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La vostra macchina fotografica ha il nome di una dea buddhista? Per scoprirlo leggete qui

28 settembre 2010 di -

Guanyin, Janraisig, Quan Am, Kannon… Tanti nomi, un’unica divinità, che chiunque abbia viaggiato in Estremo Oriente non può non aver incontrato. E’ il bodhisattva Avalokiteshvara, il cui culto a partire dall’India si è diffuso in tutte le terre dove si è radicato il buddhismo. A questa figura, venerata tutt’ora da decine di milioni di fedeli, il Museo Popoli e Culture di Milano, legato al Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime), dedica una conferenza domani, 29 settembre 2010, ore 21. La conferenza sarà tenuta da Maria Tatsos, giornalista e autrice di una piccola pubblicazione dedicata ai diversi aspetti del bodhisattva nelle varie culture asiatiche. L’iniziativa è accompagnata da una piccola mostra tematica, che presenta la collezione statuaria di Guanyin-Kannon presente nel museo e una sezione sulla devozione contemporanea, con oggetti di culto di provenienza cinese.
La figura di Guanyin-Kannon presenta una singolare caratteristica, che da sempre intriga gli studiosi. Originariamente, in India, il bodhisattva era rappresentato in forma maschile, simile a un principe indiano. In terra cinese, in un periodo imprecisato tra l’VIII e l’XI sec.a.C., Guanyin – questo è il suo nome sinizzato – poco alla volta si femminilizza, fino a diventare una sinuosa e delicata figura femminile. Anche in Giappone, che mutua dalla Cina buona parte dell’iconografia, il bodhisattva in alcune rappresentazioni sarà una dea.
La compassione è la caratteristica fondamentale di tutti i bodhisattva. Si tratta, infatti, di esseri giunti a un passo dal nirvana che hanno fatto voto di posporre l’accesso alla beatitudine totale per venire in aiuto agli altri. In particolare, la compassione diventa il tratto centrale, identificante, in Avalokitesvara, che nel buddhismo tibetano è noto come Cenresi (di cui è considerato incarnazione vivente il Dalai Lama). Secondo la tradizione Avalokisteshvara-Cenresi si sarebbe persino disintegrato in mille pezzi per il dolore provato di fronte alla sofferenza di tutti gli esseri viventi. Il suo stesso nome significa “colui che guarda con compassione verso il basso”, cioè verso  il dolore di chi soffre. Amitabha l’avrebbe ricomposto, donandogli 11 teste e 1000 braccia, per riuscire a guardare in ogni direzione e garantire il suo aiuto a chiunque lo invochi.

Questa vocazione alla misericordia così marcata rimanda inevitabilmente al materno e dunque all’elemento femminile. Potrebbe essere questa, dunque, una delle chiavi di lettura che hanno portato un bodhisattva – un essere in teoria asessuato – a diventare una dea. Una vera rarità nel pantheon buddhista che, peraltro, è piuttosto maschilista. Nel Giappone Tokugawa, quando il cristianesimo fu bandito, i cristiani nascosti usarono  l’effigie di Kannon per venerare la figura della Madonna: due figure femminili, entrambe compassionevoli.
Il culto di Guanyin è tutt’ora vivo in Cina, malgrado i tentativi di sradicamento subiti in epoca comunista. E anche in Giappone, ci sono state nuove sette che hanno comunque rivendicato la centralità del culto di Kannon. Una dea della quale era fedele devoto anche Yoshida Goro, fondatore della Canon, che originariamente aveva denominato la sua azienda di macchine fotografiche Kwanon proprio in onore della dea.

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