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Dopo la catastrofe nucleare: cosa abbiamo imparato sullo spirito del Giappone

25 luglio 2011 di 1

L'imperatore Akihito e l'imperatrice Michiko a colloquio con due sfollati dal terremoto (Foto Reuters)

Ci sono piccoli gesti che fanno la Storia. Nel marzo 2011 Sua Maestà Akihito, 125° Imperatore del Giappone, erede della più antica dinastia reale del nostro pianeta, simbolo delle origini divine (secondo la religione Shinto) delle isole giapponesi, compie un gesto senza precedenti: decide di aprire una delle dimore imperiali a degli estranei, gli sfollati dall’area circostante la centrale atomica di Fukushima.
In migliaia di anni (la famiglia reale giapponese è antica come il Giappone) non era mai successo, nemmeno dopo le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, e men che meno in occasione di precedenti catastrofi, naturali o no.
Così qualche decina di sfollati della Prefettura di Fukushima viene accolta nell’idilliaca Villa Imperiale nella cittadina di Nasu, ristorandosi anche nelle magnifiche terme della villa. In seguito, le aziende agricole di proprietà personale dell’Imperatore donano grandi quantità di cibo alle persone colpite dalla catastrofe e Akihito con la moglie Michiko si reca in visita in vari campi di sfollati, invitando i giapponesi a tenersi «mano nella mano» in questa fase di grande difficoltà. Per farlo, interviene alla Tv di Stato, primo Imperatore a usare i media dopo il 1945, quando suo padre Hirohito annunciò via radio ai giapponesi che la guerra era finita.
Dopo di che, Akihito decide di sottoporsi al razionamento del 20% nell’erogazione dell’energia elettrica: il blackout viene rispettato anche nel Palazzo Imperiale di Tokyo, che in marzo come ogni casa giapponese rimane a turno senza luce e senza energia.

Questa inedita condotta della famiglia imperiale ci permette di capire il clima di solidarietà intervenuto in un Paese che ha saputo reagire con coraggio e dignità alla serie di catastrofi culminata nella crisi nucleare di Fukushima. La grande compostezza dei giapponesi, anche di fronte alla paura della “nube nucleare”, si è tradotta in un motto ripetuto ovunque dalla gente: «gambatte kudasai!», cioè «fatevi coraggio». Certo la situazione è apparsa tetra quando tracce di iodio radioattivo sono state trovate nel latte di alcune madri residenti a est e a nord della capitale. «La paura per le radiazioni di Fukushima è tanta. Quel che è peggio è l’incertezza per il futuro, sembra un incubo che avrà una lunga scia. Vorrei che finisse il più presto possibile. Noi possiamo solo tenere duro», mi ha scritto in una mail Rie Okubo, un’amica di Tokyo. «A 56 anni non avrei mai creduto di assistere a catastrofi del genere», mi ha scritto un altro amico, l’architetto Katsuhiro Nagumo. «Il dramma si è consumato in tutta la sua pienezza proprio con le radiazioni, perché in Giappone sono ancora vivi i testimoni delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, e qui sappiamo, per esperienza diretta, che le radiazioni sono un’ipoteca sul futuro, vicino e lontano. Però la situazione qui a Tokyo sembra tutto sommato sotto controllo, forse più a noi che a voi così lontani. Speriamo di poter presto dimenticare». Dunque preoccupazione e angoscia: ma non panico. «Speriamo di poter dimenticare», ha scritto Nagumo-san.Altri giapponesi invece vogliono ricordare, e protestare. Contro il rischio di una politica energetica fortemente basata sul nucleare: in Giappone sono in funzione 55 centrali che producono il 30% dell’energia elettrica nazionale. Quante di loro sono a rischio in caso di nuovi terremoti? Il 9 aprile le strade di Tokyo hanno visto sfilare in manifestazione famiglie con bambini e tanti giovani per dire “no al nucleare, sì alle energie rinnovabili”; niente di strano se fosse accaduto in Occidente, dove i movimenti “verdi” sono radicati, ma una novità assoluta per il panorama politico del Giappone, Paese storicamente filonucleare. Il nascente movimento verde giapponese è in contatto anche con l’organizzazione internazionale ecologista Greenpeace, la cui nave Raimbow Warrior sta svolgendo dal 6 maggio una serie di campionamenti delle acque al largo di Fukushima, acque in cui le perdite di materiale nucleare dalla centrale hanno prodotto un impressionante aumento della radioattività. «Purtroppo le autorità giapponesi ci hanno negato il permesso di condurre un monitoraggio indipendente all’interno delle acque territoriali», spiega l’italiana Giorgia Monti, a bordo della Raimbow Warrior. «Noi stiamo effettuando comunque rilevamenti a 50 kilometri dalla centrale: compriamo pesce dai pescatori, analizziamo le alghe e l’acqua, per valutare l’altissima radioattività di questa zona marina».

Giorgia Monti a bordo della Rainbow Warrior al largo di Fukushima per controllare il livello di radioattività nel mare, dopo l'incidente alla centrale nucleare. © © Jeremy Sutton-Hibbert / Greenpeace

Il 30 aprile il quotidiano Japan Times ha riferito che il Premier Naoto Kan ha imputato le colpe del disastro di Fukushima non solo alla società di gestione  della centrale – la Tepco – ma anche al proprio governo per l’inefficacia dei controlli. Per uscire dalla crisi prodotta prima dal terremoto e poi dal disastro nucleare il governo giapponese sta elaborando una nuova road map, che in Italia è stata illustrata il 12 maggio in una conferenza tenutasi a Milano presso la sede della Jetro (la Camera di Commercio Giapponese) dal Direttore Generale Takahashi, dal Console Sakaguchi e dal Primo Consigliere d’Ambasciata Tobe.  Gli sforzi economici messi in atto dal Giappone per la ricostruzione delle zone devastate dal terremoto e per la ripianificazione del programma energetico sono enormi. Interessante, dal nostro punto di vista, che i relatori non abbiano evitato qualche lamentela nei confronti dei mass media occidentali, accusati di scandalismo. Un esempio? I nostri media hanno sottolineato i rischi di radioattività per l’acqua potabile di Tokyo, ma si sono “dimenticati” di avvertire i lettori che tali rischi erano del tutto rientrati solo pochi giorni dopo…Al di là delle polemiche, resta un fatto: in maggio il Premier Naoto Kan ha messo in mora il programma nucleare statale – che prevedeva un aumento delle centrali fino al 2030 – per valutarne i rischi, accanto alle potenzialità delle energie rinnovabili.
La passata primavera è stata la peggiore del Giappone dal 1945. Ma in questo Paese la primavera è una stagione tenace, e i giapponesi sono andati comunque ad ammirare la fioritura dei ciliegi nei parchi. Il futuro ci dirà come saranno le prossime primavere del Giappone.

(Quello sopra è un mio articolo pubblicato sul numero di giugno di Eco-News, newsletter sulla sostenibilità ambientale)

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