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Afghanistan: 10 anni di fallimenti e una lezione per il futuro

12 ottobre 2010 di 6

Dopo la tragica morte dei nostri quattro alpini, l’Italia si interroga sulla propria presenza in Afghanistan e tutti parlano di exit strategy.  Nel Paese le forze armate occidentali operano ormai da dieci anni e noi europei siamo stati al traino della strategia americana – puntata sostanzialmente sull’occupazione armata del territorio anziché su una strategia a più livelli (interventi armati “chirurgici”, riforma strutturale delle istituzioni, politiche di miglioramento delle condizioni economiche della popolazione). Il Ministro della Difesa Ignazio La Russa ora propone di consentire ai nostri aerei l’utilizzo delle bombe per proteggere i nostri soldati. I quali operano in condizione di grande pericolo e spesso senza adeguati mezzi di difesa: ovviamente abbiamo il dovere di tutelarli al meglio. Ma la soluzione del dramma afghano passa davvero per i bombardieri?

Chiariamo anzitutto che dopo dieci anni di presenza militare occidentale permane inalterato il vero problema della società afghana: la povertà. L’Afghanistan infatti, con il Sierra Leone, è lo Stato più povero del mondo. E la povertà è il migliore humus per i reclutatori del terrorismo.

Quali risultati ha avuto dunque la presenza armata occidentale?
Parti crescenti del territorio stanno passando sotto il controllo dei talebani (con i quali il governo di Karzai sta avviando trattative), la corruzione permane a tutti i livelli dello Stato afghano, le elezioni sono state segnate da brogli di massa, i civili continuano a morire a causa del conflitto,   in questi dieci anni la mortalità infantile anziché diminuire è cresciuta, la condizione delle donne non è certo migliorata, il numero delle donne che muoiono di parto è in aumento, il tasso di violenza nel Paese è in costante crescita, gli aiuti umanitari elargiti dalla comunità internazionale sono finiti spesso nelle mani sbagliate, l’Afghanistan continua a produrre il 91% dell’oppio mondiale (da cui l’eroina) e i tentativi – mal condotti – di far sostituire l’oppio con altre coltivazioni sono falliti.

Se non è un disastro questo…

Politiche alterantive a quella da noi seguita erano possibili? Certo, e qui c’è un appello che mostra come. Ma ora è necessario concentrarsi sul presente e sul futuro. Da più parti si fa notare che non si può consentire che l’Afghanistan diventi un’enorme base di al Qaeda. Oggi però Pino Arlacchi, presidente del gruppo del Parlamento Europeo per l’Afghanistan, ha dichiarato a Rai News che «secondo recenti stime sono appena fra i 50 e i 100 i militanti di al Qaeda in territorio afghano», cioè una cifra risibile. Quelli che sparano sui nostri soldati non sono terroristi di al Qaeda, sono montanari afghani, parenti di quelli che avevano già sconfitto i sovietici.

Non si può fuggire subito dall’Afghanistan,  anche perché c’è da rispettare gli impegni presi con una coalizione internazionale. Ma diventa  una necessità – improvvisamente riconosciuta da tutti – elaborare una exit strategy (rafforzare la polizia afghana, mettere lo Stato afghano in condizione di non crollare come un castello di carte quando noi occidentali ce ne andremo) tale da evitare il “rischio Somalia”, cioè il rischio di un Paese che torni ad essere lacerato da una spaventosa guerra civile, senza un potere centrale che sia in grado di controllare il territorio ed evitare il ripristino di basi di al Qaeda. Nei prossimi mesi il presidente Obama dovrà fare scelte molto difficili.

Ma c’è anche, a mio parere, un’altra necessità: ripensare in toto – perlomeno da parte europea – la strategia futura di intervento in terreni di crisi, perché l’esempio dei fallimenti in Iraq e in Afghanistan dovrebbe insegnare qualcosa.
E’ mancato clamorosamente, infatti, il know how sul terreno, sulla popolazione, sulla cultura, sul contesto in cui si andava ad operare, e sono quindi state fatte scelte con priorità errate. La stessa cosa che era avvenuta in Iraq, dove l’amministrazione Bush aveva inviato i soldati ma aveva impedito che alle truppe si aggregassero orientalisti e studiosi della società iraqena «per evitare che qualcuno fraternizzi con il nemico». Il risultato, anche in Iraq, era stato una sequela di spaventosi errori politici dovuti ad ignoranza (primo fra i quali quello di abolire l’esercito iraqeno).

Ereditiamo dagli anni nefasti dell’amministrazione Bush una politica letteralmente “ignorante” della situazione in cui si opera, e la prima vittima di questa politica è stata la popolazione civile afghana. Ma le ricadute di questa situazione, quando la exit strategy sarà stata conclusa, si sentirammo ovunque. In Asia, dati i rischi geopolitici che l’instabilità afghana produrrà nelle relazioni già tese fra Pakistan e India. E in tutto il mondo, Occidente compreso. Perché sarà ben difficile evitare che la rete internazionale del terrorismo islamico gridi vittoria.

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6 Risposte »

  • Afghanistan: 10 anni di fallimenti e una lezione per il futuro :

    […] Il seguito di questo articolo: Afghanistan: 10 anni di fallimenti e una lezione per il futuro […]

  • marco restelli (autore) :

    post scriptum: se a qualcuno interessa approfondire questi temi segnalo che il 19 ottobre prossimo si terrà una tavola rotonda dal titolo “Afghanistan: in or out?” presso la sede dell’Ispi (Istituto italiano di politica internazionale) di Milano.
    Info: 02 86 93 053, e-mail: ispi.eventi@ispionline.it

  • Alessio :

    Marco,
    complimenti vivissimi per l’articolo, come sempre di una chiarezza disarmante.

    Io generalmente sono di parere differente sul discorso degli “impegni presi” con la Nato, e riguardo a questo discorso sottolinerei i seguenti punti:

    1) Innanzitutto, penso nessuno si scandalizzerebbe se un nuovo governo italiano dovesse rivedere degli accordi ritenuti sbagliati presi da un governo di 10 anni prima.

    2) Ma ad ogni modo non penso che la risoluzione 1386 della Nato presa nel 20 Dicembre 2001 obblighi l’Italia ha tenere in Afghanistan piu’ di 3mila soldati. Ritengo quello un accordo generico – forse volutamente generico – e, oggi, anche datato, viste le mutate condizioni. Ad esempio, i Paesi Bassi, che nel 2007 avevano in Afghanistan piu’ soldati del nostro paese, oggi ne hanno solo 380 contro i nostri 3.400 circa. Anche il Canada ha annunciato che ritirera’ praticamente tutte le truppe entro l’anno prossimo. Penso non cadrebbe il mondo se il prossimo governo italiano invece di continuare ad aumentare le nostre truppe e dotarle di armi piu’ letali le dimezzasse o ritirasse in gran parte.

    3) Al contrario, Richard Holbrooke, inviato speciale del presidente Usa Barack Obama in Afghanistan, ieri ha spiegato alla Annunziata su Rai3 che un ritiro totale delle truppe potrebbe avvenire solo nel 2014. E siamo sempre nel regno del forse. Se questo 2014 dovesse diventare 2016 o 2020, saremmo sempre obbligati a mantenere le nostre truppe in Afghanistan per dare una mano agli americani? Anni e decenni di guerre che ci costano vite umane e 2 milioni di euro al giorno per combattere questi maledetti talebani che poi, pero’, a noi italiani non e’ che ci abbiamo mai piazzato delle bombe a Roma, Firenze, Bologna o Capaci.

    4) Ultimo ma non per importanza – Cos’e’ diventata la Nato?

  • marco restelli (autore) :

    ciao Alessio, ti ringrazio per il tuo intervento, stimolante….e infatti mi ha stimolato a risponderti. Concordo con te nel dire che se gran parte dell’occidente sta ritirandosi dobbiamo riflettere anche noi – e in fretta, perché non c’è tempo da perdere – sulla exit strategy. Perché la situazione in Afghanistan è quel che è: cioè una schifezza per tutti (civili afghani compresi), e la politica militare occidentale si è rivelata inefficace.

    Ma non concordo con te quando dici che «questi maledetti talebani a noi italiani non e’ che ci abbiamo mai piazzato delle bombe a Roma, Firenze» ecc. Il punto non è che non hanno messo una bomba in Italia, il punto è che potrebbero farlo, come del resto hanno fatto per esempio in Spagna. Che si debba combattere il terrorismo dei fondamentalisti musulmani per me è cosa assodata, non possiamo aspettare che si espandano e colpiscano qui. Il problema è che la lotta al terrorismo NON si combatte come si è fatto finora, invadendo Paesi e cercando di esportare la democrazia sulla canna dei fucili. Il terrorismo islamico – che ha il suo humus nella povertà e nell’arretratezza sociale – si combatte prima di tutto con politiche economiche e sociali che sradichino la povertà e tagliano l’ìerba sotto i piedi ai terroristi. E poi, certo, con interventi/attacchi mirati, a livelli di servizi segreti, contro i capi del terrorismo.

    Il problema, dunque, non è SE combattere il terrorismo islamico ma COME combatterlo: e le strategie di invasione come quelle attuate in Afghanistan e in Iraq si sono rivelate non solo inutili ma anche controproducenti.
    Dunque, bisogna andarsene, in modo concordato visto che si tratta di una missione sotto mandato ONU, non solo NATO.
    (Cosa sia diventata la Nato, come tu molto giustamente chiedi, è cosa che varrebbe la pena di essere analizzata in profondità).

    Andarcene dall’Afghanistan è inevitabile e giusto, tanto più che ora sappiamo che al-Qaeda è ormai ben poco presente nel Paese.
    Ma non illludiamoci, il ritiro delle nostre truppe non scriverà la parola fine.
    La “partita” continuerà: in altri luoghi e , speriamo, con altri mezzi.

  • Alessio :

    Marco,
    grazie della risposta. Ovviamente sono d’accordo con te, infatti scrivendo che l’integralismo islamico non ha mai colpito l’Italia, al contrario della Mafia e dei terrorismi neri e rossi, non intendevo dire che non esiste questa possibilita’. Purtroppo esiste.
    (Oddio, penso che i miei genitori abbiano piu’ probabilita’ di morire di tumore o di arresto cardiaco che per un attentato terroristico e percio’ preferirei che il Governo investisse piu’ su Ambiente, Ricerca e Sanita’ che per acquistare dei cacciabombardieri.)
    Ma come sostieni anche tu, il pericolo terrorismo non si combatte affatto facendo la guerra in Afghanistan. Semmai, a mio avviso quella guerra puo’ solo aumentare le probabilita’ di un attacco terroristico in Italia.
    Io penso che l’Italia dovrebbe non solo rivedere il suo “impegno” in quella guerra ma fare pressione perche’ anche gli USA e gli altri cambino registro, passando rapidamente dall’intervento armato agli aiuti economici e al lavoro diplomatico. Ovviamente non sara’ certo l’attuale Governo a trasformare il nostro paese da yes-man di Washington a un paese orgoglioso di portare avanti una propria visione strategica, fiero della propria Costituzione che RIPUDIA la guerra.
    Inoltre, leggo che la nuova prima minsitra australiana parla di un altro decennio di guerra afgana.
    Spero che venga trovata una soluzione diplomatica al conflitto. Non vedo altre vie d’uscita.

  • gianfranco res :

    Caro Marco
    Condivido quello che hai detto e cioè “non possiamo permettere che il terrorismo si espanda e colpisca qui”, e che “la democrazia non si esporta sulla punta dei fucili”, però è utopico quello che proponi. Per gentilezza spiegami come si può “concretamente e praticamente” intervenire con politiche economiche e sociali in una realtà spaventosa come quella afghana. Le nazioni ricche dovrebbero versare fiumi di denaro in un pozzo senza fine con risultati molto molto dubbi e diluiti in un tempo infinito. Lo farebbero? Io dico di no. Sappiamo benissimo che anche la guerra costa un enormità di denaro ed in primis morti e morti, distruzioni, dolore. Però è la, in Afghanistan. La è la valvola di sfogo per Al Qaeda ed i talebani. Egoisticamente, cinicamente ma realisticamente questo hanno pensato e fanno gli USA con le nazioni europee.
    Questo modo di ragionare sembra privo di umanità, di un cinismo quasi demenziale ma se rifletti, sia pur con grande tormento, almeno ci sono molte probabilità di non venire direttamente coinvolti sui nostri territori.
    Credo, al di la di tutti gli errori finora fatti, che l’unica possibilità di soluzione del “problema” afgano, sia quello di aiutare a rinforzare ed istruire capillarmente il governo laggiù eletto e le forze armate. Inoltre, combattendo con ogni mezzo la corruzione imperante, facendo opera di conoscenza della democrazia (sarà dura) e di persuasione (anche economica) presso tribù, “popoli” e genie che compongono l’Afghanistan.
    Però, per far questo, bisogna avere una grande forza deterrente laggiù.
    Posso solo concludere con “sperem”.

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