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“Stop killing in Tibet”: una raccolta di firme per una campagna internazionale

16 dicembre 2010 di 2

L’Associazione Italia-Tibet lancia una campagna internazionale e una raccolta di firme : Stop Killing in Tibet. Lo scopo è semplice:  salvare la vita di cinque giovani tibetani che sono stati condannati a morte.
La loro “colpa”: avere espresso pubblicamente il proprio dissenso nei confronti dell’occupazione cinese del Tibet. Le condanne a morte risalgono quasi tutte al 2009;  sono state sospese per due anni, ma nel 2011 potrebbero essere eseguite in qualsiasi momento. Per sollevare il velo di silenzio che ormai pesa sul Tibet (circondato dall’indifferenza del mondo occidentale, che non parla più di violazioni dei diritti umani per non compromettere gli affari con la Cina) è importante dare la massima pubblicità possibile alla campagna Stop Killing in Tibet. Per firmare la petizione, scaricate qui il modulo in pdf. La campagna si concluderà il 10 marzo 2011, 52° anniversario dell’insurrezione di Lhasa e terzo anniversario delle proteste del 2008. Al termine della campagna le firme raccolte verranno inviate all’autorità cinesi in Cina e in Tibet e al Ministero degli Esteri italiano.

Una dei cinque condannati a morte: Penkyi, 21 anni

Qui sotto trovate il testo della petizione lanciata dall’Associazione Italia-Tibet, i nomi dei condannati e la loro condizione.

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STOP KILLING IN TIBET: Fermiamo le esecuzioni in Tibet

Campagna di raccolta firme promossa dall’Associazione Italia-Tibet

Il 10 marzo 2008 la frustrazione della popolazione di Lhasa esplose in una serie di manifestazioni che, partite dai tre grandi monasteri di Drepung, Sera e Ganden, infiammarono ben presto tutta la città. L’ondata delle proteste si estese rapidamente in tutto il Tibet e, tra i mesi di marzo e aprile 2008, l’intero altipiano insorse contro lo strapotere e l’arroganza dell’occupante cinese. L’insurrezione popolare dilagò fino alle province orientali del Tibet. Religiosi e laici, uomini e donne, giovani e anziani chiesero di essere liberi e di vedere rispettate le loro fondamentali libertà.

La reazione cinese fu durissima. A Lhasa fu imposto il coprifuoco. Polizia ed esercito posero la città in stato d’assedio, il paese fu chiuso alla stampa e agli osservatori stranieri. Iniziarono le uccisioni, le deportazioni e gli arresti di massa, con perquisizioni e irruzioni casa per casa. Si contarono oltre duecento morti, centinaia di feriti, migliaia di persone tratte in arresto o scomparse.

Nell’aprile 2009 iniziarono i processi. Due giovani tibetani, Lobsang Gyaltsen (27 anni) e Loyak (25 anni), furono condannati a morte con esecuzione immediata della sentenza. Furono fucilati il 20 ottobre dello stesso anno.

Altri cinque giovani tibetani furono condannati a morte ma l’esecuzione della sentenza fu sospesa per due anni. Questi i loro nomi:

Tenzin Phuntsok, 27 anni, condannato nell’aprile 2009

Kangtsuk, 22 anni, condannato nell’aprile 2009

Penkyi, 21 anni, condannata nell’aprile 2009

Pema Yeshi, 28 anni, condannato nel novembre 2009

Sonam Tsering, 23 anni, condannato nel maggio 2010

Queste sentenze sono di natura politica e vi sono buoni motivi per ritenere che i processi non siano stati celebrati in conformità alle disposizioni internazionali di legge. La Cina ricorre ad ogni possibile metodo per intimorire i tibetani e cercare di normalizzare il Tibet soffocando ogni tentativo di opposizione alla forzata occupazione del paese.

Per non lasciare soli Tenzin, Kangtsuk, Penkyi, Pema e Sonam e tutti i loro fratelli che stanno scontando lunghe pene detentive, l’Associazione Italia-Tibet lancia una campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e delle istituzioni sui crimini e le gravi violazioni della giustizia quotidianamente commesse in Tibet.

Lancia inoltre una campagna di raccolta firme per chiedere alle autorità della Repubblica popolare:

– La cessazione immediata dell’esecuzione di tutte le sentenze capitali La commutazione delle condanne a morte già pronunciate Processi pubblici e secondo giustizia
– La sospensione dei processi connessi con i fatti dei mesi di marzo e aprile 2008 fino a quando non sarà consentito a organismi indipendenti di condurre un’inchiesta sui fatti realmente accaduti
– La cessazione delle torture inflitte ai prigionieri e la possibilità che sia loro concesso di ricevere le visite dei famigliari e degli avvocati nonché di ricevere le necessarie cure mediche

La campagna si concluderà il prossimo 10 marzo 2011, 52° anniversario dell’insurrezione di Lhasa e 3° anniversario delle proteste del 2008.

Per un’azione più incisiva e unitaria, l’Associazione Italia-Tibet chiede la collaborazione di tutti i gruppi, associazioni, partiti, movimenti e privati cittadini che hanno a cuore il popolo tibetano e la sua causa.

Associazione Italia-Tibet

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2 Risposte »

  • carlo buldrini :

    Caro Marco, intervenendo nel tuo post intitolato “Condannato a morte un dissidente tibetano. Un appello a Pannella e ai radicali”, suggerivo che fosse invece l’Associazione Italia-Tibet a mettersi alla testa di una campagna di raccolta di firme per cercare di fermare la mano del boia cinese. La “campagna” si è finalmente materializzata e ti ringrazio per lo spazio che hai voluto dedicare all’iniziativa.
    Tornando alle manifestazioni di quel 14 marzo 2008 per cui sono state comminate le condanne a morte in Tibet, dai filmati mostrati dalla stessa televisione di Stato cinese risultava che la protesta dei tibetani a Lhasa fu ben poca cosa rispetto – tanto per fare un paragone recentissimo – alla manifestazione degli “studenti” di martedì scorso a Roma. Tra questi “studenti” che si sono scontrati con la polizia a Piazza del Popolo a Roma c’erano molti giovani con le bandiere rosse con la falce e martello. A Roma il Tribunale li ha rimessi subito in libertà. A Lhasa, il regime comunista cinese, li fucila.

  • “Stop killing in Tibet”: una raccolta di firme per una campagna internazionale :

    […] Prosegue Articolo Originale: “Stop killing in Tibet”: una raccolta di firme per una campagna internazionale […]

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