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Sikh padani e Grana padano. Viaggio fra gli immigrati indiani in Lombardia

10 ottobre 2011 di 10

Questa mia inchiesta sui “sikh padani” è strutturata in tre articoli: uno sui rapporti fra i sikh e la società italiana, uno sul possibile dialogo con il mondo cattolico e un terzo sul libro sacro del Sikhismo. L’inchiesta è stata pubblicata su Agorà, inserto culturale del quotidiano l’Avvenire. Buona lettura.

PRIMO ARTICOLO: I SIKH PADANI
In una calda mattina di fine agosto, la campagna di Cremona si è trasformata in una piccola India. Uomini con il turbante e la lunga barba, donne in coloratissime tuniche, bambini con i capelli raccolti a crocchia in un fazzoletto, sono affluiti da tutto il Nord Italia a Torre Picenardi, nei pressi di Pessina Cremonese, per partecipare all’inaugurazione di un nuovo tempio sikh. A Pessina Cremonese si aspettava l’arrivo di circa tremila sikh: ne sono giunti invece quasi seimila, per una pacifica kermesse fatta di canti, preghiere e distribuzione di cibi indiani a tutti i convenuti. Fra i quali non mancavano molti cittadini cremonesi, venuti per capire chi siano questi indiani che da anni lavorano nelle aziende agricole (e non solo) della campagna lombarda.

Giovani donne sikh nel gurdwara di Pessina Cremonese (agosto 2011). Foto di Marco Restelli

Giovani donne sikh nel gurdwara di Pessina Cremonese (agosto 2011). Foto di Marco Restelli

Il termine “sikh”  significa “seguace” o “devoto” di una religione monoteista – il sikhismo appunto – nata fra il XV e il XVI secolo da una sintesi di elementi islamici, induisti e devozionali nello stato indiano del Panjab; sintesi operata nella sua predicazione da un mistico di nome Nanak, che voleva porre fine ai conflitti politico-militari in corso fra musulmani e induisti e divenne poi il primo dei dieci Guru del sikhismo. Una religione, dunque, nata da un’aspirazione al dialogo e alla pace.

Un’aspirazione evidente anche nella giornata di inaugurazione del tempio: mentre il presidente dei sikh della provincia di Cremona, Jatinder Singh, accoglieva con parole di fratellanza i sindaci della zona, un elicottero passava sulla folla lasciando cadere petali di fiori e alcuni sikh regalavano agli italiani un libretto illustrativo sui fondamenti del loro credo, realizzato dalla Sikh Sewa Society di Cremona. In sostanza i sikh chiedono di essere accolti, e a loro volta sono impegnati ad accogliere chiunque, perché l’accoglienza è un principio fondamentale della loro fede. Nato per superare le divisioni fra islam e induismo – ma anche tutte le discriminazioni di casta – il sikhismo prescrive infatti che al piano terra di ogni tempio vi sia una grande cucina-ostello (chiamata langar) dove chiunque si presenti possa venire accolto, sfamato e ospitato gratuitamente. Chiunque, a prescindere dalla sua appartenenza religiosa, perché mangiare insieme affratella e costringe a superare le barriere castali e sociali.

Non fa eccezione a questa regola il Gurdwara (così si chiamano i templi sikh, letteralmente “la porta del Guru” supremo, che è Dio) di Pessina Cremonese, dotato anch’esso di un ampio langar a disposizione dei visitatori. L’edificio – su cui alcuni media hanno fatto sensazionalismo scrivendo che si tratterebbe del «più grande tempio sikh d’Europa», cosa assolutamente non vera –  è dedicato al decimo e ultimo Guru dei Sikh, Govind Singh.  L’ultimo Guru è una figura particolarmente venerata dai sikh perché riformò in senso “marziale” la comunità fondando nel 1699 il Khalsa, “l’ortodossia”, i cui membri devono seguire precise regole:  una sorta di battesimo, devozioni, austerità nei costumi (astinenza da alcol, fumo, droghe), servizio volontario agli altri (“sewa”) nei langar e non solo, e l’uso di adottare il cognome Singh (“leone”) per i maschi e Kaur (“principessa”) per le femmine. Le regole del Khalsa impongono al sikh “battezzato” anche di essere riconoscibile nell’abbigliamento, e da qui l’uso del turbante (per uomini e donne, benché di diversa foggia), la lunga barba per gli uomini e – per tutti e tutte – l’uso di portare un piccolo pugnale, il kirpan, a testimoniare la disponibilità a difendere la fede con la vita. Queste le regole del Khalsa, ma bisogna ricordare che non tutti i sikh appartengono al Khalsa;  molti – soprattutto fra i più giovani – non seguono queste regole, perciò non hanno un “aspetto sikh”.

E’ proprio il possesso del piccolo pugnale a suscitare ogni tanto – a Cremona e non solo – perplessità e contestazioni in chi lo vede come un’arma anziché come un simbolo religioso. Spiega in proposito Jaswant Singh, un membro del Khalsa che ha partecipato all’organizzazione della festa al tempio: «Ho 26 anni, vivo in provincia di Cremona a Pescarolo e Uniti, lavoro in una fabbrica di cioccolato e sono felicissimo di stare in Italia. Sono riucito ad integrarmi molto bene con gli italiani, solo vorrei che in certe circostanze ci si ricordasse di rispettare la nostra fede: per esempio se uno di noi va all’aeroporto di Malpensa gli agenti della sicurezza lo frugano ovunque e gli chiedono di togliere il turbante pensando che lì sotto nascondiamo chissà cosa. Ma il turbante per noi non è un cappello, è un simbolo della nostra fede, come il kirpan o come il braccialetto che teniamo al polso».

Il kirpan, simbolo religioso (non arma) per i sikh del Khalsa. Foto di Marco Restelli

Il kirpan, simbolo religioso (non arma) per i sikh del Khalsa. Foto di Marco Restelli

Incomprensioni, perplessità, che a volte rendono difficile il dialogo (si veda l’articolo a fianco). Ma a nessuno, nel cremonese, sfugge la necessità di dialogare con una comunità che ha saputo integrarsi nel territorio e nella sua economia. «La presenza dei sikh nel cremonese è assodata da decenni e si contano ormai in alcune migliaia gli indiani sikh che lavorano nelle aziende agricole e zootecniche, vivendo prevalentemente in cascine che altrimenti cadrebbero nell’abbandono», dice il sindaco di Pessina Cremonese, Dalido Malaggi. «Nella grande maggioranza si occupano di allevamento e hanno salvato un’economia, quella zootecnica, dove i nostri giovani non vogliono più essere impiegati». La serietà e l’abilità dei sikh nel lavoro qui è riconosciuta da tutti, ed è facilmente spiegabile: la loro area d’origine – lo stato indiano settentrionale del Panjab – è detta “il granaio dell’India”, dove i sikh si occupano tradizionalmente di agricoltura e allevamento dei bovini. Non a caso, in settembre il quotidiano International Herald Tribune ha dedicato un articolo ai sikh che lavorano come “bergamini” nella provincia di Cremona, sottolineando il loro apporto fondamentale alla produzione del Grana Padano, come testimonia il Presidente della Coldiretti della Provincia di Cremona, Davide Solfanelli: «un terzo dei lavoratori impegnati nelle stalle cremonesi sono indiani; gente affidabile, lavoratori indispensabili per l’agricoltura e l’allevamento nella nostra provincia, dove si produce un decimo dell’intera produzione nazionale di latte». E che il Grana Padano abbia bisogno dei sikh del Panjab, è proprio un segno dei tempi.

 

SECONDO ARTICOLO: IL MONDO CATTOLICO DI FRONTE AI SIKH
L’inaugurazione del tempio sikh di Pessina Cremonese è stata preceduta da una serie di perplessità da parte di alcuni settori della società cremonese. Perplessità diventate poi aperta contestazione da parte del Consigliere provinciale della Lega Nord, Manuel Gelmini. Al centro della polemica l’ uso fra i sikh del Khalsa (la comunità “ortodossa”, tradizionionalista) di portare alla cintola un piccolo pugnale, il kirpan, simbolo di difesa della fede. «Quella è un’arma, e nessuno dovrebbe essere autorizzato a girare per le strade con un’arma così», ha dichiarato Gemini.

«I sikh vivono appartati nelle campagne, tranne quella volta all’anno, fra marzo e aprile, quando vengono a Cremona per sfilare e celebrare il loro Guru, vestiti negli abiti tradizionali. Allora qualche cittadino può preoccuparsi perché i sikh portano il kirpan» osserva don Claudio Rasoli, Direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali della diocesi di Cremona, «però la stragrande maggioranza dei cremonesi ha capito che non si tratta di un arma bensì di un oggetto simbolico, rituale. Quando parlo con i parroci di campagna mi dicono che i cremonesi sono preoccupati più per i musulmani che per i sikh, sui quali esprimono giudizi sostanzialmente positivi: lavorano sodo, non disturbano, son gente seria,  e tante cascine sono tornate a vivere perché ci sono loro».

La Chiesa cremonese è in prima fila nell’accoglienza e nel dialogo con questa comunità di “nuovi italiani”, senza nascondersi le problematiche relative. «Integrazione e dialogo? Dipende, ci sono livelli diversi» continua don Claudio Rasoli. «Gli adulti sono piuttosto chiusi, non danno fastidio a nessuno ma non dialogano molto, e cercano di mantenere la propria identità culturale e religiosa. Insomma non fanno uno sforzo di vera integrazione. Diverso il discorso per i ragazzi e per i bambini: la scuola favorisce molto l’integrazione dei più giovani, e non è raro vedere bambini sikh che frequentano gli oratori, le attività estive, e anche i momenti di preghiera. Alcune famiglie sikh, per esempio, permettono ai figli di partecipare ai momenti di comunione della comunità cristiana. In generale, insomma, non vediamo atteggiamenti “fondamentalisti” da parte delle famiglie sikh».

«I rapporti con loro sono buoni, sia a livello diocesano – nel Tavolo interreligioso di cui fanno parte – sia  nelle parrocchie. Inoltre vari ragazzi sikh aderiscono all’insegnamento dell’ora di Religione nelle scuole», aggiunge don Mario Aldighieri, Responsabile del  Segretariato  per lo studio delle nuove forme di religiosità della diocesi di Cremona, e Delegato alle Relazioni per il Tavolo Interreligioso. «Notiamo una certa facilità nell’intenderci, su punti in comune come la fedeltà a una vita morale profonda, l’alto senso della famiglia e del lavoro, la serietà del culto attorno alla Parola e al Libro, la visione di un unico Dio creatore. Un elemento negativo è la condizione delle donne, spesso ancora marginalizzate nelle cascine ed estranee alla realtà sociale cremonese. In ogni caso, tutto ci spinge a interrogarci come cristiani: come trasmettere una fede che non cancelli ma valorizzi la fede vissuta prima, rispettando le loro tradizioni?».

Il terreno del dialogo possibile risulta ben chiaro nelle parole del prof. Massimo Introvigne, Direttore del Cesnur: «Con i fedeli di altre religioni oggi la Chiesa si confronta sulla grammatica della vita sociale, per trovare punti di incontro su tre terreni specifici che riguardano la ragione naturale: 1) il ruolo delle religioni per la costruzione di un mondo di pace e senza violenza; 2) i diritti delle donne e dei bambini; 3) i diritti delle minoranze religiose. Sono temi sui quali c’è spazio per un dialogo con i sikh, che hanno subìto persecuzioni in India negli anni ‘80 e ‘90 del secolo scorso, tenendo presente inoltre che l’India è un Paese in cui anche di recente sono avvenute persecuzioni anti-cristiane. In questi anni ho visto personalmente nascere e crescere la comunità sikh cremonese», conclude il prof. Introvigne:  «è un esempio di fedeltà alla propria identità religiosa, ci sono persone che portano la loro fede in tutti gli ambiti della vita, compreso quello professionale. Ed è in questo che i sikh possono dare un esempio a noi cristiani».

Inaugurazione del tempio sikh a Pessina Cremonese. Foto di Marco Restelli

Inaugurazione del tempio sikh a Pessina Cremonese. Foto di Marco Restelli

TERZO ARTICOLO: IL LIBRO SACRO DEL SIKHISMO
Il Libro sacro del sikhismo, il Guru Granth Sahib, è una raccolta di  5.867 inni composti nel corso di un paio di secoli sia da vari Guru sikh sia da esponenti di altre religioni. Il sikhismo nacque in Panjab fra il XV e il XVI secolo dalla predicazione di un mistico, Nanak, che invitava gli uomini a superare le barriere e le distinzioni religiose nella venerazione di un unico Dio la cui essenza è al di là dei nomi con cui Lo si chiama.

In ossequio a questo messaggio originario del sikhismo, nel Guru Granth Sahib vennero inclusi anche oltre 900 inni scritti da induisti, musulmani e mistici itineranti del Medioevo indiano, anche precedenti a Nanak.
L’influenza dell’islam sulla rigorosa visione monoteistica sikh ha portato alcuni studiosi a definire il sikhismo come “una religione abramitica”. La visione di Dio risulta definita già nell’ inno che apre il Guru Granth Sahib, noto con il nome di Japji. Eccone i primi versi nella traduzione dell’illustre indianista Stefano Piano, tratta dal libro da lui curato per Bompiani, “Canti religiosi dei sikh”:

«Uno è l’Essere supremo. Il suo Nome è “Colui che veramente è”. E’ un Dio personale, creatore, privo di paura e di inimicizia. Non soggetta al tempo è la sua immagine. Non generato, esistente per se stesso, Egli è il Maestro dispensatore di grazia».

 

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10 Risposte »

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  • Clara :

    Bello questo servizio! Ti segnalo, se non l’hai già visto:
    http://www.bbc.co.uk/news/world-us-canada-15236154
    Baci e buona giornata
    C.

  • Marco Restelli (autore) :

    Grazie Clara, interessante la testimonianza della sikh a New York. Teniamoci in contatto, baci, M.

  • roberto lucifero :

    mi farebbe piacere metterti a conscenza del mio progetto sui sikh, ho anche pubbliato un libro divulgativo che parla di questa comunità ormai rilevante anche per l’economia italiana….
    roberto lucifero
    ps guarda il sito del centro studi che dirigo li ci sono parecchie info…

  • Marco Restelli (autore) :

    ciao Roberto, il link al tuo nome mi porta al sito Cappella Orsini che non mi pare proprio abbia a che fare con i sikh…dammi indicazioni su come trovare le info di cui parli e ne darò notizia, teniamoci in contatto, ciao,
    Marco/MilleOrienti

  • Ilaria :

    La cappella orsini ha organizzato una mostra sui sikh la scorsa estate a Fondi, in provincia di latina, tra l’altro molto carina, con foto, informazioni sulla religione, dipinti, video, e tanti sikh:)
    non so come ho avuto la fortuna improvvisa di capirtarvici per casa durante una passeggiata vacanziera con i miei, e sono rimasta molto colpita proprio perchè l’aveva organizzata la cappella orsini insieme al comune(e perchè io ci sto scrivendo una tesi:D)

  • Ilaria :

    ecco quello di cui parla roberto:
    http://www.cappellaorsini.it/CULTURE/home_culture.html

    🙂

  • letizia :

    ciao marco sarei molto interessata a sapere qualcosa di più della comunità sikh di pessina cremonese.
    questo giorno tra marzo e aprile a cui ti riferisci quando è quest’anno? he festività è?
    grazie mille

  • Marco Restelli (autore) :

    ciao letizia, l’articolo a cui fai riferimento è di due anni fa ( guarda la data in cima la post) e racconta la inaugurazione del tempio sikh di pessina cremonese avvenuta nel 2011.
    La principale festa sikh che si svolge fra marzo e aprile è quella di Hola Mohalla e celebra la fondazione del Khalsa, la comunità dei puri, avvenuta nel 1699 ad opera del decimo guru Govind Singh. Io in questo momento sono in India proprio per guidare un gruppo di italiani a vedere lo Hola Mohalla nelle città sacre del Sikhismo.

    le feste , la struttura sociale e i costumi dei sikh italiani sono stati descritti in un volume pubblicato nel 2005 dall editore Franco Angeli e intitolato I SIKH. STORIA E MIGRAZIONE. Se vuoi sapere di più vai nella homepage di questo blog, guarda le CATEGORIE e seleziona la categoria SIKH IN INDIA E IN OCCIDENTE. Troverai tanti post sui sikh italiani e anche indicazioni bibliografiche. Ciao! Marco

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