetani, la Cina non ha mai concesso assolutamente nulla. L’altro 50% di responsabilità per questo fallimento politico è dunque da attribuirsi al Kalon Tripa,  il primo ministro Samdhong Rinpoche; e sarebbe ora che lui e gli altri membri del  Governo tibetano in esilio si assumessero pubblicamente la responsabilità del fallimento di questa politica della Via di Mezzo, anziché cercare – come purtroppo accade – di tacitare tutte le voci di dissenso politico sia nel mondo tibetano sia nel mondo degli occidentali amici del Tibet.

Dharamsala
Dharamsala

Su questa tragica situazione e sugli strumenti politici per affrontarla si sta sviluppando un ampio dibattito in Rete. Un esempio è fornito dal blog di Piero Verni, Free Tibet, che ha ospitato di recente un doppio intervento di una delle migliori menti politiche del mondo tibetano, Jamyang Norbu. Vi invito a leggerlo (e a leggere il dibattito seguito ai due interventi): si richiede una svolta politica nei confronti della Cina, più incisività  sul piano internazionale, elezioni multipartitiche nel mondo tibetano, maggiore rispetto per il dissenso, chiara distinzione fra autorità spirituale e autorità politica. E’ un inizio, una piattaforma per ridiscutere la riorganizzazione politica del mondo tibetano e una strategia diversa, più combattiva, nei confronti di Beijing. Unica via per “rimescolare le carte” anche nei confronti dei tentennamenti occidentali. Perché il Tibet non può più affidarsi alla politica delle “pacche sulle spalle”. E Sant’Obama (per quanto ci stia simpatico) non lo salverà.                                               M.R.

Related Posts with Thumbnails

19 Risposte »

  • Piero Verni :

    Caro Marco,

    intervengo subito (sperando di non sembrare troppo invadente) lasciando un commento su questo tuo articolo estremamente interessante . Articolo di cui posso dire di condividere in pratica parola per parola. La politica della “via di mezzo” è fallita ed il suo fallimento credo non possa essere contestato da nessun esponente politico, tibetano o non tibetano. È quindi ormai improrogabile porre all’ordine del giorno dell’orizzonte politico tibetano cosa la possa sostituire. Dal mio punto di vista ritengo che solo una lotta non violenta ma radicale all’occupazione cinese e alle sue espressioni concrete possa portare il contributo prezioso del mondo tibetano al più generale impegno per modificare gli equilibri politici a Pechino e aiutare un cambiamento positivo dello Stato di cose presenti. Perché questo accada ritengo indispensabili due cose. Innanzitutto che in questa fase il popolo tibetano non rinunci al progetto di riottenere l’indipendenza perduta. E poi che all’interno della società tibetana dell’esilio, proprio come sostenuto nell’intervento di Jamyang Norbu a cui fai riferimento nel tuo articolo, si possa avviare un processo di effettiva democratizzazione con l’instaurazione di una dinamica autenticamente democratica che possa sia prefigurare la struttura politica di un futuro Tibet libero sia dar vita a un civile confronto tra le varie posizioni politiche che attraversano il mondo dei rifugiati tibetani. Questo, ovviamente, presuppone la nascita di veri e propri partiti politici che in quanto tali si possano presentare alle elezioni per il Parlamento tibetano in esilio e per la carica di primo ministro.

    Solo così, mi sembra, il mondo dei rifugiati potrà diventare l’indispensabile elemento propulsivo in grado di dare vita ad un effettivo movimento di liberazione del Tibet e interagire creativamente con tutti coloro che a prezzo delle loro vite e di durissime pene detentive lottano in Tibet contro l’occupazione cinese e per riottenere la libertà perduta. Per quanto riguarda noi amici internazionali del Tibet, penso che dovremmo fare sentire fino in fondo la nostra solidarietà a quella che mi appare come l’avanguardia più politicamente intelligente, creativa e realistica. Avanguardia di cui Jamyang Norbu è sicuramente uno degli esponenti più lucidi e preparati.

    Un caro saluto,

    Piero Verni

  • Claudio Tecchio :

    Forum : Dichiarazione di Torino

    Riflessione sulla Cina

    Nonostante l’immagine che il Partito Comunista Cinese continua a dare del Paese, la realtà della Cina è alquanto diversa. Aumentano le diseguaglianze, la corruzione è sempre più diffusa a tutti i livelli del sistema, la condizione dei contadini, che costituiscono la maggioranza della popolazione, continua a deteriorarsi in termini economici, sociali, ed ambientali, perfino lo stesso sviluppo economico, là dove è presente, non ha affatto migliorato le condizioni di vita e di lavoro della maggioranza dei lavoratori e tutte le libertà fondamentali continuano ad essere negate.
    Proprio per questo, come ammesso dalle stesse fonti ufficiali di Pechino, il livello di protesta sociale diffusa è in constante aumento. A tutto questo si aggiunge la resistenza non violenta degli aderenti al movimento spirituale Falun Dafa, le lotte dei lavoratori che cercano di dar vita a dei sindacati liberi e tanto nel Turkestan orientale quanto nella Mongolia meridionale si stanno riorganizzando I movimenti di resistenza all’occupazione coloniale cinese.
    Nel contesto dei rapporti internazionali la politica di Pechino è sempre più aggressiva dal punto di vista politico, economico e militare (l’aumento vertiginoso delle spese per l’apparato militare potrebbe far pensare ad una possibile azione di forza nei confronti di Taiwan).

    Il Tibet all’interno del contesto cinese

    In questi ultimi anni la politica di Pechino nei confronti del Tibet non è cambiata. Anzi, sotto numerosi aspetti, si è ulteriormente inasprita. Continua massiccio l’arrivo di coloni han. La marginalizzazzione dell’etnia tibetana è sempre più accentuata in quanto questa non ha tratto alcun beneficio reale dai modesti investimenti del cosidetto “piano di sviluppo delle regioni occidentali” programmato da Pechino.
    L’esercizio di tutte le libertà fondamentali, sia civili sia religiose, continua ad essere sostanzialmente negato nonostante le numerose iniziative e prese di posizione di parlamenti e organismi internazionali.
    Ed oggi dobbiamo persino assistere impotenti alla deportazione di massa di contadini e pastori nomadi.
    Quindi, con rammarico, siamo costretti a prendere atto del sostanziale fallimento di tutte le iniziative politiche e diplomatiche fin qui assunte.
    In particolare constatiamo che, a 18 anni dalla Proposta di Strasburgo (giugno 1988), le scelte del Dalai Lama e del governo tibetano in esilio non hanno prodotto alcun cambiamento reale nonostante le successive concessioni al regime cinese. Giunte sino alla recente rinuncia allo stesso diritto all’autodeterminazione del popolo tibetano (definito nella Dichiarazione del Dalai Lama del 10 marzo 2006, “…uno dei gruppi più importanti tra le 55 minoranze etniche cinesi).
    Risulta quindi evidente che il cosidetto “dialogo”, da molti enfatizzato, non ha modificato questo quadro ma addirittura fornito a governi e istituzioni internazionali, l’alibi per non dare concreta attuazione ad alcune importanti risoluzioni sul Tibet (vedi Risoluzione del Parlamento Europeo del 6 luglio 2000).
    Una delle più preoccupanti conseguenze di questo approccio è stato un generale calo di tensione nei riguardi della questione tibetana al quale si aggiunge un altrettanto preoccupante disorientamento dei tibetani e dei loro sostenitori ai quali è stato esplicitamente richiesto di sospendere ogni attività di denuncia nei confronti di Pechino. Inoltre in ripetute occasioni lo stesso Dalai Lama e diversi esponenti del suo governo in esilio hanno apertamente sostenuto progetti e proposte quali l’ingresso della Repubblica Popolare Cinese nel WTO e l’assegnazione dei giochi olimpici a Pechino. A questo si aggiunge la dichiarazione del primo ministro Samdong Rinpoche, che saluta come un fatto positivo per lo sviluppo economico del Tibet, l’apertura del collegamento ferroviario tra Golmud e Lhasa.

    Lo scenario fin qui delineato ci impone quindi di :

    – appoggiare un movimento unitario per l’indipendenza al quale potremmo offrire tutto il nostro incondizionato sostegno e cooperazione per realizzare le aspirazioni del popolo tibetano ad un Tibet indipendente, dimostrate costantemente negli anni dai coraggiosi attivisti che protestano all’interno del Tibet

    – definire una strategia adeguata, basata sul diritto all’autodeterminazione del Popolo Tibetano, che tenga conto delle decisioni già assunte dall’International Conference of the Chushi Gangdruk (December 2006) e dei principi sanciti nella Declaration of Independence of the Nations of High Asia ( September 2006) .

    – unificare in un Fronte Unico tutte le forze di opposizione, politica e sociale, al regime comunista cinese, tanto in Tibet quanto negli altri Paesi dalla Cina illegalmente occupati

    – porre le basi per la creazione di un Sindacato Libero che si batta per garantire ai lavoratori ed alle lavoratrici del Tibet un lavoro dignitoso,una giusta remunerazione e l’esercizio delle libertà sindacali.

    – chiedere a tutti i Paesi Liberi di boicottare i Giochi Olimpici di Pechino 2008

    – esigere dalle Nazioni Unite la condanna dell’occupazione illegale del Tibet,del Turkestan Orientale e della Mongolia del Sud

    – invitare l’Unione Europea a sospendere il cosiddetto “dialogo” con la Cina sino a quando la Repubblica Popolare Cinese non avrà ratificato, ed integralmente applicato, tutte le convenzioni internazionali sottoscritte

    -ricorrere alla Giustizia Universale ed alla Legge Internazionale per porre fine all’impunità sia in Tibet che in Cina.

    Torino , li 26/5/2007

    Il I° Forum Internazionale per la Libertà del Tibet

    Jamyang Norbu , Rangzen Alliance

    Wei Jingsheng , Wei Jingsheng Foundation

    Claudio Tecchio , Campagna di Solidarietà con il Popolo Tibetano

    Dhundup Namgyal Khorko , Dhokham Chushi Gangdruk

    Tamding Choepel ,Tibet Culture House

    Chemey Yungdrung , National Democratic Party of Tibet

    Mario Scotti , Segretario Generale CISL Piemonte

    Alan Cantos y Jose Elias Esteve , Comite de Apoyo al Tibet

    Larry Gerstein ,International Tibet Independence Movement

    Mathieu Vernerey – Sonia Pradine , Alternative Tibetaine

    Francois Bruxeille –Francois Corona ,Tibet Destination Rangzen

    Paolo Pozzo , Comitato ISCOS Piemonte

    Bruno Portigliatti, Unione Buddhista Europea

    Antonello Brandi , Laogai Research Foundation Italy

    Angelo Montali , Movimento Cristiano Lavoratori

    Palden Gyatso

    Piero Verni

    Jean- Claude Buhrer

    Claude B. Levenson

    Antonio Attisani

    Vincenzo Rizzo , Associazione Incontri Italiani

    Carlo Buldrini

  • Boh/Orientalia4All :

    La Cina sta diventando troppo forte anche per gli USA, questo è il vero punto: economicamente e politicamente.

    Nell’era della globalizzazione, l’irruzione dell’economia nel politico è una realtà di fatto. E’ un bene, se serve a migliorare la qualità di vita di tanti; ma i deboli, anche se numericamente diminuiscono, diventano sempre più deboli ed emarginati.

    Il Tibet in esilio è debole ed emarginato e anche all’India non interessa più così tanto proteggerlo. Di fatto è solo, e quindi perdente.

    Enrica Garzilli

  • Nello :

    Concordo nella sostanza ma non nelle conclusioni quanto scritto da Marco e da Verni. La tesi di Enrica mi trova invece pienamente d’accordo. Io credo bisogna scendere dal monte dell’idea e scontrasri con la dura realtà.
    Innanitutto il Tibet non è nulla in confronto alla Cina. E’ Davide contro Golia e non è detto che il primo vinca sempre. Anzi. Il Tibet fa tenerezza, ma non spaventa come la Palestina. Lo so, il confronto nnon regge perchè parliamo di quetsioni diverse, ma mentre per la Palestina in campo la politica scende, per il Tibet no. Perchè? Perchè non ci sono interessi. Inannzitutto il Tibet non terrorizza. POi non ha nulla da sfruttare se non il turismo. Terzo: oggi, per questioni economiche (ma anche politico-militari) nessuno può mettersi contro la Cina, siamo realisti. Ho seguito da vicino l’assise tibetana convocata dal Dalai l’anno scorso proprio per decidereilc ambio di strategia. I giovani spingevano per l’abolizione della via di mezzo e l’introduzione della via dei fatti. La loro posizione è stata scartata, sia perchè inconcludente, sia perchè metterebbe ini un angolo il Dalai Lama. Diciamocelo chiaramente: se molti nel mondo si sono uniti alla causa tibetana, è per l’opera del Dalai. Ho visto centinaia di manifestazioni di attivisti tibetani a Delhi e a Kathmandu, tutte finite con l’arresto dei manifestanti. India e Nepal non hanno interesse a mettersi contro la Cina, nonostante ospitino i tibetani. Figuratevi gli altri.
    Nel 2006, maggio, intervistai il Dalai a Dharamsala. Alla mia domanda se i paesi avessero dovuto pensare a ritorsioni economiche contro la Cina o a un embargo (si parlava di quella misura, allora), il Dalai mi disse che non era d’accordo, perchè la cosa avrebbe toccato solo i poveri cinesi e non i governanti.
    Anche per la questione dell’indipendenza, vale lo stesso principio. Il Tibet non può aspirare all’indipendenza, proprio per la questione di Davide e Golia di cui sopra. In una cornice ben definita di leggi e regolamenti, invece, può ottenere molto da una sincera autonomia.
    Qual’è la ricetta vincente? non lo so. Ma temo che manifestazioni di protesa che esulino dalla via di mezzo, possano sfociare in reazioni troppo violente da parte di Pechino.
    Dal momento che l’unica cosa che interessa la Cina oggi è l’aspetto economico, io insisto. La faccenda tibetana può dare il nome ad un regolamento mondiale, secondo il quale i paesi che vogliono fare affari devono sottostare a regole precise in termini di rispetto di diritti umani.

  • Titti Dossi :

    credevo di aver visto tutto, ma assegnare un nobel per la pace sulle intenzioni credo che sia troppo! pensandoci bene in un contesto politico mondiale dove l’economia ha soppiantato l’ideologia e la morale ci sta benissimo. forse è stato un messaggio subliminale. mi chiedo però qual’è la posizione dell’italia e dell’europa in merito alla posizione del Dalai Lama. scusate. sono provincialotta.

  • Piero Verni :

    Allora vorrei rispondere in modo particolare alle considerazioni di Nello. Indubbiamente se le cose stessero nel modo in cui le pone lui le speranze di una soluzione positiva della questione tibetana sarebbero pochissime se non addirittura nulle. Ritengo anch’io che le lotte tra i Davide e i Golia quasi mai si risolvono con la vittoria dei primi. Il problema però è che si può impostare la questione tibetana in tutt’altro modo che non la lotta isolata del Davide tibetano contro il Golia cinese. Infatti ritengo che il principale errore alla base della fallimentare politica della “via di mezzo” del Dalai Lama sia stato proprio quello di tentare una soluzione diplomatica tra il suo governo in esilio e Pechino. Isolando così la questione tibetana. Il secondo, sempre a mio modesto avviso, è quello di ritenere la presente dirigenza politica cinese disponibile al dialogo e al cambiamento. O meglio, a un cambiamento significativo. Vale a dire quella che il Dalai Lama suole chiamare una “significativa autonomia”. E inoltre puntare tutte le sue carte su di un effettivo e pressante appoggio internazionale alla sua causa. Ora è ovvio che nessun governo si metterà mai contro Pechino solo per aiutare 6 milioni di tibetani ed il loro leader. Per quanto egli possa essere rispettato ed amato dalla gente.

    Ben più interessante sarebbe invece una prospettiva che vedesse il popolo tibetano, dentro e fuori il Tibet, parte di quel variegato fronte di etnie, gruppi sociali, componenti culturali, realtà religiose, che sono sempre più insofferenti nei confronti della dimensione autoritaria del presente regime capital- comunista cinese e, ognuno a suo modo, cercano di combatterlo. Ed a questo proposito sarà bene sfatare la leggenda che vorrebbe il regime cinese onnipotente, invincibile, intoccabile… insomma una superpotenza che tutto può e che nulla teme. La realtà dello stato di cose presenti in Cina è invece molto diversa. Non a caso i più avvertiti commentatori internazionali spazio di cose cinesi hanno rilevato, in occasione della muscolare esibizione di forza avvenuta durante la parata militare del 1 ottobre a Pechino, come essa sia stata molto più una indicazione di debolezza che non di forza. E la stessa cosa si può dire della precipitosa partenza di Hu Jintao nel luglio scorso, alla vigilia del G8 che avrebbe dovuto consacrare l’ingresso della Repubblica popolare cinese nel salotto buono dell’economia mondiale. Pur consapevole dell’importanza dell’evento, Hu Jintao preferì non partecipare per essere presente a Pechino e da lì dirigere la sanguinosa repressione della rivolta del popolo uiguro. La realtà infatti è molto diversa da quanto spesso si sente dire della Cina. Ora non vorrei parafrasare un vecchio slogan maoista e affermare che la “Cina è una tigre di carta”. Però credo che si possa ragionevolmente sostenere che la struttura del potere cinese è tutt’altro che monolitica e l’azione congiunta delle forze che hanno aperto un contenzioso con il presente regime possa prima o poi (forse più prima che poi) determinare un significativo cambiamento all’interno della Repubblica popolare cinese. Alla fine degli anni ’80 nessuno avrebbe potuto immaginare che le repubbliche baltiche avrebbero potuto nel giro di pochi anni tornare ad essere indipendenti. E di certo dal sole niente avrebbero potuto fare contro l’occupazione di Mosca. Eppure il crollo dell’Unione Sovietica ha prodotto, tra l’altro, anche quel risultato.

    Per concludere quindi ritengo anch’io che da solo il popolo tibetano niente potrà e niente potrebbe contro il gigante cinese. Ma se la battaglia la si sposta dal “gigante cinese” al “governo cinese” e la si situa all’interno del contesto di cui ho appena parlato, allora la prospettiva è completamente diversa. E, sempre a mio modestissimo parere, potrebbe essere la prospettiva giusta per risolvere la questione tibetana e anche quella cinese.
    In altre parole, libertà per il Tibet e democrazia per la Cina.

  • Piero Verni :

    Cara Titti, la posizione dell’Italia (così come quella di qualsiasi altro governo mondiale) è quella di rivolgere al Dalai Lama tante ipocrite parole di simpatia nei suoi confronti ma di non fare assolutamente nulla di concreto per la causa tibetana. E di essere invece del tutto proni alle minacce ed ai ricatti di Pechino.

    Come ho tentato di spiegare nel post precedente non penso che sia l’aiuto dei governi e delle burocrazie internazionali a poter liberare il popolo tibetano e ad aprire spazi di democrazia e di libertà all’interno della stessa Cina.

  • Giuseppe :

    Ma perkè sostenere che Obama non ha fatto nulla per la pace? innanzitutto ha rinunciato alle installazioni missilistiche in Polonia evitando la conseguente corsa al riarmo, già annunciata, da parte della Russia e scusate se vi sembra poco.
    Ha lasciato la porta socchiusa per un inizio di dialogo con l’Iran.
    Sono tutti “fatti” che favoriscono la distensione e per un neo presidente di una potenza come gli U.S.A. che succede ad un Presidente che mostrava i muscoli ad ogni piè sospinto credo sia una grande novità.
    Certo in questo tipo di assegnazione di riconoscimenti c’è sempre qualkuno ke pensa che c’erano altre persone più meritevoli ma non tutti la pensano allo stesso modo (ankio avrei dato il pallone d’oro ad un giocatore dell’inter !!!! e invece l’hanno assegnato a C. Ronaldo…).
    Per quanto riguarda il Tibet, o qualcuno bombarda a tappeto la Cina (chi?? Obama??) o si viene a patti.
    La Cina è una dittatura che però è stata riconosciuta dalla comunità internazionale tant’è che siede al consesso dell’ONU (per quel che vale ancora l’ONU).
    E allora perkè irritarla incontrando il Dalai Lama prima di Beijing ? per fare il duro come Bush ? e ki ci va di mezzo? il Tibet, quindi poikè Obama non intende bombardare la Cina cerca con la distensione di non peggiorare la situazione del Tibet.
    La comunità internazionale può fare pressioni per arrivare ad un compromesso, anke se il concetto di democrazia da quelle parti è molto diverso dal nostro, e non è certo con il muso duro che con la Cina si ottiene qualkosa.
    Grazie dell’ospitalità,
    cari saluti
    G. Boffi

  • marco restelli (autore) :

    caro Giuseppe, a me Obama piace, e molto, e quel che tu dici riguardo ai passi che ha compiuto per risolvere pacificamente alcune controversie internazionali è vero, tuttavia…non è assolutamente abbastanza per meritare un Nobel per la pace! La colpa non è sua, ovviamente, è dell’accademia di Oslo che gliel’ha conferito, svalutando così un premio che – per mantenere il suo valore – deve arrivare a chi ha fatto qualcosa di grande. E Obama forse lo farà, ma deve ancora dimostrare quasi tutto.
    Quanto al Tibet, la politica del dialogo a senso unico non è servita a niente, finora. Prova a rileggere le considerazioni di Piero Verni: i tibetani non hanno più nulla da perdere…peggio di così non possono stare.
    ciao e grazie per il tuo intervento,
    Marco

  • Indonapoletano :

    Sono d’accordo con Piero. Ma la sua esposizione non fa altro che confermare il mio pensiero. Non ci sono soluzioni. O, almeno, io non ne riesco a trovare. Piuttosto che non far nulla, anche la via di mezzo va bene. E se la stessa fosse appoggiata politicamente per tentare una via d’accesso nel governo di Pechino? Io vedo l’interesse internazionale (a livello governativo e politico) scarso nei confronti della causa tibetana e temo che un’azione decisa di quella invocata dai giovani tibetani possa ridurre ancora di piu’ l’interesse. Danneggiando almeno quel consenso popolare che fino ad ora la causa ha trovato nel mondo.
    nello

  • Piero Verni :

    La soluzione, come ho tentato di spiegare nei miei interventi precedenti, consiste nel non isolare il problema tibetano- o meglio il dramma tibetano- dal più generale contesto cinese. È indubbio che il popolo tibetano potrà fare valere i propri diritti all’interno di una dimensione di dialogo e di confronto civile solo con una Cina che si sarà liberata dal presente regime autoritario capital comunista. E per far questo i tibetani dovranno portare il loro contributo alla lotta che tende a premere dall’interno per un cambiamento positivo di regime in Cina. Sarà solo così che le cose potranno mutare. Dall’esterno tibetani, uiguri, mongoli e oppositori vari cinesi potranno aspettarsi solo l’aiuto di organizzazioni non governative e umanitarie. Per quanto riguarda le burocrazie internazionali e i governi sarà bene comprendere una volta per tutte che non muoveranno un dito. Però a mio avviso la situazione cinese, letta con attenzione senza farsi influenzare dalla propaganda di Pechino, lascia ragionevolmente intendere che la possibilità di un mutamento positivo dello stato di cose presenti è tutt’altro che una utopia. Secondo le stesse fonti del partito comunista cinese nel 2008 ci sono state decine di migliaia di manifestazioni di protesta. La maggior parte delle quali represse duramente dalla polizia armata e dall’esercito. Del resto, come facevo notare in un mio precedente intervento, ci sono molti segnali che le autorità di Pechino sono tutt’altro che inconsapevoli della precarietà della situazione. Tutt’altro che tranquille.

    Ovviamente questa è solo la mia lettura, il più possibile razionale e non influenzata dalle mie aspettative, di come stanno le cose. Solo i prossimi anni (o magari anche solo i prossimi mesi) ci potranno dire se si tratta di una lettura corretta o sbagliata.

  • Toni Brandi :

    Condivido pienamente le opinioni espresse dagli amici Claudio e Piero. Ricordo anche che, dopo il massacro di Piazza Tian An Men, l’occidente ha reagito duramente verso la Cina, per esempio, mediante l’embargo sulla fornitura delle armi. Oggi , le esecuzioni capitali, la vendita degli organi dei condannati a morte, lo sfruttamento umano nei piu’ di mille campi di lavoro forzato (i Laogai), la repressione di tutte le chiese, le torture e gli arresti continuano imperterriti. Poche voci si levano contro questi crimini e molti politici si lamentano ma non fanno assolutamente nulla per non disturbare i traffici internazionali che non sono certamente a vantaggio delle centinaia di milioni di cinesi sfruttati nei Laogai o nelle imprese lager e non a beneficio delle decine di milioni di disoccupati in occidente ma, solamente, a vantaggio delle multinazionali e del regime capital-comunista cinese. Secondo fonti del regime, ogni giorno in Cina vi sono 200-300 casi di rivolte popolari di contadini, cittadini e di lavoratori. Il regime cinese si regge solamente grazie all’appoggio occidentale. Solzenicyn dichiarò varie volte che il regime sovietico si reggeva solamente grazie all’aiuto tecnologico e finanziario dell’Occidente. Lo stesso vale per la Cina capital-comunista di oggi dove il regime comunista e le multinazionali fanno soldi sul sangue e la pelle dei lavoratori e contadini cinesi ed i disoccupati occidentali. Nel suo libro “Vodka Cola” il famoso sindacalista americano Charles Levinson denunciò come, sin dagli anni Venti del secolo scorso, le banche americane ed europee collaboravano con il regime sovietico per produrre nei gulag e vendere in occidente. La storia si ripete in Cina, oggi. Come il Dalai lama ha sottolineato è la Cina ad avere piu’ bisogno di noi che viceversa. Nessuno avrebbe pensato negli anni ’80 del secolo scorso che i paesi baltici sarebbero stati indipendenti ma è successo nel 1991. L’attuale regime cinese è in crisi con nuove decine di milioni di disoccupati e decine di migliaia di rivolte popolari all’anno. Non potranno nulla gli interessi del grande capitale e dei burocrati di partito. E’ solo questione di tempo il Tibet sarà libero. Toni Brandi

  • Fiducia34 :

    Su i ultimi filmati sul mio blog, il secondo o terzo, “La sagezza degli Anziani”, c’è una semplice risposta sul mondo del business che è prioritario nelle politiche e dunque nella scelta condivisa o no di Obama, e che prutroppo secondo me, anche nella sua politica ha sicuramente a volte le mani legate dai veri “potenti” degli USA (multinazionali,magnatti e quant’altro).
    In primis lui è stato per me dei anni ’61, un simbolo di cambiamento, dopo la storia degli Stati Uniti, poi non mi illudo dei comercials fatti aposta come ovunque, si chiama Marketing. Mio marito lo ha descrito ipocrita quando a scelto di non vedere il Dalai Lama e prima la Cina; io, vi do ragione del fatto che sarebbe ora di prendersi coraggio di certe azzioni, ma conosco il mondo del business (per mio passato) e della diplomazia, con le sue regole, diciamo cosi che a volte anche se mi piace o no, cerco di comprenderla. Dietro, ci sono tante cose sconosciute dal popolo !
    Io sono per la via di mezzo, prima bisogna impararla noi stessi, individui, per che si veda. E’ questo non sembra, essere alla moda ! E’ più alla moda, parlarne, usarla con agressività, farne publicità, e fondamentalmente capire poco del senzo di questa parola.
    Come anche hai detto, c’è da rissanare le politiche passate e più arroganti con l’Estero.
    Niente di facile credo, e ci vuole paziensa, impegno, perseveranza.
    L’altro giorno, per citarti un esempio, il caso dell’ Armenia che c’è stato un passo, dopo anni e anni, di difficoltà e sono stata felice di un primo passo finalmente su questa cultura, che è spesso stata dimenticata.

    Molto interessante,
    Ciao,
    Fabia

  • Piero Verni :

    Altre sei condanne a morte sono state comminate oggi dal tribunale incaricato di vagliare i reati connessi alla rivolta del popolo uiguro di questa estate. Quindi il totale delle sentenze capitali è salito, per il momento, a 12. Un numero enorme anche per uno Stato che fa un uso intensivo della pena di morte. Alla faccia di chi aveva creduto di ravvisare in alcune dichiarazioni recenti di esponenti politici cinesi una qualche forma di ripensamento in materia. Ma non è il discorso sulla pena di morte in Cina che qui mi interessa fare, piuttosto mi sembra una ulteriore conferma di quanto siano consapevoli i dirigenti di Pechino che la situazione dell’ordine pubblico è tutt’altro che sotto controllo. Leggo queste 12 condanne a morte come un’ulteriore segno di quella “debolezza” del regime di cui avevo parlato nei miei interventi precedenti. Pechino conosce bene quanto sia impopolare l’uso della pena di morte. Non più solo alcuni governi europei sono impegnati nel tentativo di mettere al bando questa pratica (ovviamente sotto la spinta di organizzazioni umanitarie internazionali prima fra tutte Amnesty International) ma la battaglia per l’abolizione della pena capitale ha fatto breccia nel cuore e nella mente anche di molti governi non occidentali. All’interno delle Nazioni Unite c’è una solida maggioranza che preme non solo per la moratoria delle esecuzioni capitali ma per la loro totale abolizione.
    In un momento come l’attuale in cui i dirigenti della Cina popolare sono così sensibili ai rapporti con il mondo esterno sia quello occidentale sia con il cosiddetto “terzo mondo”, la decisione di comminare ben 12 condanne a morte a mio avviso non può non essere letta come un segno di quanto la situazione dell’ordine pubblico preoccupi (a mio avviso più che giustamente) la dirigenza della Cina capital-comunista. Ribadisco, la Repubblica popolare cinese non è quel “gigante” monolitico, potente, inattaccabile che molti credono.

    Il corpo di questo “gigante” è infatti attraversato da innumerevoli venature di crisi che lo rendono molto più vulnerabile di quanto in genere non si ritenga.

  • gabriele :

    io vivo in Cina, penso che questa ossessione Occidentale per il Tibet e’ molto strana. Tutti paesi delle dimensioni della Cina occupano territori di confine in cui la popolazione non si sente appartenente al paese. La russia occupa la Cecenia, e l’India il Kashmir.

    La verita’ e’ che il Tibet e’ appartenuto per secoli alla Cina (con l’eccezione del periodo dal 1912 al 1949), ci sono adesso molti Cinesi che ci vivono, e l’atteggiamento di molti Tibetani che vivono in Tibet non ha nulla a che vedere con il Dalai Lama ed il “governo in esilio” composto da membri della classe regnante Tibetana scappati 50 anni fa’. Se il Tibet fose indipendente, sarebbe un paese arretratissimo ed isolato, come il Nepal o il Bhutan.

    Sarebbe meglio richiedere che il governo Cinese faccia degli sforzi per preservare la cultura Tibetana, piuttosto che richiedere una impossibile indipendenza.

  • Piero Verni :

    Caro Gabriele, il fatto di vivere in Cina non dovrebbe automaticamente farti credere a tutte le sciocchezze che propina la propaganda di Pechino. Il Tibet non è stato assolutamente parte della Cina per secoli. Ha solamente fatto parte, a tratti e a seconda della forza militare del momento, della sfera di influenza dell’Impero mancese. Vale a dire l’impero di una popolazione non-han che aveva conquistato Pechino. Non dovrebbero infatti sfuggirti le forti venature nazionalistiche della rivoluzione repubblicana di Sun Yatsen che era contro la monarchia e contro l’occupazione mancese della Cina. Non a caso, il primo gesto simbolico compiuto dai cinesi dopo la caduta dell’imperatore Pu Yi fu proprio quello di tagliarsi il codino imposto loro dai dominatori cinesi. Che poi anche la Cina repubblicana, e poi quella comunista, abbiano rivendicato le conquiste coloniali dei Manciù (oltre al Tibet anche la Mongolia, il Turkestan orientale e perfino parti della Corea e del Viet-nam) è un discorso che con la verità storica non c’entra nulla. Nel 1950 le truppe di Pechino invasero un paese che era indipendente sotto tutti i punti di vista del diritto internazionale. Aveva un governo in grado di far rispettare la propria autorità sul suo territorio (ad esempio se volevi entrare in Tibet dovevi chiedere il visto a Lhasa); aveva una sua amministrazione, un suo esercito, un suo corpus legislativo, emetteva valuta (l’unica a corso legale), aveva un suo sistema postale con tanto di francobolli. Una sua delegazione, guidata dal ministro Shakaba, alla fine degli anni ’40 dello scorso secolo, si recò in diversi paesi (tra cui l’Italia) viaggiando con passaporti tibetani rilasciati dal governo di Lhasa su cui vennero regolarmente rilasciati i visti di ingresso delle nazioni visitate.
    Quindi oggi si può e si deve considerare il Tibet una nazione occupata con la forza da un’altra e il regime a cui è sottoposta, un regime coloniale.
    Onestamente non conosco bene (se non per le notizie sulla brutale repressione russa) la situazione della Cecenia quindi non posso giudicare il paragone che fai con quella nazione. Conosco piuttosto da vicino invece, la situazione del Kashmir e mi pare che c’entri pochissimo con il caso del Tibet. Ma sarebbe un discorso troppo lungo da fare in questo ambito.
    Inoltre, riguardo ai tuoi commenti sulla composizione del governo tibetano in esilio (la cui attuale politica mi trova comunque estremamente contrario) mi appaiono solo una ripetizione della più vieta propaganda di Pechino.
    Infine, cosa sarebbe il Tibet oggi non lo può sapere nessuno. L’unica cosa che si può dire è che sarebbe un Paese che avrebbe scelto il proprio destino sulla base di quello che riteneva più giusto il suo popolo e il suo governo.
    Mai sentito parlare del principio di autodeterminazione dei popoli?

    p.s. Mai stato in Bhutan?

  • Piero Verni :

    ooops. Per la fretta mi sono accorto di un refuso nel mio intervento precedente. Alla decima riga, “dominatori cinesi” deve leggersi, ovviamente, “dominatori mancesi”.
    Scusate.
    P.V.

  • MilleOrienti (autore) :

    Cari lettori, invito tutti quelli fra voi interessati alla questione tibetana a leggere il documento della conferenza mondiale dei parlamentari pro Tibet, pubblicata sul blog di Piero Verni “Free Tibet”, nei commenti alla “Lettera aperta a Francesco Pullia”
    Vi invito anche a leggere l’articolo “Stop del Lama love-in” del giornalista canadese Andy Lamey pubblicato su “Dossier Tibet”. Trovate i link a entrambi i siti nella categoria “blog e siti amici di MilleOrienti”.
    Infine, grazie a tutti i lettori di MilleOrienti per i propri interventi su questa materia, perché il punto di vista di ciascuno contribuisce ad arricchirci.
    Marco

  • Alessandro :

    Caro Pietro Verni….mi sa tanto che a dover studiar la storia e a non dover credere a tutte le panzane che propagnda il movimento/marketing pro tibet creato nell’ottica della politica del contenimento internazionale del comunismo dagli USA dopo la II guerra mondiale sei proprio tu.
    Non è la propaganda di Pechino a scrivere la storia. Sono gli storici, anche occidentali..e che il Tibet prima del 50′ fosse uno “stato indipendente” è una tua pia illusione. NESSUNO stato lo ha mai riconosciuto..e forse ti farà piacere sapere che in un periodo di disfacimento dello stato cinese dovuta alle diverse aggressioni (occidentale e giapponese) subite dal paese, diverse aree sono diventate “autonome” sotto diversi signori della guerra o capi vari..ciò non vuol dire che esse fossero nazioni indipendenti. E non deve sorprendere che una volta riacquistata l’unità, anche quel territorio sia rientrato a far parte del paese. (a proposito, chiediti perché il Dalai sia fuggito – grazie alla CIA – solo nel 59..guarda caso in concomitanza con la promulgazione della riforma agraria nella regione del Tibet, e della fine del potere feudale suo e dei monasteri…mentre fino ad allora aveva ricoperto la carica di vice presidente del Congresso Nazionale del Popolo ed era rimasto tranquillamente in Tibet ad esercitare il suo potere temporale ai danni della stragrande maggioranza della popolazione)
    Non a caso anche gli USA, paladini interessati di una causa che hanno inventato loro, prima della guerra civile in Cina NON riconoscevano alcun Tibet indipendente…perché non esisteva.
    Io capisco il bisogno di dover credere a una causa, ma dare degli ignoranti agli altri quando l’ignorante che falsifica e non conosce la storia sei proprio tu mi sembra sinceramente poco accettabile. Guarda che a credere alla propaganda, quella occidentale sei proprio tu…il povero Gabriele ha fatto i suoi compitini, e la stori a l’ha studiata di certo prima di andare in Cina, e su testi scritti da storici occidentali…quindi ti prego, un po’ più di rispetto grazie.

Lascia un commento!

Aggiungi il tuo commento qui sotto, oppure esegui un trackback dal tuo sito. Puoi anche iscriverti a questi commenti via RSS.

Sii gentile, rimani in argomento. Lo spam non sarà tollerato.

È possibile utilizzare questi tag:
<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Questo sito web supporta i Gravatar. Per ottenere il proprio globally-recognized-avatar, registra un account presso Gravatar.

Inserisci il risultato dell\'operazione * Time limit is exhausted. Please reload the CAPTCHA.