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Il premio Nobel per la Pace 2010 a un dissidente cinese: scandalo o opportunità?

8 ottobre 2010 di 29

La notizia era nell’aria da giorni e il Governo della Repubblica Popolare Cinese aveva già fatto sapere di non gradire: se il Nobel per la pace 2010 fosse stato assegnato a un dissidente cinese la cosa avrebbe potuto avere serie ripercussioni nei rapporti fra Cina e Norvegia (sede del Premio Nobel). Ma i membri del Comitato per il Nobel, ovviamente, sono indipendenti dal governo norvegese.  Così, il Premio  Nobel per la Pace 2010 è stato dato a uno dei più celebri dissidenti politici della Cina, lo scrittore Liu Xiaobo, che sta scontando in carcere una condanna di 11 anni per reati di opinione. Un personaggio scomodo, che non a caso venne condannato il giorno di Natale del 2009, nella speranza che la coincidenza con la festività facesse passare sotto silenzio, in Occidente, la notizia della condanna.

Il Comitato per il Nobel motiva in questo modo l’attribuzione del premio: «Durante gli ultimi decenni la Cina ha fatto enormi progressi economici, forse unici al mondo, e molte persone sono state sollevate dalla povertà. Il Paese ha raggiunto un nuovo status che implica maggiore responsabilità nella scena internazionale, che riguarda anche i diritti politici. L’articolo 35 della Costituzione cinese stabilisce che i cittadini godono delle libertà di associazione, di assemblea, di manifestazione e di discorso, ma queste libertà in realtà non vengono messe in pratica». Per oltre due decenni, secondo il Comitato del Nobel, «Liu è stato un grande difensore dell’applicazione di questi diritti, ha preso parte alla protesta di Tienanmen nell ’89, è stato tra i firmatari e i creatori del “Manifesto ’08 della democrazia in Cina”. Liu ha costantemente sottolineato questi diritti violati dalla Cina. La campagna per il rispetto e l’applicazione dei diritti umani fondamentali è stata portata avanti da tanti cinesi e Liu è diventato il simbolo principale di questa lotta».

Amnesty International ricorda inoltre che «Liu Xiaobo è stato tra i promotori di “Carta 08”, un manifesto in favore di riforme politiche e legali e di un sistema democratico e rispettoso dei diritti umani, sottoscritto originariamente da 300 personalità e in seguito da oltre 12.000 cittadini cinesi» e che Liu venne arrestato poco prima di riuscire a diffondere on line il manifesto di “Carta 08”.

Il Governo della Repubblica Popolare ha reagito in modo scomposto: in Cina la trasmissione in diretta della Tv britannica BBC che dava la notizia è stata interrotta, e la polizia si è subito recata a casa di Liu Xiaobo per impedire a sua moglie, Liu Xia, di parlare con i giornalisti.
Com’era prevedibile, la Cina ha considerato il riconoscimento a Liu Xiaobo come uno scandalo e  Pechino ha definito «una oscenità» questo premio «anti-cinese».
«Ma il Comitato del Nobel per la Pace è davvero anti-cinese?» mi ha chiesto oggi Radio 24. Cliccate sul pulsante per sentire la mia risposta radiofonica al riguardo:

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E’ questa l’immagine di sè che la nuova Cina vuole dare al mondo? La Cina Popolare essendo ormai una potenza economica mondiale, è riuscita negli ultimi due anni a far “dimenticare” agli occidentali il tema dei diritti umani per non danneggiare l’interscambio economico (basta pensare alla visita compiuta in Italia il 7 ottobre dal premier cinese Wen Jiabao, che ha incontrato Silvio Berlusconi). Ma se gli Stati ritengono che la democrazia e i diritti umani siano temi trascurabili rispetto agli scambi economici, il Comitato per il Nobel (e con esso una parte dell’opinione pubblica occidentale) la pensa diversamente.

Da decenni il comitato per il Nobel segue una linea di tutela dei diritti umani in tutto il mondo: basta pensare al premio assegnato a Shirin Ebadi in Iran o a Aung San Suu Kyi in Birmania. La premiazione di Liu Xiaobo si inserisce in questa linea di continuità, e costituisce un forte richiamo alla Cina come fu l’assegnazione del premio Nobel per la pace nel 1989 al Dalai Lama all’indomani della strage di piazza Tienanmen.

La Cina è un Paese con una grandissima cultura, e il suo Governo, invece di gridare allo scandalo, dovrebbe cogliere questi segnali che il mondo le invia come un’opportunità: quella di capire che per sedere in piena dignità fra i Grandi del mondo dovrà necessariamente, prima o poi,  avviarsi sulla strada della democrazia e del rispetto dei diritti umani.


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29 Risposte »

  • andrea :

    proprio ieri “Berlusconi è intervenuto ancora una volta, per ricordare che “come noi i governanti cinesi sono fautori della politica del fare e preferiscono affrontare i problemi concreti piuttosto che irrigidirsi su questioni di principio”. Parlando dal palco del Teatro dell’Opera, Berlusconi ha ripetuto il suo elogio alla politica “dei dirigenti cinesi”, che “privilegiano la politica dell’armonia e della sicurezza che è molto concreta”. “Una politica – ha concluso – che consiste nel mettere il buon senso sul tavolo e cercare un accordo con tutti”.” (http://www.repubblica.it/politica/2010/10/07/news/premier_cina_roma-7809570/)

    mah

  • Tweets that mention Il premio Nobel per la Pace 2010 a un dissidente cinese: scandalo o opportunità? | MilleOrienti -- Topsy.com :

    […] This post was mentioned on Twitter by elisa artuso, Marco Restelli. Marco Restelli said: Il premio Nobel per la Pace 2010 a un dissidente cinese: scandalo o opportunità? http://bit.ly/a9jyFk […]

  • marco restelli (autore) :

    Caro Andrea, condivido la tua perplessità su questa realpolitik (italiana e non solo) che dimentica le questioni dei diritti umani e della democrazia….

  • andrea :

    la realpolitik va benissimo, ci mancherebbe… ma questo mi sembra un eccesso di zelo inquietante 🙂

  • Piero Verni :

    Ragazzi ma quando mai i governi, tutti i governi, non si sono attenuti ai dettami della realpolitik? Quindi perché stupirsi dei sorrisi e dei gridolini di giubilo di Frattini e Berlusconi incontrando Wen? Qualcuno sano di mente può pensare che ci fossero stati Prodi e Dalema (o anche Emma Bonino se è per questo) qualcuno avrebbe ricordato al premier cinese le negazioni dei diritti umani? Ma dai, Prodi è uno dei più grandi amici della Cina Popolare in Europa tanto è vero che adesso è consulente (per quanto ne so regolarmente stipendiato) della Tv di stato cinese.
    Quindi perché non lasciare da parte, almeno in questo bel blog, le miserie della politica italiota e parlare invece di cosa potrà significare l’assegnazione di questo Premio a un esponente, sia pure dell’area più moderata, del dissenso cinese?
    Pochi lo sanno perché l’informazione italiota era tutta presa a parlare d’altro, ma qualche giorno fa Wen Jiabao nel corso di una intervista (alla CNN mi pare) aveva rilasciato alcune dichiarazione piuttosto insolite in cui parlava della necessità di aprire in Cina una stagione di riforme politiche da affiancare a quelle economiche. Il tono era molto alla Hu Yaoban dei primi anni ’80, forse l’unico momento in cui la Repubblica Popolare Cinese poteva, proprio grazie a Hu, aprirsi ad elementi di reale democrazia. Poi però Hu fu deposto da Deng e le cose andarono come andarano. Adesso qualcosa di quelle atmosfere è sembrato riemergere nei toni dell’intervista di Wen Jiabao a cui non solo Hu Jintao ha evitato di rispondere ma è del tutto censurata in Cina. Tanto è vero che la cosa sta cominciando a suscitare le proteste di una parte degli internauti cinesi (il non poter accedere ai contenuti dell’intervista intendo). Quindi sembrerebbe che ci possa essere un certo scollamento tra le posizioni del premier e quelle del presidente della repubblica. Se questo fosse vero la situazione ricorderebbe proprio quella dei primi anni ’80 con Wen Jiabao nelle parti del progressista Hu Yaoban e Hu Jintao in quelle di Deng Tsiaoping. Per altro ricordiamoci che Wen è stato da giovane un collaboratore piuttosto stretto di Hu Yaoban. Fantapolitica? Forse, però il modo con cui Pechino reagirà a questo Nobel potrà fornire preziose indicazioni in proposito. E quindinrimaniamonsintonizzati.
    In ogni caso congratulazioni a Liu Xiaobo e speriamo che venga rilasciato presto per potersi recare ad Oslo il 10 dicembre a ritirare il suo meritatissimo (a mio avviso) Premio Nobel.
    Piero Verni

  • Piero Verni :

    Prime reazioni di Pechino
    Convocato l’ambasciatore norvegese
    Dichiarato che il Nobel a Liu Xiaobo è un’oscenità
    Ribadito che il neo Premio Nobel “non è altro che un volgare criminale comune”.

    Solito sobrionunderstatement di Pechino!

  • sonia :

    Incredibile.Sempre a minacciare:” I rapporti con questo o quel paese potrebbero incrinarsi”Se tanto vogliono affermarsi economicamente da qualche parte dovranno trovare rotture, non incrinazioni! E’ ora di rompere quel qualcosa!
    Fino a quando il mondo fingera’ di avere paura? Di cosa poi? Il denaro e’ piu’importante della liberta’ di pensiero?

    Restano vergognosi il silenzio e la passivita’ del governo italiano durante la visita del Dalai Lama.Almeno Venezia lo ha accolto come cittadino onorario

  • Piero Verni :

    Cara Sonia se è per questo il Dalai Lama è cittadino onorario di diverse città italiane (che mi ricordi almeno Roma, Trento, Rimini e mi pare anche Palermo, Bologna e Firenze oltre a numerosi altri centri minori). Il fatto è che partito il Dalai Lama questi comuni si dimenticano del Tibet e riprendono a fare affari con la Cina. Quella Cina che condanna uno scrittore a 11 (undici) anni di galera per aver firmato e scritto un manifesto in cui si chiede l’applicazione dei principi contenuti nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Testo che comunque in Cina è fuorilegge. E Pechino ha anche il coraggio di pretendere di dirci cosa è o non è nello spirito del Premio Nobel.
    Cose da pazzi!

  • Piero Verni :

    Apprendo ora che, secondo il legale cinese di Liu Xiaobo, la moglie del neo Premio Nobelb è al momento irrintracciabile. C’è il timore che sia stata rapita dalle autorità che sembra stiano prendendo molto male la consegna del Nobel a Liu.
    Penso che dovrebbe partire immediatamente una campagna internazionale per il rilascio di Liu Xiaobo.

  • ...dalla Cina :

    …Che fortunati che siamo noi Italiani! Viviamo in un paese democratico con ampia libertà di parola e con un governo trasparente e rispettoso di tutti i diritti umani! …o la nostra è solo un’illusione unita ad un po’ di sana ignoranza e con un pizzico di presunzione occidentale?
    La Cina è un paese su cui vedo scrivere tanto ma di cui si conosce poco, pochissimo. Ma molte volte giudicare a priori è più facile che cercare di capire…ed è un po’ come questo cattivo governo cinese che non vuole ascoltare questi bravi dissidenti.
    Voglio solo dare uno spunto di riflessione: il governo cinese è alla guida praticamente di 1/5 della popolazione di questo pianeta. Popolo, quello cinese, unito storicamente da un sistema maoista che ha azzerato tutto (cultura, libertà, ricchezza, ambizione, ecc. ecc.) in favore di una coesione nazionale che ha permesso, con tutti i suoi difetti, di creare uno stato solido da un territorio in costante guerra civile.
    I passi avanti verso uno stato democratico svolti dalla Cina in questi ultimi decenni sono, contrariamente a quanto si possa ottusamente pensare, difficilmente eguagliabili, e lo sviluppo economico non ne è la causa ma la conseguenza.
    L’Iraq dovrebbe averci insegnato ancora una volta che la democrazia non si può esportare. E una generazione sola non può essere in grado di gestire cambiamenti tanto radicali senza il rischio di ricadere in uno stato di caos. I buoni ideali sono sempre positivi ma quando si rischia di destabilizzare l’equilibrio di 1/5 del pianeta bisogna procedere in modo cauto, con regole e mezzi per farle rispettare. E questo nell’interesse non solo della Cina, ma del mondo intero.
    Il limite tra libertà e anarchia può essere molto sottile.
    Vivendo in Cina posso assicurare che il livello di libertà attuale di un popolo individualista come quello cinese è già vicino a questa soglia di sicurezza. La funzione dei dissidenti è fondamentale per spingere al cambio nel minor tempo possibile e sostenibile e ben venga a supporto il premio Nobel. D’altra parte, senza volere per forza il male di nessuno, ma se devo scegliere tra qualche centinaio di dissidenti incarcerati ingiustamente e il rischio di una guerra civile con conseguenze difficilmente immaginabili beh…non devo pensarci molto.

  • carlo buldrini :

    Gentile “dalla Cina”, bellissime parole le sue. (“Popolo, quello cinese, unito storicamente da un sistema maoista che ha azzerato tutto,…, in favore di una coesione nazionale che ha permesso… di creare uno stato solido”). Le si potrebbero usare non solo per il comunismo cinese ma anche per altri totalitarismi del passato: fascismo e nazismo.

  • ...dalla Cina :

    …Ha ragione gentile Carlo Buldrini, di fatto questo è stato il Maoismo: un regime totalitario basato su ideologie Marxiste. Il fatto che abbia unito una nazione prima divisa non vuole essere una sorta di giustificazione per gli scempi compiuti. Però la Cina di oggi è per alcuni versi uno degli esempi più grandi di capitalismo della storia. Il maoismo è oggi presente per quello che ha cancellato non per quello che ha lasciato. Se Mao sapesse che le nuove generazioni lo nominano ogni giorno quasi solo come sinonimo di RMB (in cui il suo mezzo busto compare su ogni taglio di banconota), forse si rivolterebbe nella tomba.

  • carlo buldrini :

    Gentile “dalla Cina”, non equivochiamo. L’alternativa ai regimi totalitari (come ad esempio è il comunismo) non è il capitalismo ma la democrazia. E democrazia significa libertà politica, libertà di parola, libertà di stampa, libertà sindacale, libertà religiosa. Lei conosce la Repubblica popolare cinese meglio di me e sa bene che in Cina, oggi, esiste il capitalismo ma mancano tutte le libertà che le ho sopra menzionato. Questo prova che un sistema capitalista può continuare a essere totalitario. Ed è per questo che, da buon amico dei tibetani, la Cina di oggi continua a farmi orrore.

  • Piero Verni :

    Caro … dalla Cina,
    lasciando perdere i paragoni con l’Italia che ci porterebbero lontano, veniamo alla Cina. Sono assolutamente d’accordo con lei che la democrazia non si può esportare. E per quanto mi riguarda non sono nemmeno un fanatico della monocultura liberale e progressista planetaria. Il fatto però è che ci sono cinesi che la democrazia (proprio nel senso indicato da Buldrini: libertà politica, libertà di parola, libertà di stampa, libertà sindacale, libertà religiosa) la vorrebbero. E’ una richiesta, probabilmente oggi minoritaria, che viene dall’interno. Liu Xiaobo, e con lui gli altri esponenti della variegata galassia del dissenso (non solo intellettuale) cinese vorrebbero un cambiamento dello stato di cose presente in quanto cinesi. Come lo volevano i milioni di cinesi del movimento di Tienanmen ai cui martiri -non a caso- Liu ha dedicato il Nobel.
    Lei però ha perfettamente ragione quando paventa l’implosione del regime cinese e lo stato di anarchia che ne potrebbe seguire. E’ una prospettiva che dovrebbe far tremare i polsi di ogni persona assennata. Proprio per questo da molti anni (decenni?) sto cercando di spiegare che sarebbe bene che il mondo esterno pungolasse il regime per farlo aprire ad un cambiamento graduale in grado di portare mutamenti positivi evitando però il collasso repentino. Ma il problema è che il regime è sordo ad ogni ipotesi di cambiamento graduale (temendo di firmare così la propria condanna a morte come fece Gorbaciov in Unione Sovietica) e l’appiattimento delle diplomazie internazionali nei confronti dell’arroganza dei signori di Zhongnanhai non fa altro che confermare questi ultimi nella loro chiusura.
    Questo è il vero pericolo, un regime tutto preso a crogiolarsi nei propri successi (trionfi?) economici ma chiuso a riccio verso ogni ipotesi di riforma politica. Sbattendo la porta in faccia alle proposte di personaggi moderati come il Dalai Lama, Rabiya Kadeer, lo stesso Liu Xiaobo, è proprio il regime che pavimenta la via ad un possibile drammatico collasso. Sia perché rischia di tramutare la Cina in una pentola a pressione priva della valvola di scarico sia perché indurrà gli oppositori a credere che solo posizioni radicali ed estreme potranno portare a qualcosa di significativo.
    Lei scrive: “D’altra parte, senza volere per forza il male di nessuno, ma se devo scegliere tra qualche centinaio di dissidenti incarcerati ingiustamente e il rischio di una guerra civile con conseguenze difficilmente immaginabili beh…non devo pensarci molto”. Plausibile punto di vista. Io direi però che forse quel centinaio di dissidenti, se ascoltati (almeno in parte), potrebbero essere il miglior deterrente alla guerra civile perché le guerre civili, come del resto tutte le guerre, sono la conseguenza della chiusura, del rifiuto del dialogo, della presunzione di poter tirare la corda all’infinito.
    Cordiali saluti,
    Piero Verni

  • carlo buldrini :

    Piero, Piero… dov’è finito il tuo ardore rivoluzionario? Dici che l'”implosione del regime cinese” “…dovrebbe far tremare i polsi di ogni persona assennata”. Perché? Prendiamo un’altra implosione. Quando, nell’agosto del 1991, l’Unione Sovietica si dissolse, Lituania, Georgia, Estonia, Lettonia, Bielorussia, Moldavia, Azerbajan, Uzbekistan e Armenia, senza troppi casini, proclamarono la loro indipendenza. E gli scricchiolii che già si avvertivano a Mosca, esattamente due anni prima, avevano fatto crollare il Muro di Berlino liberando definitivamente l'”Europa dell’Est”. Certo, la Russia è stata abbastanza sfortunata passando da un Vladimir (Lenin) a un altro Vladimir (Putin), ma questo è un loro (dei russi) problema interno. L’implosione del regime cinese non solo non fa tremare i polsi ma è attesa con ansia da tibetani, uighuri e, probabilmente, da almeno un miliardo di cinesi. E mi sembra che siano in molti (purtroppo guardando soprattutto alle carceri cinesi) a lavorare in questa direzione.

  • Piero Verni :

    Caro Carlo,
    quando penso all’implosione improvvisa del regime cinese penso innanzitutto al tracollo della Yugoslavia (e i polsi mi tremano eccome!). Pensando invece alla fine dell’Unione Sovietica i polsi tremano un po’ meno ma per quel che conosco del regime cinese ritengo, sperando ovviamente di sbagliarmi, che ricorderebbe più il dramma yugoslavo che non la caduta del Muro di Berlino.

    Per quanto riguarda il mio “ardore rivoluzionario”, come sai una parte è bruciata (rogo comunque entusiasmante) nel decennio 1968-1978; la parte rimanente “arde” nella speranza di un cambiamento positivo della situazione in Cina, Tibet, Turkestan orientale, etc. Cambiamento positivo del cui orizzonte, almeno dal mio modesto punto di vista, non fa parte il paradigma yugoslavo. Tieni conto che rispondevo a “…dalla Cina” che parlava, appunto, di ipotesi di guerra civile. Ipotesi che, se guardiamo alla storia cinese, non mi appare poi così impossibile.
    Ovviamente quando parlo di cambiamento graduale penso ad un processo che porti alla completa caduta del regime nazional, capital, comunista senza però passare attraverso le forche caudine di una guerra civile di tipo yugoslavo.

    E’ una speranza che coltivo con la parte di “ardore rivoluzionario” che è rimasta in me, purtroppo ormai sull’orlo del baratro dei 60 anni e con la tenerezza di un’occhiata (un po’ strabica se vuoi) che ogni tanto mi fugge all’indietro. Agli anni ’70 della mia/nostra generazione.

    Con l’affetto di cui sai,
    Piero

  • carlo buldrini :

    Caro Piero, ma è proprio per evitare situazioni tipo-Yugoslavia che si parla sempre di lotta nonviolenta. Lotta nonviolenta per rovesciare il regime, però.
    P.S. Il riferimento all'”ardore rivoluzionario” voleva essere scherzoso (e affettuoso).

  • ...dalla Cina :

    Cari Carlo e Piero, la conversazione si fa sempre più piacevole ed interessante. Dal mio punto di vista e per esperienze vissute da girovago, nessuna situazione sufficientemente stabile è fondata su paradossi. Molte volte capita, tramite approfondimenti, di comprendere o addirittura accettare avvenimenti apparentemente inconcepibili ad una prima analisi.

    Riguardo alla Cina non stiamo discutendo di democrazia o totalitarismo, di comunismo o capitalismo. Ma la domanda è “la Cina è un paese maturo per la democrazia”? O meglio ancora, la democrazia è una delle priorità per il popolo cinese?
    Penso che per dare una risposta non si possa evitare di tirare in ballo le differenze culturali tra i nostri “2 mondi”. Il non farlo, limitandosi a giudicare tutto da un unico punto di vista, perdonate la similitudine, ma è un po’ come insistere ad esportare i ghiaccioli al Polo Nord senza porsi la questione se per questi benedetti eschimesi sia importante leccarsi il loro ghiacciolo a -40°C.

    Ci sono a mio avviso 2 elementi che influenzano da sempre la cultura del popolo e la società cinese, e sono elementi che neanche il maoismo o le numerose religioni praticate oggi in Cina hanno potuto cancellare:

    1) la visione circolare chiusa del destino (su ming), punto su cui alla fine non si dividono neanche taoismo e confucianesimo. Il destino per il cinese è già scritto. Il saper vivere risiede nel poter prevedere il destino e prepararsi ad affrontarlo nel modo migliore. Per la serie “sarà una giornata piovosa? Bene, allora esco con l’ombrello. Sarà una giornata soleggiata? Bene, allora esco con l’ombrello lo stesso” (mmm, forse non ho scelto l’esempio giusto: la quasi totalità dei cinesi odia stare al sole…ad ogni modo penso il concetto sia chiaro). Quindi in una estrema sintesi tutto riconduce alla massima “tu uomo, non conti, il tuo libero arbitrio è nel bene e nel male circoscritto”. Inutile dire che per noi occidentali la visione della vita è completamente diversa ma per i cinesi ciò è un dato di fatto comprovato.

    2) la necessità di sicurezza. I cinesi hanno una necessità quasi patologica di sicurezza e protezione. Basterebbe tra i tanti esempi ricordare che la maggior parte dei beni culturali sopravvissuti ai secoli e ai regimi (la Muraglia, l’esercito di terracotta, la città proibita ecc.) si rifanno a questa necessità ancestrale.
    Sull’altare della propria sicurezza e quella dei propri cari i cinesi sono disposti a sacrificare molti dei diritti che noi chiamiamo “inalienabili”. Questa è anche la base della profonda differenza che li contrappone ad esempio alla cultura giapponese. Il giapponese “è” in quanto parte di un gruppo. Il cinese fa parte di un gruppo per necessità di protezione ma di base è individualista.

    A questi 2 punti andrebbero poi aggiunti i concetti della “faccia”, dell’arricchirsi e delle “guanxi” per aver un quadro abbastanza completo ma si rischia di uscire fuori tema. Quindi rispetto alle domande sulla necessità prioritaria di una democrazia come la intendiamo noi per la Cina di oggi, il suo popolo e di conseguenza il mondo penso che la risposta risieda nei suddetti 2 elementi. Ovvero la democrazia non è assolutamente presente tra le priorità della stragrande maggioranza del popolo cinese e la condotta del governo cinese è frutto di quello che il suo popolo richiede in modo atavico o esplicito.
    E’ vero, ci sono migliaia di cinesi che non la pensano allo stesso modo. Alcuni, ma non tutti, hanno avuto modo di avere contatti con l’Occidente e sono stati conquistati dalla nostra visione della vita e del libero arbitrio. Migliaia di persone in un paese di 1,4 miliardi non so se possano essere considerati neanche una minoranza. Forse la parola più corretta sarebbe un “embrione”. Perché questo numero sicuramente crescerà e porterà la Cina gradatamente ad adeguarsi creando una democrazia probabilmente alternativa ai nostri canoni. Mettiamoci però il cuore in pace, ci vorrà del tempo e in fin dei conti penso che anche per noi questo sia un bene.

  • Piero Verni :

    E’ vero, grazie a dio (e un po’ forse anche grazie a noi che la stiamo portando avanti) nell’accogliente casa telematica che Marco Restelli mette a nostra disposizione, questa discussione si sta svolgendo in un modo corretto, piacevole, interessante e senza quei picchi isterici che noto in altri blog che parlano del medesimo argomento.

    Riguardo all’importanza dei retroterra culturali quando si tratta di attuare dei cambiamenti sono assolutamente d’accordo. Esistono e se ne deve tenere conto. Non ho mai aderito alla concezione che vede il sistema di valori ormai metabolizzato dall’occidente contemporaneo come una clava “volterriana” da calarsi sulla testa di popoli che hanno radici, storie, codici di comportamento così diversi dai nostri. Ritengo, ad esempio, che due grandi nazioni come il Giappone e l’Unione Indiana declinino -nel bene e nel male- da oltre mezzo secolo le proprie esperienze democratiche in sintonia con le loro peculiarità strutturali e sovrastrutturali. Però, con tutti i limiti e le pecche del caso, sono stati democratici.

    Non sono d’accordo invece con l’affermazione di “… dalla Cina” quando si dice così certo che la caduta del regime autoritario che dal lontano 1949 governa a Pechino, non sia una priorità altro che per poche migliaia di persone. A parte il fatto che le espressioni di dissenso si sono moltiplicate negli ultimi anni in Cina (dal Tibet al Turkestan orientale, dalle proteste dei contadini alla recente ondata di scioperi spontanei) la storia ci ha mostrato che non sempre segue percorsi lineari e prevedibili. Anzi, sovente procede per sincopate accelerazioni e repentine inversioni di marcia. Che nessun esperto, attento osservatore, analista di chiara fama può prevedere. Chi è che a marzo del 1989 aveva previsto lo sconquasso che sarebbe accaduto di lì a pochi giorni, nell’aprile e nel maggio seguenti? Nessuno. E pure si trattò di un formidabile brivido di febbre che attraversò in profondità il corpo sociale della Cina. A Pechino e altrove.

    Cosa avremmo pensato se un nostro amico ci avesse telefonato la mattina del 1° gennaio 1989 avvertendoci che entro l’anno il Muro di Berlino sarebbe crollato e di lì a breve la stessa Unione Sovietica sarebbe stata niente altro che un ricordo? E che le repubbliche baltiche (oltre a tutte le altre citate da Carlo) sarebbe tornate indipendenti? Credo che tutti noi, insieme ai tanti esperti di mondo sovietico, avremmo dato del pazzo a quell’ipotetico amico o pensato che le sue “farneticazioni” erano il frutto di una tempesta alcolica che lo aveva colpito nel corso del veglione di San Silvestro.

    E invece tutto quello accadde, prendendo il resto del mondo alla sprovvista. Nel giro di pochi mesi, un assetto geopolitico che sembrava inossidabile e destinato a durare nel tempo si sgretolò in un battito di ciglio della storia come il corpo del Vampiro quando nei film dell’orrore è esposto ai raggi del sole.

    Con questo non voglio dire che ritenga il cambiamento di regime in Cina dietro l’angolo, bensì che la richiesta di un simile cambiamento riguardi molto più che un pugno di eroici intellettuali e qualche migliaio di dissidenti. E mi conforta in questa impressione (calcoli, “… dalla Cina”, che non sono uno che confonde quello che vorrebbe con quello che ritiene probabile; il prendere i propri desideri per realtà fu un suggestivo slogan del Maggio Francese ma funziona poco nella “politique d’abord”)… mi conforta in questa impressione, dicevo, la capillare e brutale repressione da parte di Pechino della benché minima espressione di dissenso. Ma le sembra che la scomposta reazione al conferimento del Nobel per la Pace a un mite e moderato intellettuale come Liu Xiaobo (e adesso gli arresti domiciliari per la moglie) siano un segno di forza? A me invece pare che a Zhongnanhai siano in parecchi a non dormire sogni tranquilli, nonostante i successi economici e le genuflessioni delle diplomazie internazionali.

    p.s. per Carlo: non avevo alcun dubbio che il tuo riferimento al mio “ardore rivoluzionario” fosse scherzoso ed affettuoso così come era scherzosa e affettuosa la mia replica.
    In ogni caso: “Hasta la victoria siempre!”

  • carlo buldrini :

    Gentile “dalla Cina” (ma perché questo anonimato?), anch’io trovo piacevole e interessante questo nostro scambio di idee (anche se, per decenza, mi fermerò qui). Già le ho premesso la mia scarsa conoscenza della Cina. Essa si limita a due “episodi”. Un certificato in lingua cinese moderna conseguito, nel 1972, alla Delhi University (il padre del mio professore era insegnante di calligrafia nella Cina di prima della rivoluzione) e il mio drammatico incontro, sempre nel 1972, con i rifugiati tibetani che fuggivano da un Tibet dove impazzava la Rivoluzione culturale. (Le testimonianze di questi profughi le ho raccolte in un capitolo di un mio libro). Forse è un po’ poco per poter parlare della Cina di oggi. Resta il fatto che, per il sistema politico di questo paese, provo una forte repulsione. Capisco la sua obiezione: basta con questa storia del voler esportare la democrazia; è il vecchio vizio dei colonialisti di ieri mascherati oggi da democratici. Vero. Voler esportare democrazia è, nel migliore dei casi, mettersi su un gradino superiore. Uno stupido razzismo culturale fatto nei confronti di una cultura millenaria. Ma anche nella sua domanda (che contiene un’implicita risposta): “La Cina è un paese MATURO per la democrazia?” c’è lo stesso giudicare dall’alto. Allora, come se ne esce? Accettando senza mezzi termini quella “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” (noti bene: “universale”) che dice: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti…” eccetera, eccetera. Finché in Cina ci sarà anche un solo Laogai aperto, mi sentirò in diritto di poter dire che quel paese è retto da un sistema politico infame.
    P:S: E mo’ Marco non ci dà pace. Cerca di coinvolgerci sull’Afghanistan. Questa volta non ci casco.

  • marco restelli (autore) :

    caro “dalla Cina”, capisco bene il suo punto di vista e la ringrazio di contribuire a questa interessante discussione, ma il mio punto di vista è un po’ diverso.
    Dato che lei cita fondamenti culturali della civiltà cinese per sostenere che la Cina non è ancora matura per la democrazia, mi permetta di fare riferimento al Zhuang-Zi (capitolo XIII, “La via del Cielo”): «La virtù del sovrano che si manifesta senza ostacolo ottiene la sottomissione del mondo». Io sono un ammiratore del Taoismo e del suo concetto di Armonia (centrale, benché declinato in diverso modo, anche nel Confucianesimo) ma se l’attuale “sovrano” della Cina, cioè il Partito comunista, ritiene di esprimere la propria “virtù” (cioè la propria missione di pacificazione e progresso della Cina) attraverso una “armonia” imposta con la forza, ovvero attraverso l’arresto di pacifici dissidenti come Liu Xiaobo, allora non ci siamo.
    Perché se è giusto che noi occidentali non chiediamo alla Cina di snaturarsi né tantomeno vogliamo imporre le nostre categorie culturali (la democrazia non si impone dall’esterno) è purtuttavia vero che se ci sono abitanti dell’Impero che chiedono aiuto o si rivolgono ai princìpi di diritto in cui l’Occidente crede – e penso ai tibetani, agli uiguri o ai dissidenti di etnia Han come Liu Xiaobo – allora non è pensabile che l’Occidente li abbandoni.
    Perché quelle sono voci che si alzano dall’interno, non dall’esterno, dell’Impero, e noi che crediamo nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo non possiamo ignorarle. Benché numericamente siano poco rilevanti rispetto alla totalità degli abitanti della Cina.
    IL problema è irrisolvibile, come molti problemi di tensioni politiche basate su grandi differenze culturali.
    Ognuno, dunque, continuerà a fare la sua parte, e vedremo chi, col tempo, avrà avuto ragione: anche riguardo ai punti che le stanno a cuore, cioè al progresso della Cina, alla sua stabilità, e alla sua collocazione nel mondo.

  • ...dalla Cina :

    Carissimi, su almeno una cosa vedo con piacere che siamo tutti d’accordo: aldilà dei diversi punti di vista il poter conversare in questo modo pacato e obiettivo arricchisce tutti e permette di arrivare al nocciolo delle questioni. Immaginate se anche i nostri politici e diplomatici fossero in grado di gestire un dibattito con questo modus operandi e questo tipo di etica … probabilmente la condizione e l’immagine dell’Italia sarebbero molto diverse.

    Fatta questa digressione sui sogni impossibili ci tenevo a fare una precisazione (per Carlo) in merito al mio anonimato. Penso che il mio nome non darebbe, contrariamente ai vostri, un valore aggiunto a quanto scrivo e poi la mia vuole essere una testimonianza non faziosa dell’uomo della strada. Forse qualche mia passionale provocazione non va in questa direzione ma non ho teorie o preconcetti da difendere, quello che scrivo è semplicemente quello che vedo … dalla Cina.

    In particolare mi interessa dare un punto di vista alternativo, forse non commerciabile, di come da mia esperienza i cinesi vivono i temi di cui discutiamo. Questo anche perché troppo spesso i nostri media offrono interpretazioni e giudizi unidirezionali (da ovest ad est per capirci) dei fatti, suggerendomi che alla fine anche sull’informazione forse “tutto il mondo è paese” . E di testimonianze alternative di cui parlare ne avrei parecchie anche su temi scottanti come l’attuale questione tibetana o le condizioni di vita delle altre minoranze cinesi. Per ora però rimango nel tema, magari in futuro se ce ne sarà l’occasione potremmo allargare il discorso.

    Ad ogni modo capisco molto bene le vostre preoccupazioni e condivido con voi la speranza che la Cina arrivi nel più breve tempo possibile (e sostenibile) ad una forma di democrazia e di rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo. Sinceramente non penso che per questo serva una rivoluzione. L’impressione che ho da qui vedendo l’opera del governo centrale è come quella di un lunghissimo treno che avanza (solo apparentemente lento) inesorabilmente verso la meta pianificata di uno stato cinese moderno e democratico, cercando di dare di volta in volta le nozioni ai suoi passeggeri su come comportarsi a destinazione. Io penso che la missione di questo treno non sia in discussione lo è spesso invece la sua velocità nel giungere a destinazione, il comportamento del capotreno in merito agli ostacoli (a volte anche solo apparenti) che trova via via sui binari e la sua apparente sordità ai suggerimenti che arrivano dall’esterno e da “qualche” passeggero.

    In merito alla velocità del cambiamento non mi serve far paragoni con la Cina del ‘49 o di quella post ’76 o ancora di quella di Tienanmen, anche perché sinceramente non l’ho vissuta in prima persona. Basta il paragone con 10 o forse solo 5 anni fa per affermare che è una realtà totalmente “rivoluzionata” pur avendo mantenuto lo stesso “equipaggio”. Ad esempio i diritti alla proprietà, a creare impresa privata, a viaggiare all’estero e tutte le regole per l’entrata nel WTO e molto altro ancora potranno sembrare poco, a parole. Ma di fatto sono tutti avvenimenti recenti che se mal gestiti avrebbero anche solo singolarmente potuto provocare il caos. Ricordo sempre che la Cina è il paese per cui, quando i cinesi hanno cominciato a fumare col filtro, è sparita per 2 anni la cellulosa dai mercati mondiali. Figuriamoci se si incazzano…

    Per quanto poi riguarda l’operato di questo famigerato capotreno sono d’accordo con Piero quando si domanda se sia un segno di forza accanirsi contro il povero LiuXaiobo. Di fatti non è affatto un segno di forza ma di paura. Riprendendo la similitudine del treno, non interessa se l’ostacolo che si trova sui binari sia un masso o un capello. Se il rischio anche remoto è il deragliamento, il macchinista lo spazza via senza porsi troppi problemi. E il suo agire è appoggiato dalla necessità di sicurezza della stragrande maggioranza dei passeggeri.

    Riguardo infine alla sordità verso l’esterno bisogna anche capire come sono visti i politici occidentali dal punto di vista cinese: un riferimento instabile di obiettivi e ideologie che si contrappongono di continuo, che lotta per una poltrona prima che per il benessere del paese a cui appartiene e che spara sentenze e provocazioni (questi non sono aiuti) prima ancora di conoscere la realtà. Può un macchinista con una tale responsabilità dare retta al primo ubriaco di passaggio?

    Tutto perfetto così allora? Certamente no. La Cina sta vivendo il periodo più intenso della sua storia e già solo se penso ai prossimi sei mesi ci sono incognite che farebbero veramente, come dice Piero, “tremare i polsi di ogni persona assennata”. Incognite che derivano dal rapporto con i paesi confinanti (Giappone primo tra tutti), dall’economia che tanto per cominciare denuncia una percentuale doppia sul PIL degli investimenti se paragonati alla spesa delle famiglie (dato che sommato alla rivalutazione della moneta e alla bolla speculativa degli immobili è una vera bomba pronta ad esplodere), dalla corruzione e dall’evasione fiscale dilaganti e dalle lotte di potere tra l’equipaggio per il prossimo avvicendamento alla conduzione del treno.
    Di chi è il futuro? Dei successori di Hu JinTao o delle lobby di potere dei prìncipi maoisti? Quello che penso è che forse questo macchinista andrebbe aiutato più che provocato ed osteggiato. I benefici sarebbero enormi per tutti.

  • Piero Verni :

    Il problema è capire chi è il vero macchinista.
    Forse la mia ipotesi di una spaccatura tra Wen Jiabao e Hu Jintao potrebbe non essere poi così fantapolitica.
    Mentre la recente intervista di Wen alla CNN continua ad essere in pratica censurata, il South China Morning Post ha reso nota una lettera indirizzata al PCC di alcuni ex importanti quadri del Partito in cui si chiede un drastico ridimensionamento della censura sull’informazione.
    Vedremo cosa risponderà Hu Jintao che per ora tace.

  • ...dalla Cina :

    …hic sunt leones

  • marco restelli (autore) :

    Caro dalla Cina, ho letto l’articolo che hai segnalato nel tuo link: interessante ma disarmante. Anche perché l’autore dell’articolo, come quasi tutti i giornalisti italiani in Cina, finisce per sposare più o meno integralmente il punto di vista di Pechino. Forse è anche questa (come recita il titolo di un libro) “la differenza fra la Cina e il mondo”: quello è l’unico Paese che sa imporre il proprio punto di vista anche ai corrispondenti occidentali.
    Disarmante, appunto.
    Così com’è disarmante il modo di ragionare staliniano ancora utilizzato da Pechino, che lega il Nobel per la pace a Liu Xiaobo al braccio di ferro finanziario in atto fra l’Occidente e la Cina stessa.
    Il Comitato per il Nobel – sembra perfino ridicolo ripeterlo – non è un braccio armato dell’Occidente, come sospetta Pechino.
    Ci vorrà molta pazienza e molta tenacia, in futuro, per far capire alla Cina che la sua “differenza” con il mondo dev’essere oggetto di mediazione e che rimanere su un piedestallo ideologico ultra-nazionalista non porterà certo la Cina a una “armoniosa” collocazione nella comunità mondiale.
    Ci vorrà tempo, pazienza e tenacia, ma dovrà essere fatto.

  • ...dalla Cina :

    Caro Marco, forse hai ragione tu: per commentare i fatti cinesi forse è meglio rimanere in Italia. Se poi un giorno avrai volontà e coraggio di mettere in dubbio le tue convinzioni fammi un fischio, magari ne nascerà un’altra interessante conversazione.
    Adesso però ti devo lasciare perchè il kalashnikov che ho puntato alla testa dall’ufficiale della propaganda stalinista cinese comincia a farmi un po’ di solletico.

  • marco restelli (autore) :

    caro “dalla Cina”, apprezzo l’ironia, ma non ho mai detto che per commentare i fatti cinesi bisogna restare in Italia. Parlo della Cina perché prima l’ho studiata e poi l’ho visitata. Sarò sempre felice di mettere in dubbio le mie convinzioni discutendo con persone preparate come te. Ma, appunto, chiedo rispetto per le mie convinzioni come io rispetto le tue. Spero che avremo altre occasione di confronto. Nel frattempo, occhio al dito sul kalashnikov, se prude. Ciao

  • Piero Verni :

    E’ curioso questo fatto. Appena assegnato il Nobel molti di quei commentatori che Marco giustamente ritiene aver sposato il punto di vista di Pechino (comunque non tutti e soprattutto non tutti i non italiani) a venirci a dire che era un Premio inutile, che Liu Xiaobo in Cina era un perfetto sconosciuto, che non lo filava nessuno, etc. Adesso un sondaggio governativo, guarda caso, dichiara che la maggioranza dei cittadini cinesi è contro l’assegnazione di questo Premio Nobel.
    Ma guarda un po’ come hanno fatto in fretta ad informarsi i “cittadini cinesi”.
    Ma dai…

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