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Apriamo le orecchie: si parla di Tibet (con Pannella) su Radio Radicale, e di India su Lifegate Radio

28 aprile 2010 di 5
Il Dalai Lama con Marco Pannella

Piero Verni

Un appuntamento imperdibile per tutti coloro a cui sta a cuore la questione dei diritti civili nel mondo: Radio Radicale ha organizzato per venerdì 30 aprile dalle 17,00 alle 19,00 una conversazione tra il leader radicale Marco Pannella e Piero Verni (giornalista-blogger autore di vari libri sul Tibet e di una biografia autorizzata del Dalai Lama).   Tema: «Tibet, Cina e dintorni».Venerdì 30 la diretta sarà qui.

Consuelo Pintus

Un altro podcast che vale la pena ascoltare riguarda LifegateRadio: la giovane e brillante indianista Consuelo Pintus – specializzatasi in lingua hindi nella prestigiosa scuola di Agra – ha partecipato il 27 aprile al programma Passengers di LifeGate Radio parlando di “Chapati in the darkness”, il suo diario di viaggio – dall’India al Bangla Desh –  che ha vinto un posto all’interno dell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve S.Stefano. Si può riascoltare qui la puntata (musica compresa).

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5 Risposte »

  • sonia :

    Purtroppo domani pomeriggio sono a Vicenza per lavoro. Spero che l’incontro sia scaricabile in un secondo momento.
    Grazie per la segnalazione

  • Apriamo le orecchie: si parla di Tibet (con Pannella) su Radio Radicale, e di India su Lifegate Radio :

    […] Link fonte: Apriamo le orecchie: si parla di Tibet (con Pannella) su Radio Radicale, e di India su Lifegate Radi… […]

  • marco restelli (autore) :

    Il giornalista Carlo Buldrini, esperto di Asia, ha ascoltato il dibattito fra Marco Pannella e Piero Verni a Radio Radicale. Mi ha inviato, via mail, le sue considerazioni su quel dibattito. Con il consenso di Buldrini, lo incollo qui sotto, perché penso che valga la pena di essere letto da chiunque si interessi di Tibet. M.R.
    ——————

    Quello avvenuto a Radio Radicale tra Marco Pannella e Piero Verni – sul tema del Tibet – è stato un utile dibattito. Se fosse stato un incontro di boxe, Pannella l’avrebbe vinto ai punti. Ma non ci sono stati pugni. E’ stato un incontro rigorosamente nonviolento. Piero Verni è stato molto gentile. A volte troppo. Di fronte al florilegio di distorsioni e mistificazioni di Marco Pannella, Verni, solo raramente, ha reagito. Pannella ha potuto così far prevalere dialetticamente la sua nota posizione politica riguardante il Tibet. Una linea politica, nei fatti, filo-cinese e contraria alla volontà e agli interessi del popolo tibetano. Vediamo perché.

    Il ritornello è sempre lo stesso: il “Manifesto di Ventotene” del 1941 di Ernesto Rossi e Altiero Spinelli. Quest’ultimo paragonato da Pannella a “Ciro il Grande” (sic!). I tibetani, dopo 60 anni di resistenza contro l’occupazione cinese, dopo 1.200.000 morti, dopo aver visto la loro intera civilizzazione venire rasa al suolo, dopo il carcere, le torture e le condanne a morte dei dissidenti, dovrebbero adesso imparare a memoria il “Manifesto di Ventotene” (così come dovettero fare, durante la Rivoluzione Cultuarle, con il “Libretto Rosso” di Mao) e rinunciare al loro sacrosanto diritto all’indipendenza. Come Rossi e Spinelli che volevano “la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in Stati nazionali”, oggi, secondo Pannella, i tibetani dovrebbero andare nella stessa direzione auspicando quello che già esiste: una Grande Cina indivisa, che schiaccia e opprime i paesi conquistati con la forza delle armi e che rivendicano la loro perduta indipendenza. Mentre Rossi e Spinelli sognavano un’Europa che non c’era, Pannella chiede per la Repubblica popolare cinese lo status quo. Rossi e Spinelli volevano creare un “potere democratico europeo” contro i regimi totalitari di allora. Pannella chiede ai tibetani di rinunciare alla loro lotta per l’indipendenza per poter rimanere sotto il giogo del regime totalitario comunista esistente. Pannella non ha dubbi. Teorizza la superiorità dell’autonomia “contro il disastro dell’indipendenza”. Dice: “La richiesta di indipendenza nazionale non regge più neppure nei paesi del Terzo mondo”. Le sue argomentazioni sono risibili. “I cinesi – dice – temono molto di più la richiesta di autonomia, perché la potrebbero chiedere anche gli altri”. E l’indipendenza, allora? Non la potrebbero “chiedere anche gli altri”? Per sostenere la superiorità dell’autonomia, Pannella afferma che “i movimenti indipendentisti sono necessariamente anche violenti”. Evita così di cogliere la straordinarietà della lotta dei tibetani. Dal luglio del 1972, e cioè dal famoso messaggio registrato con cui il Dalai Lama metteva fine alla lotta armata riorganizzatasi nel Mustang, i tibetani lottano con la nonviolenza. Ed è grazie a questi 37 lunghi anni di lotta nonviolenta che i tibetani hanno conquistato la simpatia e l’appoggio morale della società civile di tanti paesi del mondo.

    Sulla situazione odierna all’interno del Tibet, Pannella sembra essere più aggiornato di Verni (fermo a un viaggio del 1987). Verni parla di un turnover dei cinesi in Tibet, dopo soli 7 anni. Ha ragione Pannella: non è più così. “Hic manebimus optime”, sembra essere lo slogan anche dei cinesi han trapiantati a Lhasa. Per scrivere l’ultimo capitolo del mio libro (“Lontano dal Tibet”, 2° ediz. 2008, Lindau) ho visitato la capitale del Tibet tre volte. I viaggi sono tutti avvenuti negli anni Duemila. Sono riuscito anche a mettere le mani sulla documentazione relativa al nuovo piano regolatore di Lhasa. La pianificazione urbanistica della città prevede la completa distruzione dell’identità culturale tibetana. I quartieri tibetani costituiranno il due per cento dell’intera area edificata. Già oggi la “città vecchia” è stata ridotta a meno di un chilometro quadrato di superficie. E’ circondata, a ovest, dagli headquarters della People’s Armed Police. A sud, dall’enorme area destinata alla base militare della People’s Liberation Army (una superficie quasi doppia di quella dell’intera “città vecchia”). A est, dagli uffici del Public Security Bureau, della Tibetan Autonomous Region e del governo della prefettura di Lhasa. Infine, a nord, da casematte militari e dall’infame carcere di Drapchi. Così schiacciati, i tibetani di Lhasa rischiano la definitiva scomparsa. Tutta la pianificazione urbanistica voluta da Pechino mira a favorire la colonizzazione permanente del Tibet da parte dei cinesi di etnia han. Per i 200.000 uomini (ma forse sono molti di più) dell’Esercito di liberazione popolare sono state fatte arrivare centinaia e centinaia di prostitute (in realtà giovani ragazze poverissime) dalla vicina provincia del Sichuan. La ferrovia Golmud-Lhasa ha fatto sentire i coloni cinesi della capitale del Tibet meno isolati. Negozi, ristoranti, bar, karaoke, discoteche sono sorti dappertutto. I cinesi sono in Tibet per rimanervi. E cosa propone Pannella di fronte a questa drammatica situazione? Lo “ius soli” da contrapporre allo “ius sanguinis” e cioè la difesa dei “diritti” dei coloni cinesi contro la disperata protesta dei tibetani. Nei 30 anni in cui ho vissuto in India ho partecipato a un centinaio di manifestazioni assieme ai tibetani. Lo slogan più gridato da questi ultimi è sempre stato: “Choro choro, Tibbat choro. Bhago bhago, Chiniya bhago”. (Fuori, fuori – fuori dal Tibet. A casa, a casa – cinesi andatevene a casa). Non proprio un grido in favore dello “ius soli”. Chiedendo ai tibetani di rinunciare alla richiesta di indipendenza, Pannella sembra voler completare l’opera portata avanti dal governo di Pechino. I cinesi hanno tolto ai tibetani la loro terra e la loro libertà. Adesso Pannella vuole togliere loro anche la speranza.

    Pannella afferma che “gli stati nazionali non possono più fornire in termini di libertà e di benessere quello che hanno potuto offrire in altri contesti”. In soldoni ci dice che, nel mondo di oggi, da soli, non si va da nessuna parte. Ma nessun tibetano pensa oggi di fare ritorno allo “splendido” isolamento del passato. Ho discusso spesso questa cosa con i giovani tibetani dell’esilio in India. “Se un paese ci deve proprio annettere, che sia l’India a farlo” mi dicevano, usando il paradosso. Riprendendo una cosa detta spesso dal Dalai Lama, anche loro sostengono che il rapporto tra India e Tibet è quello tra “guru” e “chela” (discepolo). L’India, ricordano, ha dato al Tibet il buddhismo. L’India, dicono, ha offerto a loro e al Dalai Lama rifugio politico. L’India, aggiungono, è un paese democratico così come lo è il Tibet prefigurato nella bozza della loro costituzione. Un Tibet indipendente, pensano, entrerebbe inevitabilmente a far parte dei paesi della Saarc (l’Associazione dei Paesi dell’Asia meridionale) e la sua economia potrebbe così decollare. I giovani tibetani dell’esilio mostrano di avere le idee molto chiare. Insensato sarebbe chiedere loro di abbandonare i paesi democratici che li hanno accolti, per fare adesso ritorno in un paese retto da un regime totalitario.

    Nel dibattito con Verni, Pannella riduce la figura di Gandhi a quella di un semplice “avvocato inglese”. E’ triste sentire il leader di un partito che ha l’effige di Gandhi nella propria bandiera, ridurre la figura del Mahatma a una semplice caricatura. Gandhi – dice Pannella – aveva la stessa ideologia del Viceré e quindi, quest’ultimo, non poteva che accettare il dialogo. L’intera lotta del popolo indiano per l’indipendenza è così ridotta da Pannella all’inevitabile accordo tra due “inglesi”: il Viceré e Gandhi stesso. Pannella ci fa sapere di “aver spiegato al Dalai Lama i limiti storici di Gandhi perché, morto lui, è finito tutto”. Qui si entra nel grottesco. Quali limiti storici? Gandhi ha vinto la sua battaglia. L’obiettivo del “purna swaraj” (la “completa indipendenza”) lo ha raggiunto in pieno. E’ stato poi lo stesso Gandhi ad affidare a Jawaharlal Nehru le sorti dell’India indipendente. E Gandhi conosceva perfettamente le idee del pandit Nehru. Probabilmente perché Gandhi stesso si rendeva conto che alcune delle sue stesse idee per la società indiana erano del tutto impraticabili. Come, per esempio, quando sosteneva che per abolire gli “scavengers” (i pulitori di latrine) ogni indiano, di buon mattino, sarebbe dovuto andare con il proprio vaso da notte nei campi per disperdere personalmente le proprie feci. Caro Piero, se il Mahatma Gandhi potesse vedere l’India di oggi, penso ne sarebbe in larga misura soddisfatto. Vedrebbe un paese – a più di 60 anni dall’indipendenza – retto da una solida democrazia parlamentare (malgrado una guerra con la Cina e tre guerre con il Pakistan), un paese con una libera informazione, una magistratura indipendente, dei liberi sindacati. Ai “problemi del traffico”, credimi, si troverà un rimedio.

    Durante il colloquio con Pannella, Piero Verni dice di essere forse il giornalista che ha intervistato per più ore il Dalai Lama. Personalmente, per 30 anni, ho “intervistato” invece i profughi tibetani in esilio in India. Senza il loro aiuto non avrei potuto scrivere nemmeno una pagina del mio libro. Ho conosciuto tre generazioni di questi profughi. Non solo quelli di McLeod Ganj (Dharamsala) e Majnu ka Tilla (Delhi), ma anche quelli di Bylakuppe e Hansur nel sud dell’India dove ho soggiornato a lungo. Pannella afferma che “l’emigrazione (tibetana) nel sud dell’India ha offerto migliori condizioni finanziarie e imprenditoriali” e quindi questi profughi “tendono a essere soddisfatti della loro condizione” rinunciando così a interessarsi dei problemi che affliggono il loro paese d’origine. E’ falso. A Bylakuppe, soprattutto tra i monaci dei grandi monasteri “ricostruiti” da quelle parti, ho riscontrato le posizioni più radicali. Una conferma ce la dà Jamyang Norbu. Ospite di Shingza Rinpoche a Bylakuppe, l’estate scorsa Norbu ha presentato ai tibetani residenti in quelle zone la pubblicazione “Independent Tibet – The Facts”. Scrive Norbu a proposito di questi incontri: “I don’t think I can adequately describe the incredibile enthusiasm of the monks, lay people, college students, schoolchildren and new arrivals who attended these talks. The near unanimous fervour and eagerness of everyone to discuss the issue of Tibetan independence, cought me completely by surprise”. E’ proprio nel sud dell’India che i profughi tibetani, forse a causa della lontananza fisica dai condizionamenti di Dharamsala, chiedono con maggior forza l’indipendenza. (Va ricordato a questo proposito che è proprio qui, nel Sud India, che tra la comunità tibetana serpeggiano anche le posizioni pro-Shugden in contrasto con le direttive del Dalai Lama). Pannella, tutto preso dal suo fitto colloquiare con “Rinpòce” (qualcuno gli dica che si pronuncia “Rinpocé”) e cioè con il “kalon tripa” Samdhong Rinpoche, il primo ministro del governo tibetano in esilio, mostra di ignorare completamente quello che chiedono e vogliono i tibetani in esilio (per non parlare poi dei sei milioni di tibetani che vivono all’interno del Tibet).

    A conclusione della “Conversazione straordinaria con Marco Pannella”, Piero Verni delinea una strategia politica. Prima si mettano dei “sassolini” nell’ingranaggio della Repubblica popolare cinese e solo successivamente – a cambiamento avvenuto in Cina – si affronterà il problema dell’autonomia o dell’indipendenza tibetana. Sbagliato. E’ proprio la lotta per l’indipendenza (come ha mostrato l’eroico 2008) a costituire il sasso che i tibetani possono mettere negli ingranaggi di Pechino, sperando che anche altri facciano altrettanto. Ho detto che quello tra Pannella e Verni è stato un utile dibattito. Utile perché ha fatto capire che i sostenitori della causa tibetana debbano a questo punto inevitabilmente dividersi. Dividersi (anche in vista del “Kalon Tripa 2011”) tra chi si batte per l’indipendenza del Tibet e chi sostiene invece le ragioni dell’autonomia. Le due posizioni sono ormai inconciliabili. Si dovrà poi cercare l’unità tra tutti coloro che ritengono la strada dell’indipendenza essere l’unica percorribile. E anche la comunità tibetana residente in Italia dovrà ormai uscire dall’ambiguità. Dovrà spiegarci cosa intende dire quando, nelle strade e nelle piazze italiane, grida: “Tibet – Libero!”. “Libero” vuole dire Tibet “autonomo” o Tibet “indipendente”?

    Carlo Buldrini

  • Piero Verni :

    Caro Marco, posto qui la risposta a Carlo che già compare nel mio blog (www.freetibet.eu).
    Grazie per metterci a disposizione questo spazio di riflessione e informazione.
    Piero Verni

    Caro Carlo,
    rispondo volentieri al tuo intervento (che come hai visto appena ricevuto ho immediatamente messo sul mio blog) relativo alla conversazione che ho avuto con Marco Pannella a Radio Radicale venerdì scorso.
    Voglio dirti innanzitutto che mi ha un po’ stupito il tono, insolitamente concitato e a volte perfino “tranchant”, che hai usato nelle tue pur stimolanti considerazioni. Perché quelle due ore di confronto radiofonico ti hanno tanto irritato? In tutti gli anni in cui ho avuto il piacere di godere della tua amicizia non ricordo di averti mai sentito esprimere con una tale vis polemica che, a mio modesto avviso, ti ha portato in alcuni momenti del tuo scritto a dare una rappresentazione più grottesca che reale di quello che è stato detto.

    Prima di entrare nel merito della mia risposta vorrei premettere che non capisco bene perchè hai voluto iniziare la tua analisi ricorrendo alla metafora agonistica. Perché mai avremmo dovuto, il buon Pannella ed io, trovarci su di un ring pugilistico? Perché mai avremmo dovuto dar vita ad una gara con tanto di vincitore e vinto? Pannella, se lo riterrà opportuno, risponderà per la sua parte ma per quanto mi riguarda a tutto pensavo, nel corso di quella discussione, tranne che a stabilire chi avrebbe “vinto” e chi “perso”. Pensavo invece ad un civile confronto tra le idee del Partito Radicale e le mie che su molte questioni relative al Tibet sono notevolmente divergenti. Inoltre metti in evidenza che sono stato gentile. Grazie per averlo notato e scritto. Ma è una colpa? A me appare un merito. Soprattutto in questa “italietta” in cui si è abituati a interlocutori che si insultano, si interrompono di continuo, si urlano contro senza mai ascoltarsi. Grazie a dio (e anche un poco a me e Pannella) nulla di tutto questo è avvenuto venerdì scorso negli studi di Radio Radicale. Per centoventi minuti due persone hanno confrontato i propri punti di vista ed hanno cercato di spiegarsi.

    Ho ricevuto numerosi feed back su quella conversazione ma, lo dico con autentico rammarico, solo nel tuo caso mi sono accorto di non essermi fatto capire. Quello che più mi spiace è che tu non ti sia reso conto che per tutto l’arco della trasmissione ho sempre detto che sarebbe un errore madornale rinunciare alla richiesta dell’indipendenza tibetana fin da oggi e non ho mai demandato questa richiesta a un eventuale cambiamento di potere in Cina. Tu, del tutto erroneamente, mi fai dire quello che non mi sono mai sognato di affermare. Caro Carlo perché scrivi: “A conclusione della ‘Conversazione straordinaria con Marco Pannella’, Piero Verni delinea una strategia politica. Prima si mettano dei ‘sassolini’ nell’ingranaggio della Repubblica popolare cinese e solo successivamente – a cambiamento avvenuto in Cina – si affronterà il problema dell’autonomia o dell’indipendenza tibetana.”? Al contrario ho detto, come del resto ripeto da anni come un disco incantato, che i tibetani dovrebbero smetterla di inseguire il sogno irrealistico di un accordo autonomistico con l’attuale dirigenza cinese e mettersi a dare la loro parte di picconate al Muro di Pechino. Senza mai abbandonare la richiesta di indipendenza. Era tanto chiara questa mia posizione che Pannella più volte ha ribadito il suo profondo dissenso sulla questione. Ho solo aggiunto, ma anche questo lo vado dicendo e scrivendo da anni, che solo con una nuova Cina non più autoritaria e governata dal regime a partito unico, i tibetani -ove lo volessero- potrebbero prendere in considerazione l’idea di una federazione che oltre a loro riguarderebbe anche uiguri, taiwanesi e mongoli. Mi sembra un po’ surreale che tu non ricordi che ho fatto notare a Pannella che non era per nulla vero che la richiesta di indipendenza venisse dai settori più poveri della società tibetana dell’esilio. Anzi. Dunque sono d’accordo con te quando citi le parole di Jamyang Norbu e ricordi cosa accade nei campi profughi del sud India ma ti rammento che non mi ero certo dimenticato di parlarne con Pannella.

    Riguardo alle posizioni dei radicali sul Tibet. Francamente mi sembra una forzatura affermare, come fai, che la loro linea politica sia “filo-cinese”. E’ vero, premetti quelle due paroline “nei fatti” ma non mi sembra che il risultato cambi molto. Per altro quel “nei fatti” ricorda da vicino quel “oggettivamente” caro alla tradizione comunista che spesso, scherzosamente, nel corso delle nostre lunghe telefonate mi accusi di tirare troppo spesso in ballo. Io invece ritengo che il problema del Partito Radicale, non sia tanto quello di portare avanti una posizione “nei fatti filo-cinese”, ma di inserire tutti i temi internazionali che essi incontrano (e non solo quello tibetano) così profondamente all’interno dell’orizzonte delle loro battaglie politiche da perdere di vista differenze e specificità. Non c’è stato tempo per poterne parlare ma ad un certo punto della conversazione Pannella, per dirmi che i tibetani in Tibet erano molto più disponibili ad accettare una soluzione “autonomistica” di quanto io non pensassi, ha fatto riferimento alla battaglia per il divorzio in Italia e a come il PCI non avesse compreso quanto la società italiana fosse matura per quella riforma. Ecco un classico esempio di quello che sto dicendo. Vale a dire la difficoltà del PR e di molti suoi esponenti ad uscire dal “bozzolo” della loro politica per comprendere realtà che sono distanti (a volte sideralmente distanti) dai parametri (per non parlare degli stereotipi) a cui siamo abituati. Ma da qui a dire che si sia “nei fatti” filocinesi, mi sembra ce ne corra.

    Caro Carlo, scrivi anche che io sono fermo al mio viaggio del 1987 per quanto riguarda il Tibet. Spiace dirlo ma ti sbagli di grosso. Non solo seguo quotidianamente quanto avviene sul Tetto del Mondo ma ho la fortuna di poter “disporre” di un osservatorio privilegiato relativamente al Paese delle Nevi. Vale a dire dei dettagliati resoconti di mia moglie (tibetana) Karma che in Tibet dal 2001 ad oggi ci è stata sei volte, tornando sempre con ore e ore di filmati e preziose informazioni frutto di centinaia di colloqui fatti “sul campo”. Quindi ribadisco che ancora oggi la grande maggioranza dei coloni cinesi che arrivano a Lhasa e nell’intero Tibet non hanno alcuna intenzione di installarvisi permanentemente. Odiano il posto, soffrono l’altitudine, si sentono (ferrovia o non ferrovia, karaoke o non karaoke, prostitue o non prostitue) in una sperduta periferia dell’Impero e detestano i tibetani. Sperano di fare il maggior numero di soldi possibile nel minor numero di anni possibile e poi tornarsene a casa. Che non pensano sia il Tibet. Certo che, e non solo dal 2000, l’idea di Pechino è quella di fare di Lhasa una metropoli socialista cinesizzata restringendo l’area tibetana a una manciata di metri quadrati intorno al Potala e al Jokang viste come mere attrazioni per il turismo, sia quello estero sia quello interno. Ma per realizzare questo progetto basta un certo numero di coloni stanziali e un enorme turn over di migranti. Non mi pare che ricordare questo dato equivalga a negare che la Cina sia in Tibet per rimanerci. E‘ un po‘ imbarazzante dovertelo ricordare Carlo, ma ho cominciato a scrivere articoli di denuncia della distruzione urbanistica di Lhasa nel 1987.

    Sulle tue considerazioni relative a cosa vogliono i tibetani, sia in India sia in Tibet, sono ovviamente del tutto concorde così come su quanto siano astratte, nella dimensione concreta del dramma tibetano, le disquisizioni di Pannella sul “ius soli” e “ius sanguinis”. Anche queste, penso, notevolmente influenzate dalla politica radicale nei confronti delle leggi sull’immigrazione in Europa.

    Per terminare due parole sul “che fare?” riguardo la società tibetana dell’esilio. Credo anch’io (quante volte, Carlo, l’ho scritto sul mio blog e ne abbiamo parlato tra noi?) che sia maturo il momento per dar vita ad uno schieramento in grado di rivendicare apertamente e senza ambiguità la richiesta del diritto all’autodeterminazione per il popolo tibetano e l’indipendenza per il Tibet. Per quanto mi riguarda concordo in pieno con quello che scrive Jamyang Norbu nel suo articolo “Waiting for Mangtso III”,
    “L’unica richiesta è una dichiarazione in cui ci si riconosce nei tre obiettivi della Rangzen Alliance:

    La restaurazione dell’indipendenza tibetana

    Il ritorno di Sua Santità il Dalai Lama in Tibet come capo di stato di una nazione indipendente.

    L’instaurazione di un sistema di governo pienamente democratico nella società tibetana dell’esilio e nel Tibet libero basato sul ruolo della legge e sul primato delle libertà individuali.

    Ah, stavo per dimenticarmelo. Una ultimissima annotazione su Gandhi e l’India di oggi. E’ sempre azzardato (e in ultima analisi futile) dire cosa potrebbe pensare una persona se tornasse in vita. Però mi sembra un po’ imprudente ritenere che se il Mahatma riuscisse a vedere l’India di oggi ne sarebbe soddisfatto. Non devo certo ricordare a te Carlo, che la conosci meglio di me, le ferite che segnano il corpo dell’India contemporanea e che verosimilmente a Gandhi risulterebbero intollerabili. E non parlo di certo solo dei “problemi di traffico”. L’India ha raggiunto la completa indipendenza, questo è fuor di dubbio. Ma la direzione politica, economica, culturale, religiosa ed ambientale che ha preso in questi 60 anni, proprio non mi appare quella sognata (e cercata, al di là del purna swaraj) dal Mahatma. Però questa è un’altra storia.

    Bene Carlo, adesso ho veramente terminato. Con l’affetto, la stima e l’amicizia di sempre,

    Piero

  • Piero Verni :

    Caro Marco,
    mi permetto di inserire anche sul MO un bell’intervento che mi ha inviato Antonio Attisani e che compare anche sul mio blog (www.freetibet.eu) e fra qualche ora sarà anche su Notizie Radicali di oggi.
    Piero Verni

    Caro Piero,
    da dove cominciare quando ci si trova in un torrente in piena? Non siamo noi a decidere i punti d’appoggio e il bisogno di un approccio razionale anche a una questione complessa come quella tibetana è continuamente sfregiato dalle informazioni che riceviamo quotidianamente dal Tibet occupato e dall’esilio, dai governi del mondo e persino dal variopinto fronte dei simpatizzanti di quel popolo. L’altro giorno, ascoltando Marco Pannella nel dialogo con te, ero triste e stizzito per la sua ottusità e non capivo il tuo ostinato rispetto per lui. So di avere provato un sentimento sbagliato, se così si può dire, ma il fatto è che una differenza di opinioni sulla questione tibetana non è una sfumatura tra gentiluomini che in fondo vogliono la stessa cosa (ossia la convivenza democratica tra cittadini diversi per etnia e convinzioni religiose e politiche, insomma quei “diritti umani” che sono soltanto il punto di partenza per la creazione di un mondo meno ingiusto del nostro, meno crudele verso i più deboli), no, quelle sfumature sono alla base degli atteggiamenti con i quali tutti noi, sapendolo o non sapendolo, volendo o non volendo, prendiamo parte ai processi storici in corso e, aiutando o meno il perdurare dell’ingiustizia, siamo corresponsabili di ciò che accade, dei feriti e dei morti che questa vicenda sta accumulando giorno dopo giorno. La buona fede di Pannella, di Emma Bonino e di chi li accompagna fa sì che si debba dialogare con loro con la speranza di arrivare a una ratio comune (nel nostro caso a un’azione nonviolenta efficace), ma non può impedire che si sia assiliti dallo sgomento e persino dalla rabbia al pensiero che quelle posizioni ritardano la formazione di un fronte che possa davvero cambiare le cose, e di tempo non ne resta molto. La “soluzione finale” approntata dal regime comunista cinese per risolvere la questione tibetana è cominciata sessant’anni fa. Certo, è diversa da quella hitleriana, nel senso che è assai più sofisticata ed efficace, è continuamente corretta in rapporto all’esperienza e sembra vicina a mettere la parola fine alla vicenda, anzitutto perché la Cina si è assicurata la connivenza del mondo intero, con l’eccezione di pochissime frange di opinione pubblica, e ciò le consente di non avere fretta e sviluppare sempre nuovi e più perversi esperimenti (tra i più recenti, le deportazioni dei nomadi). Quanto vicina sia la fine non si sa, ma le informazioni che giungono da tutti i fronti sono allarmanti e persino le buone notizie confermano il male che si sta consumando. Penso, per esempio, all’ammissione del Dalai Lama che il Tibet sopravvive soprattutto nell’esilio, realtà che va difesa e rafforzata proprio in vista del peggio, vale a dire come ciò che resta di una intera civiltà.
    Abbiamo per tanto tempo seguito il Dalai Lama anche nella sua azione politica. Credevamo (e crediamo ancora, mi pare) nei principi che ha fatto scoprire o riscoprire a tanti di noi, sessantottini compresi. Ma la misura dell’azione politica è l’efficacia, l’effetto che produce. Quale effetti ha prodotto quella politica per il Tibet occupato e il suo popolo? La risposta è sotto gli occhi di tutti e lui stesso lo ha ammesso: niente (e nel tempo del niente le cose sono andate sempre peggio, forse con più “feriti” e meno morti, ma…). Ciò mentre il popolo dell’esilio, lo sappiamo, pur godendo dei benefici di un sia pur povero stato sociale, non vive una vera democrazia e le gerarchie impediscono di fatto una crescita del movimento indipendentista.
    So che per essere convincenti bisognerebbe fare molti esempi per ogni affermazione, soprattutto se ci si rivolge ai più giovani o a chi non sa, occorre ricordare i fatti, la storia. Me ne sono accorto quando, all’inizio di un corso sulla cultura tibetana nel Novecento, mi sono sentito dire da studenti ovviamente di sinistra che non abbiamo il diritto di occuparci delle magagne cinesi, noi che prima dobbiamo risolvere quelle di casa nostra (America compresa). Ma ora mi permetto una estrema sintesi perché mi rivolgo a te e ai pochissimi che vorranno seguire questo dibattito.
    Noi, i sostenitori della causa tibetana, siamo messi male, ma siamo immersi in un benessere che trasforma la tragedia e il dramma in commedia, ché tale è – ti chiedo scusa della sincerità – il finto dibattere di Pannella con te e tutte le fumisterie che ha esibito per dire che l’azione radicale è fondata e produce risultati di rilievo (per quanto mi riguarda mi sono allontanato dai radicali proprio per la progressiva scoperta di questa loro politica, il cui epilogo è stato per me l’azione – azione? –della Bonino nel governo Prodi). Mi dico che forse Carlo Buldrini ti ha frainteso proprio perché preda, come me e chissà chi altro, di questi inutili sentimenti.
    Cercando di temperare la tristezza e la rabbia, caro Piero, su cosa bisogna ragionare? Anzitutto (che non vuol dire: solo), mi dico, sulla Cina, che costituisce un problema planetario, per tutta la specie umana e il suo futuro. Se è vero che il mondo non può imporre ai cinesi la propria idea di democrazia, è anche vero che, prima di tutto, non si vede perché la Cina debba imporre al mondo la propria concezione di governo, e poi che anche l’indispensabile cambiamento della Cina in senso democratico, eventualmente federale, può essere favorito da una vasta azione nonviolenta interna ed esterna, del mondo intero, così da creare le condizioni di una libertà le cui peculiarità saranno “regionali”. Anche il Tibet può trovare il proprio sbocco soltanto in una democrazia glocale.
    Ma queste sono parole e noi non siamo i governanti del mondo. Allora che fare? Qui bisogna essere chiari: non è vero che Rangen Alliance e tutti coloro che criticano l’inefficacia delle politiche sin qui attuate non abbiamo formulato alcune proposte concrete. Il sito di Jamyang Norbu, il tuo, e diversi altri in tutto il mondo costituiscono un imponente archivio in tal senso. A tutti è chiara la necessità di sincronizzare l’azione nei confronti della Cina con quelle che riguardano le minoranze oppresse, sempre distinguendo tra i fronti di resistenza interni e ciò che si può fare da fuori. Tutti sappiamo che una lunga oppressione ha creato masse di popolazione passiva e talvolta espressione di un’antropologia corrotta, adattiva al dominio politico-economico. Tutti abbiamo constatato che l’azione nonviolenta dev’essere condotta da organizzazioni anch’esse democratiche, e inventive per ciò che concerne le forme di lotta. Tutti siamo coscienti che l’indispensabile trasformazione della Cina non è un fatto interno e che richiede l’azione dei governi nazionali e delle istituzioni internazionali (ai quali, dunque, ci dobbiamo sempre rivolgere, per fare loro comprendere che le nostre stesse costituzioni sono realizzabili solo in una positiva interazione globale). Tutti siamo coscienti che questa azione nonviolenta ha diversi aspetti: c’è un aspetto culturale – fatto di studio, amicizie e cambiamento reciproco –, ci sono aspetti economici che riguardano persino i nostri consumi quotidiani, ci sono questioni etiche, religiose e morali che devono contemperare alcuni confini invalicabili ma anche le falde freatiche di senso cui tutti possono attingere. E, ultima ma non meno importante, c’è la dimensione della lotta politica, che ciascuno deve condurre a casa propria ma deve anche imparare a proiettare nel mondo.
    Si è fatto molto nei decenni scorsi su tutti questi temi, anche se forse hanno coinvolto una infima minoranza di persone, oltre tutto poco organizzate. In questo senso, però, avete ragione tu e Jamyang Norbu e diversi altri democratici (devo aggiungere “filotibetani”?): è necessario fare un passo successivo verso un ampio fronte unitario basato su questi principi, perché solo l’organizzazione può produrre effetti sul campo e rendere sempre più popolare questa causa. Dico anche a me stesso che dobbiamo uscire dalla atmosfere che hanno caratterizzato questi ultimi anni, dal volontaristico entusiamo e gratificazione solipsistica che deriva dal pensare di essere nel giusto o (è il mio caso) nello sconforto a fronte di un mondo che sembra indifferente nel costruire un futuro basato sull’ingiustizia, sul dolore, sull’assassinio dell’ambiente naturale e culturale.
    Se penso ai tibetani che conosco, ma anche agli studiosi o ai militanti politici, ai miei figli e ormai ai miei nipoti, l’urgenza di non disperdere l’esperienza fatta e di sistematizzare un agire quotidiano, anche dai tratti modesti e locali, ma che miri alla libertà e alla pienezza di vita delle persone, chiede una risposta. Su questa base, forse, anche il doveroso dialogo con gli amici radicali potrebbe avere un esito diverso.
    Antonio Attisani

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