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Tibet: quale futuro? Il 5 marzo a Milano un dibattito su tre video-inchieste “fuori dagli schemi”

1 marzo 2010 di 4

Il Tibet sta attraversando uno dei più difficili periodi della sua storia. Nonostante l’interesse che la civiltà tibetana suscita nel mondo e la crescente solidarietà internazionale nei confronti della causa tibetana, la situazione sul Tetto del Mondo rimane drammatica, tanto più che il tentativo del Dalai Lama di aprire un effettivo dialogo con Pechino sembra non sortire risultati concreti. Le condanne a svariati anni di carcere inflitte al video maker Dhondup Wangchen e al fotografo Kunga Tseyang, dimostrano quanto Pechino tema l’informazione indipendente sia per quanto riguarda  i documentari sia i reportages fotografici.

Per capire quale futuro attende il Tibet lo Spazio Sirin (via Vela 15, Milano) in collaborazione con la casa di produzione video Breizh Productions e l’Associazione Italia-Tibet, organizza il 5 marzo 2010 alle ore 21 la serata “Tibet quale futuro”, nel corso della quale verranno proiettati alcuni filmati della Breizh Productions (di cui MilleOrienti ha parlato qui) sul problema tibetano. Discuteranno della situazione del Tibet:

Kelsang Dolkar, Presidente della Comunità tibetana in Italia
Claudio Cardelli
,
Presidente dell’Associazione Italia-Tibet
Piero Verni
,
giornalista, scrittore e direttore di Breizh Productions
Marco Restelli
,
giornalista, indianista e blogger (MilleOrienti)

Qui sotto, il trailer del DVD “Tibet: quale futuro?” di Guido Ferrari


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4 Risposte »

  • Enrica Garzilli :

    complimenti, spero proprio di esserci!

  • Francesco Pullia :

    Tibet, 10 marzo per non dimenticare

    di Francesco Pullia

    Il 10 marzo non è una data qualsiasi. Chi ha a cuore le sorti della libertà e dei diritti elementari nel mondo, e quindi è in grado di spingere il proprio sguardo al di là della punta del naso, non può ignorarla. Al contrario, dovrebbe tenerla bene a mente.
    Cinquantuno anni fa, esattamente il 10 marzo 1959, Lhasa, capitale del Tibet, fu teatro di un’insurrezione popolare nei confronti dei militari cinesi che, tra il 1949 e il 1950, sotto la spinta del comunismo maoista, in flagrante violazione dei trattati internazionali e con i paesi occidentali colpevolmente troppo distratti, avevano invaso lo stato himalayano, instaurando sin dall’inizio un clima di terrore.
    Lo stesso dittatore Mao Tsetung, nel corso delle celebrazioni svoltesi a Pechino per la nascita della Repubblica Popolare Cinese, aveva annunciato che il Tibet sarebbe stato strappato alle “forze imperialiste” e annesso alla Cina. E così accadde qualche mese dopo, dando inizio ad una tragedia che, con un pesantissimo fardello di sangue, morte, orrore, si è protratta sino ai giorni nostri.
    Quel che da allora è avvenuto si può riassumere con un termine tanto veritiero quanto rabbrividente: genocidio.
    Non si può altrimenti definire la riduzione di un popolo, nella propria terra, ad appena sei milioni rispetto a quasi nove milioni di cinesi. Non si può altrimenti definire l’impossibilità da parte dei tibetani di parlare e studiare, nel proprio paese, la propria lingua, di praticare il proprio credo, di sventolare la propria bandiera, di possedere in casa o di portare addosso anche solo un’immagine del Dalai Lama, leader spirituale e politico costretto a seguire la dolorosa via dell’esilio proprio nel 1959, in seguito alla feroce repressione con cui il regime comunista cercò di stroncare ogni forma di resistenza e opposizione.
    Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama del Tibet, grazie all’ospitalità ricevuta nella limitrofa India, poté dare vita a Dharamsala, nella regione dell’Himachal Pradesh, ad un governo democratico impegnandosi a fondo, senza sosta, nel disperato tentativo di salvare il salvabile, e cioè un patrimonio culturale e religioso millenario d’inestimabile valore per l’umanità.
    Quest’uomo che, con il suo saio giallo-amaranto e un braccio scoperto, gira instancabilmente in lungo e in largo i continenti, creando ovunque imbarazzo tra i governanti puntualmente minacciati dalla baldanzosa e sprezzante arroganza cinese, non ha imbracciato un fucile, indossato kefiah o esortato alla jihad. Non ha mai pronunciato una sola parola d’odio nei confronti dei persecutori suoi e della sua gente.
    La sua arma, forse la più temibile e difficile da neutralizzare, è sempre stata e sta nel suo sorriso, nella caparbietà con cui persevera nella forza della nonviolenza opponendo alla politica sorda e assassina perpetrata da Pechino la salda convinzione nel dialogo, in una posizione che lo ha condotto a rivendicare per il Tibet una via di mezzo costituita non dall’indipendenza ma dall’autonomia all’interno della Cina.
    Ciò, anche alla luce dell’ottusità manifestata dal governo cinese, lo ha esposto, specialmente negli ultimi tempi, alle critiche di frange esasperate che, stanche di false promesse e di finti, quanto inutili, colloqui, chiedono a gran voce l’indipendenza.
    Certo è che della Cina, di questa Cina che è incarnazione di un totalitarismo paradossalmente tanto tecnologicamente evoluto quanto drammaticamente rozzo per il modo con cui pretende di annientare le libertà individuali, non ci si può fidare.
    La durezza con cui si è scagliata contro il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, reo di avere ricevuto il Dalai Lama, anch’egli tra l’altro premio Nobel per la pace, è emblematica così come non possono essere sottaciuti i continui tentativi da parte del regime comunista d’intromettersi persino nelle questioni religiose tibetane.
    Valga, tra tutti, il caso del Panchen Lama. Riconosciuto come undicesima reincarnazione direttamente dal Dalai Lama nel 1995, in base ad una complessa procedura d’antichissimo retaggio, venne rapito all’età di sei anni dai cinesi, fatto sparire con tutta la famiglia e sostituito con un coetaneo, indottrinato e, guarda caso, figlio di funzionari comunisti.
    Proprio in questi giorni l’agenzia di stato cinese Xinhua ha reso noto che Gaincain Norbu, il giovane imposto da Pechino in luogo dell’effettiva reincarnazione del Panchen Lama, è stato nominato membro del Comitato Nazionale dell’Assemblea Politica del Popolo (CPPCC), il maggiore organo consultivo del paese.
    Una notizia questa che si commenta da sé, come quella apparsa sul quotidiano Lhasa Evening News che comunica, con l’approssimarsi, appunto, della giornata del 10 marzo, la ripresa in Tibet (ma quando mai è cessata?) da parte dei militari cinesi della campagna “Colpisci Duro”.
    Da più parti ci si domanda se dinanzi a tanto cinismo, dinanzi a tanta spudoratezza, possa davvero avere senso incaponirsi, come fa il Dalai Lama, in una richiesta autonomistica il cui ottenimento pare sempre più diradarsi o se, invece, considerato che tanto nulla è cambiato e nulla sembra destinato a cambiare, non valga la pena rivendicare piena e totale libertà per i tibetani dall’oppressione cinese.
    Appare chiaro che la Cina non sia affatto intenzionata a concedere alcunché a nessuno e stia solo temporeggiando con la politica, decisamente goffa, del bastone e della carota, in attesa che l’attuale Dalai Lama, ormai ultrasettantenne, termini l’esistenza terrena.
    Allora, com’è avvenuto per il Panchen Lama, Pechino imporrà un proprio Dalai Lama, in spregio alla storia e alla religione dei tibetani, sicuramente a pugno chiuso e con la stelletta rossa.
    Allora del Tibet non rimarrà traccia che nei libri, almeno in quelli pubblicati o trafugati in occidente, e in qualche filmato. Poi, a poco a poco, la stessa memoria svanirà e il genocidio, grazie anche all’insensibilità e all’insensatezza dei paesi occidentali, avrà raggiunto il suo scopo.
    Il Dalai Lama, quello vero, gli insegnamenti del mistico Padmasambhava, l’om mani padme hum saranno forse solo spunto per qualche gioco interattivo in cui si dirà magari che una volta il Tibet era sotto il dominio di una cricca di monaci cattivi cacciati dalle forze di “liberazione” cinesi…

  • MilleOrienti (autore) :

    Grazie Francesco per i tuoi interventi sempre interessanti! Però spero proprio che il finale della “questione tibetana” sia diverso da quello che tu prefiguri…

  • Damshig :

    Sempre più persone continueranno ad innamorarsi di questa spiritualità e questo amore salverà il Tibeta, la sua cultura, il suo popolo e la sua religione. Così auspico!

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