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Ecologia e campagne in India: un video e un articolo per capirne di più

28 gennaio 2010 di 4

Ci sono due Indie. Sotto i riflettori del mondo c’è la shining India, protagonista del boom economico, con le software house di Bangaluru, gli ingegneri informatici, i centri di servizi per l’outsourcing occidentale, le cittadine come Gurgaon dove la gente circola in suv e  le giovani donne non vestono più il sari (senza capire che in sari sono molto più belle che in jeans e felpa…).
E poi c’è l’altra India. Quella forgiata da millenni di storia, di cultura, di tradizioni religiose, che ho cercato di raccontare in vent’anni di reportage. L’India delle campagne, dove risiede tutt’ora quasi il 70% della popolazione. Un’India la cui vita dipende ancora in gran parte dai monsoni.
Le due Indie ovviamente sono intrecciate più di quanto sembri, e il loro destino comune dipende da molti fattori, quali la capacità di coniugare sviluppo e ambiente,  con un utilizzo intelligente e rispettoso delle risorse naturali. Ma sulla questione ecologico-ambientale l’India per ora sembra sorda e cieca.

Questo articolo del Times of India del 28/01/2010 prende in considerazione la classifica mondiale 2010 dei Paesi secondo l’Environmental Performance Index (Epi) da cui risulta che, nel campo delle politiche di lotta all’inquinamento, l’India è messa molto male: al 123° posto. Le fa compagnia la Cina al 121° posto. Uno scotto inevitabile da pagare per i Paesi in via di sviluppo? Non è così, visto che un altro grande Paese in via di sviluppo, il Brasile, si trova ben più avanti, al 62° posto. (Soddisfo subito la vostra legittima curiosità: al primo posto c’è l’Islanda, mentre l’Italia è al 18°).

Questa brutta situazione implica fra l’altro, per l’India, la necessità di capire di non poter avere come unico modello le sue città sempre più inquinate; l’India dovrà rilanciare le campagne in chiave “green economy”, valorizzandone le risorse. E’ quanto suggerisce  l’analisi del Wall Street Journal contenuta in questo bellissimo video (da cui si accede ad altre video-interviste): si intitola «The Rise of Rural India» e parla della lenta crescita della campagna indiana, che è ancora il più grande mercato del Paese. E che può costituire per l’India sia un modello di sviluppo eco-compatibile (come auspicava il Mahatma Gandhi) sia una leva per far progredire l’intera popolazione del Paese, un terzo della quale vive ancora sotto la linea di povertà.

P.S. un grazie al mio amico Roberto Bonzio, curatore del progetto multimediale Italiani di Frontiera, per avermi segnalato il video del Wall Street Journal.

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4 Risposte »

  • sonia :

    Bene, ma chi sarà a gestire questa politica ecologica? il rischio è che se ne occupino proprio le multinazionali che hanno creato la situazione di partenza. Poi non sorprende se in alcune regioni intervengano i maoisti e che il governo, per dissimulare la situazione, bandisca campagne militari di “liberazione”!

  • tfrab :

    su un tema, più o meno, analogo c’è questo bel post di qualche tempo fa.

    http://spataro-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/08/25/sviluppo-insostenibile-un-esempio-indiano/

    @sonia: che la politica ecologica la gestiscano i privati non è necessariamente un male, l’importante è che lo stato fissi una cornice di regole chiara e ben impostata e la faccia rispettare.

    io non conosco l’india come il tenutario del blog, o anche molti dei commentatori. però mi ha colpito leggere in un libro di fareed zakaria la descrizione di un paese con una società in grande fermento, e una politica che fatica a stare al passo.

    in questo quadro potrebbero essere proprio i privati a fare il passo decisivo, e non è neanche detto che multinazionale significhi necessariamente straniero. ormai alcune realtà private indiane sono grosse almeno quanto le “occidentali”.

  • marco restelli (autore) :

    @tfrab: concordo, sia sull’importanza di un quadro normativo da far rispettare ai privati, sia sul fatto che “multinazionale” non è necessariamente una parolaccia… a volte i privati operano meglio del settore pubblico.

    @sonia: non so santificando le multinazionali figurati. Chi sorveglia il loro operato, dici? Beh, per esempio – fra i tanti esempi possibili – Survival International. Che in India si muove con tempismo ed efficacia nella tutela delle popolazioni aborigene e degli ecosistemi in cui vivono, quando questi sono minacciati dagli interessi aggressivi delle multinazionali.
    Su MilleOrienti ho raccontato la storia esemplare degli aborigeni Dongria – e della loro lotta vincente, supportata da Survival – in questo post:
    http://milleorienti.wordpress.com/2009/10/25/india-aborigeni-contro-una-multinazionale-una-storia-esemplare-con-un-finale-a-sorpresa/

  • sonia :

    rimango comunque scettica. spesso le multinazionali a cui mi riferisco sono in combutta con lo stesso governo. pensa al Lalgarh, a Chhattisgarh! non e’ una questione di Survival International. Temo solo per le realta’ di villaggio ma sono comunque fiduciosa perche’ il paese ha bisogno di cambiamenti. Vanda Shiva, non poco tempo fa, aveva gia’ invitato il mondo a riflettere slle potenzialita’ agricole dell’India.

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