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I guerriglieri maoisti in India: cosa vogliono, che potere hanno

14 aprile 2012 di 7

Cari lettori, ecco la “extended version” di un articolo che ho pubblicato ieri sul quotidiano online Lettera 43, con il titolo «India, il corridoio dei ribelli». Alla fine del mio articolo troverete anche la segnalazione del nuovo, interessante libro della celebre scrittrice Arundhati Roy: «In marcia con i ribelli» (editore Guanda), una sorta di lungo reportage fra i maoisti indiani. Buona lettura.

Mettono bombe sui binari facendo esplodere treni carichi di innocenti. Attaccano in forze i commissariati di polizia e le caserme dell’esercito. Uccidono i civili sospettati di “connivenza” con il governo di New Delhi. Sono i guerriglieri maoisti indiani che ieri, 13 aprile 2012, hanno rilasciato l’operatore turistico Paolo Bosusco, rapito il 14 marzo con il turista Claudio Colangelo nello stato indiano dell’Orissa. Il rapimento di Boscusco e Colangelo ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale questa “guerra dimenticata” che già nel 2009 il premier indiano Manmohan Singh definì «la più grave minaccia alla sicurezza e all’unità del nostro Paese». Ma chi sono, cosa vogliono e quale influenza politica hanno i guerriglieri maoisti in India?

CHI SONO I NAXALITI Dagli anni Sessanta in India sono attivi numerosi movimenti maoisti: alcuni dediti alla guerriglia, altri organizzati in partiti politici legali. I media indiani li indicano genericamente con l’etichetta di “Naxaliti”, perché fu a Naxalbari – un distretto del Bengala – che alla fine degli anni Sessanta avvenne la prima insurrezione armata di stampo maoista. Passati attraverso una lunga serie di scissioni e fusioni fra gruppi extraparlamentari, oggi i Naxaliti hanno la loro più nota espressione politica nel Communist Party of India (Maoist), illegale in quanto aperto sostenitore della lotta armata per rovesciare lo Stato. Il gruppo che ha rapito Bosusco e Colangelo in Orissa appartiene peraltro a una fazione “moderata”, meno violenta di altre, e il rapimento era volto a ottenere un riconoscimento politico del proprio ruolo nella galassia dei movimenti naxaliti.

UN “CORRIDOIO ROSSO” NELL’INDIA TRIBALE Le formazioni armate maoiste oggi sono attive in un amplissimo territorio che comprende vari Stati dell’India orientale (Bengala, Jharkhand, Chattisgahr, Orissa, Andhra Pradesh), con una continuità territoriale che ha spinto i media indiani a coniare la definizione di “corridoio rosso”. Questo “corridoio rosso” comprende zone economicamente molto arretrate e coperte da fitte foreste, abitate in maggioranza da aborigeni che che qui vengono chiamati Adivasi, cioè “abitanti originari”. L’India è infatti il Paese al mondo con il maggior numero di aborigeni: circa 80 milioni di persone. Gli Adivasi conducono molto spesso uno stile di vita tradizionale (caccia, pesca, artigianato, agricoltura rudimentale) e sono totalmente esclusi dai benefici dell’attuale boom economico indiano (8% di crescita annua).  Sono queste regioni aborigene a costituire il cuore del “corridoio rosso” in cui opera la guerriglia maoista.

LE RAGIONI ECONOMICHE DEL CONFLITTO Il mancato sviluppo economico delle regioni orientali ad alta densità di Adivasi rappresenta per l’India un grave problema sociale tuttora irrisolto. Il problema è inoltre aggravato dai numerosi conflitti – giuridici e politici – in corso per la proprietà delle terre. Le regioni dell’India orientale comprese nel “corridoio rosso” sono infatti ricchissime di risorse minerarie che fanno gola a molte imprese multinazionali, ansiose di aprire miniere. Esemplare il caso dell’ Orissa, lo Stato indiano in cui è avvenuto il rapimento di Bosusco e Colangelo: il sottosuolo dell’Orissa nasconde il 60% delle riserve indiane di bauxite, il 92% del nickel, il 25% del carbone e il  28% del manganese. Ma ecco il problema: spesso questi terreni appartengono alle tribù aborigene che li abitano “da sempre” e che in numerose occasioni sono state vittime di espropri – o di vendite forzate – dei propri territori in favore delle multinazionali minerarie. E’ così che gli aborigeni – spesso poco assistiti sul piano legale e politico – diventano reclute “ideali” per le formazioni della guerriglia maoista.

Il TERRORISMO MAOISTA E L’OPERAZIONE “GREEN HUNT” La strategia dei guerriglieri naxaliti si rifà a un vecchio slogan di Mao Zedong: accerchiare le città, partendo dalle campagne. Non è il proletariato urbano il “terreno di coltura” del maoismo bensì i villaggi dei contadini analfabeti e le foreste degli aborigeni. Obiettivo: attaccare le città, simbolo della “Shining India” e del suo sviluppo economico, percepito come estraneo e ingiusto. In un crescendo di azioni sanguinose, dal 2009 a oggi i naxaliti hanno provocato incidenti ferroviari con oltre 100 vittime innocenti, assaltato caserme della Central Reserve Force uccidendo 76 poliziotti, e creato un regime di terrore in quelle stesse zone rurali che affermano di voler tutelare. Lo Stato indiano ha replicato con altrettanta durezza, creando un reparto speciale chiamato COBRA (Commando Battalion for Resolute Action) abilitato a combattere i naxaliti “con ogni mezzo” nell’ambito dell’operazione antiterrorismo Green Hunt. L’ operazione – tuttora in corso – ha ottenuto alla fine del 2011 un successo: la morte di Kishenji, il leader dell’ala militare del Communist Party of India (Maoist). Ma non si possono tacere le deportazioni e gli arresti di massa di contadini sospettati, a ragione o a torto, di fiancheggiare i terroristi. Un crescendo di violenza da ambo le parti, con una sola vera vittima: la popolazione civile.

UNA VOCE PER I MAOISTI: ARUNDHATI ROY. L’opinione pubblica e il mondo politico indiano  (compresi i partiti comunisti legali) sono compattamente contrari ai movimenti naxaliti, accusati di inumanità nell’uso della violenza. Ma esistono anche voci dissonanti, come quella della famosa scrittrice e polemista Arundhati Roy (già vincitrice del Booker Prize per il romanzo “Il dio delle piccole cose”). Nelle librerie italiane è arrivato in questi giorni un nuovo pamphlet politico di Roy, che racconta della propria esperienza come “osservatrice” al seguito di una formazione maoista nello Stato indiano del Chattisgahr. Il libro si intitola «In marcia con i ribelli» (editore Guanda, pp. 202, euro 18) e vale la pena di riportare uno stralcio (a pag. 18) che dà conto del punto di vista della scrittrice indiana:

«Al momento, nell’India centrale, l’esercito guerrigliero maoista è composto per la quasi totalità di disperati e poveri di estrazione tribale, alle soglie del livello di carestia, in condizioni di fame cronica che di solito associamo solo all’Africa subsahariana. Sono persone che, a 60 anni dalla cosidetta indipendenza dell’India, continuano a non avere accesso all’istruzione, all’assistenza medica e legale. Sono persone sfruttate senza pietà, per anni, truffate in continuazione da piccoli affaristi e usurai, mentre le donne venivano violentate da poliziotti e personale del Dipartimento Forestale come se fosse un diritto acquisito. Il loro viaggio verso il recupero di una parvenza di dignità si deve in gran parte ai militanti maoisti che hanno vissuto, lavorato e combattuto al loro fianco per decenni».

Un libro quello di Roy che, al di là di qualsiasi valutazione politica, merita di essere letto non solo per la qualità della scrittrice ma anche per l’originalità della sua testimonianza fra i guerriglieri che rappresentano «la più grande minaccia per la sicurezza dell’India».

 

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7 Risposte »

  • Sonia :

    Caro Marco, bellissimo articolo, davvero!
    Da 3 giorni sto leggendo Roy quindi seguo il tuo punto di vista.
    Buon tutto
    Sonia

  • Marco Restelli (autore) :

    Cara Sonia, come ti sembra il libro della Roy? Non ti pare che sposi “un po’ troppo” il punto di vista maoista?

  • Sonia :

    caro Marco,
    Un po’ troppo è un eufemismo. Lo sposa completamente credo. quando ho cominciato a leggerlo sapevo che la prospettiva era quella. avevo letto un articolo sulla stampa indiana che anticipava queste posizioni.
    Del resto non c’è da sorprendersi; anche su altre posizioni è piuttosto netta.
    In questo libro denuncia, ovviamente, lo sfruttamento delle popolazioni locali, ma tende a giustificare la violenza utilizzata dai maoisti come una via percorribile. arriva quasi a dipingerli come guerrieri che si battono per il bene della natura e spesso confonde il piano dei guerriglieri e quello degli indigeni quasi a fonderlo in un’unica prospettiva.
    Ma dopo poco tende a ridistinguere l’oppresso e il liberatore. Quella descritta dembra una battaglia con ruoli ben definiti: i buoni e i cattivi. E i cattivi sono lo Stato e chiunque ne prenda le difese.
    Nell’ultima parte del libro però mi sembra che questa nettezza vada sfumandosi. La Roy sembra riconoscere i limiti dell’ottica maoista, anche se non proprio marcatamente.
    questo libro mi ha ricordato il mio Nepal. Le persone con cui ho parlato in questi anni, i racconti sui soprusi maoisti e la guerra civile nella terra verso la quale si prolunga il Corridoio Rosso. Le dinamiche sono molto simili ma in Nepal c’è un maoismo metropolitano, che ancora persiste, e un maoismo rurale-collinare per essere precisi-che finge di essersi esaurito dopo il 2008. C’è un romanzo nepalese molto interessante di cui ho parlato tempo fa. In veritá è uno spaccato sugli anni difficili della guerra civile. Un caro saluto
    http://namasteoltre.blogspot.it/2011/09/palpasa-caffe-un-romanzo-dal-nepal.html

  • Marco Restelli (autore) :

    Concordo con te, e grazie del tuo contributo, interessante come sempre.

  • Sonia :

    Gentile Marco,
    Finalmente qualcuno che parla delle origini storiche del movimento naxalita!
    Le segnalo il mio blog e il mio intervento (ormai datato) sull’argomento.
    http://varanasindiario.blogspot.it/2012/03/degli-italiani-in-india-post-semiserio.html

    A presto,
    Sonia

  • Marco Restelli (autore) :

    Ho letto il tuo interessante post, teniamoci in contatto, ciao

  • :

    Con molto piacere! A presto!

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