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Ancora sangue sul Tetto del Mondo

1 marzo 2012 di 1

Cari lettori, dato l’interesse della questione e la competenza di chi la tratta, pubblico volentieri qui un articolo sulla situazione in Tibet scritto dall’amico Piero Verni e uscito ieri sul quotidiano Il Riformista. L’articolo, oltre a informarci sulla tragica lotta delle “torce umane”, ci aggiorna anche su ciò che sta accadendo, riguardo al Tibet, in Italia e negli Usa. Buona lettura.

«Secondo quanto riferiscono fonti attendibili (anche se nelle ultime ore hanno cominciato a circolare voci incontrollabili che si sia trattato invece di un attentato in cui sarebbe morto l’attentatore) il 26 febbraio ci sarebbe stata l’ennesima auto immolazione di un giovane tibetano. La drammatica protesta avrebbe avuto luogo di fronte a un edificio governativo di Rinchenling, un villaggio  della contea di Derge, prefettura autonoma di Garze della provincia cinese del Sichuan. Con quest’ultima salirebbe a ventiquattro il numero delle torce umane che negli ultimi mesi hanno illuminato con i loro terribili bagliori il cielo sopra il Tibet. Una cifra impressionante che, indipendentemente da ogni altra considerazione, dovrebbe far comprendere a Pechino quale sia il livello di frustrazione e disperazione del popolo tibetano dopo oltre sessanta anni di occupazione del Tetto del Mondo. Questo nuovo rogo sarebbe dunque avvenuto durante le celebrazioni del Losar, il capodanno lunare, iniziate il 22  febbraio. Capodanno che molti in Tibet avevano deciso di boicottare in segno di lutto per le recenti auto immolazioni e per le numerose vittime causate dalla repressione cinese delle manifestazioni svoltesi recentemente nelle aree tibetane del Sichuan e del Qinghai. Le autorità cinesi hanno tentato in tutti i modi di costringere la popolazione a celebrare questa importante festività e scongiurare il boicottaggio. Membri del Partito Comunista e funzionari governativi hanno fatto a gara nell’intimidire la gente e obbligarla a festeggiare la ricorrenza con il risultato di accrescere ancor più il clima di tensione. E’ dell’altro ieri l’ispezione compiuta da Liu Qibao, segretario del Partito Comunista in Sichuan, nel monastero di Kirti uno dei punti caldi della protesta tibetana. Liu ha rivolto un minaccioso discorso ai monaci cui ha intimato di non dimenticare che il governo, “… Schiaccerà senza misericordia qualsiasi attività separatista”.

Ma non sono solo le zone etnicamente tibetane di queste due provincie a preoccupare Pechino. La situazione pare essere molto tesa anche a Lhasa e nell’intera Regione Autonoma del Tibet, da settimane chiuse chirurgicamente a qualsivoglia presenza straniera. Tutta l’area è rigorosamente off limits sia per i turisti sia, ancor più, per i giornalisti. Si tratta di una sorta di legge marziale non dichiarata segno di quanto Pechino sia spaventata dalla possibilità che lo stato di agitazione delle prefetture tibetane dello Sichuan e del Quingai, possa arrivare fino a Lhasa. E’ plausibile che il fantasma di una o più torce umane ardenti sotto il Potala turbi i sonni dei dirigenti cinesi i quali sono disposti a tutto pur di impedire l’avverarsi di uno scenario del genere.

Lhasa: il Potala, antica residenza dei Dalai Lama

 

La chiusura del Tibet è talmente ermetica che nei giorni scorsi l’organizzazione “Reporter Sans Frontières” ha emesso un duro comunicato in cui non solo accusa Pechino di avere trasformato il Tibet in un luogo peggiore della Corea del Nord per quanto concerne la possibilità di lavoro per la stampa, ma denuncia anche una grave “… campagna di disinformazione portata avanti grazie a giornali filo governativi quali Global Tibes, che minimizzano la situazione nel mentre accusano di interferenze la comunità internazionale”.

Nonostante questo stato di cose, il primo ministro dell’Amministrazione Tibetano in Esilio Lobsang Sangay (in questi giorni in Italia) , cerca di non buttare benzina sul fuoco e continua a dirsi sempre pronto a intavolare con le autorità cinesi un colloquio costruttivo per trovare una via di uscita al dramma del Tibet basato su quella Via di Mezzo che il Dalai Lama propone da oltre venti anni ma che non sembra aver trovato accoglienza alcuna a Pechino. E questa mancanza di risposte da parte cinese, esaspera anche i tibetani della diaspora la cui principale ONG, il Tibetan Youth Congress, ha organizzato a New York uno sciopero della fame ad oltranza. Il 22 febbraio una tenda è stata eretta davanti alla sede dell’ONU e tre tibetani, tra cui Shingza Rinpoche un lama reincarnato di alto lignaggio, hanno iniziato il loro digiuno in puro stile gandhiano. Ma già il 24 la polizia ha fatto rimuovere la tenda e i tre hanno dovuto trasferirsi in un luogo più appartato ma sempre nelle vicinanza del Palazzo di Vetro. I digiunatori chiedono all’ONU di inviare una commissione di inchiesta in Tibet e fare pressioni sulla Cina perché consenta ai giornalisti di entrare liberamente in Tibet, rilasci i prigionieri politici e ponga termine alla odiata campagna di “rieducazione patriottica”. Il Tibetan Youth Congress sembra molto determinato e tutt’altro che intimidito dall’intervento della polizia. Il suo presidente Tsewang Rigzin ha dichiarato che, “Né la pioggia né il vento né la polizia ci fermeranno… i tre digiunatori sono pronti ad andare avanti con la protesta fino a quando l’ONU non ci darà ascolto”.

Se a queste parole seguiranno i fatti, alle torce umane del Tibet potrebbero aggiungersi uno o più Bobby Sands tibetani in quel di New York. Una prospettiva poco entusiasmante anche per una Cina consapevole della propria forza e del proprio immenso potere».

Piero Verni


 

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