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“Nuovi italiani”: chi sono i Sikh che lavorano nelle nostre campagne

29 aprile 2012 di 11

In questi giorni i media hanno messo in luce un dato emerso dall’ultimo censimento: nel nostro Paese in dieci anni è triplicato il numero degli stranieri, e molto si sta parlando di questi “nuovi italiani” come risorsa della nostra società. A questo proposito vi invito a leggere un articolo che ho pubblicato sul mensile Yoga Journal riguardo a un gruppo particolare di questi “nuovi italiani” che risulta quasi “invisibile” alla maggioranza di noi. Si tratta degli indiani di religione sikh, che lavorano nelle campagne di molte regioni del Nord e del Centro Italia. Buona lettura.

Vivono in mezzo a noi, svolgono lavori indispensabili per la nostra società, eppure noi non li vediamo quasi mai. Sono i Sikh emigrati dal Panjab indiano, che noi residenti nelle città abbiamo poche occasioni di incontrare perché loro vivono nelle cascine delle nostre campagne: lavorano nei campi come agricoltori e come bergamini (addetti agli animali da latte) e nell’industria lattiero-casearia. Svolgono compiti che nessun italiano vuole più svolgere, come quello di alzarsi ogni mattina alle quattro e mezza per mungere le mucche. Sono lavoratori molto apprezzati per la loro serietà ed esperienza, anche perché fanno questi stessi lavori agricoli pure nello Stato da cui provengono, il Panjab, che è noto come “il granaio dell’India” ed è ricco di allevamenti di bovini. Così, sono diventati indispensabili anche a settori importanti della nostra economia: qualche mese fa, per esempio, il presidente della Coldiretti della Provincia di Cremona, Davide Solfanelli, ha affermato che un terzo dei lavoranti nelle stalle del cremonese è costituito da indiani sikh e che senza di loro a Cremona non si potrebbe produrre il Grana Padano. E il fatto che un prodotto “padano” finisca sulle nostre tavole grazie ai Sikh del Panjab è un segno evidente (e un po’ paradossale) della globalizzazione in atto.

Sikh del Khalsa davanti al Tempio di Pessina Cremonese (Cremona). Foto di Marco Restelli

Quanti sono i Sikh italiani? Impossibile dirlo con precisione ma certo varie decine di migliaia, sicuramente la maggioranza degli oltre centomila indiani residenti in Italia. Eppure non “fanno notizia” quasi mai, un po’ perché vivono con le famiglie appartati nelle cascine e un po’ perché non delinquono, cioè non finiscono mai (a differenza di altri immigrati) nelle pagine di cronaca nera dei nostri giornali. I Sikh italiani vivono soprattutto in Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia-Romagna e Lazio, si integrano nella nostra società pur mantenendo i propri costumi tradizionali e ormai hanno eretto nel nostro Paese una dozzina di templi che chiamano Gurdwara, cioè “la porta del Guru”, il Guru supremo che è Dio. Il  Gurdwara più noto si trova a Novellara, in provincia di Reggio Emilia, e fu inaugurato da Romano Prodi nell’anno Duemila, ma ultimamente ne sono sorti altri: a Marene (Cuneo), a Sabaudia (Latina) e, nell’estate 2011, a Pessina Cremonese (Cremona).

Proprio la cerimonia d’inaugurazione del tempio di Pessina Cremonese ha portato per la prima volta l’opinione pubblica a conoscere i Sikh perché ha attirato i mass media. Un piccolo “caso mediatico” dovuto a due ragioni: quello di Pessina Cremonese è uno dei Gurdwara più grandi d’Europa e alla sua inaugurazione hanno partecipato circa seimila Sikh provenienti da tutto il Nord Italia. Le donne con i loro coloratissimi abiti indiani, gli uomini con turbante, lunga barba e coltello rituale (il kirpan, che non è un’arma bensì un simbolo religioso) per un giorno hanno trasformato quell’angolo di pianura padana in un angolo di India, con stupore degli italiani accorsi numerosi a seguire la cerimonia. E a tutti i visitatori i Sikh hanno offerto da mangiare, con grande ospitalità.

I Gurdwara sono luoghi aperti a tutti, perché alla base del Sikhismo c’è proprio il concetto dell’accoglienza nei confronti dell’altro, tant’è vero che annessa ad ogni tempio c’è sempre una grande cucina (chimata langar) dove chiunque arrivi dev’essere sfamato e ospitato gratuitamente, come segno del fatto che Dio accoglie tutti, a prescindere dalla sua religione o etnia. E’ un esperienza che vi consiglio di fare: andate in un Gurdwara e chiedete un colloquio con i responsabili del tempio, conoscerete persone gentili che saranno liete di raccontarvi la propria storia e religione, poi verrete portati nel langar dove vi faranno sedere su una stuoia, in una lunga fila insieme ai Sikh, e vi serviranno in un piatto di metallo un pasto panjabi, a base di riso, dhal (lenticchie), verdure varie e chapati (pane indiano). Per ringraziare, se vorrete potrete lasciare un’offerta volontaria. Ma nessuno vi chiederà nulla.

Lo spirito di accoglienza che contraddistingue il Sikhismo fa parte del DNA di questa religione nata in Panjab fra il XV e il XVI secolo, in un’epoca segnata da duri scontri – sia sul piano culturale sia su quello militare – fra hindu e musulmani. Il Sikhismo nacque dalla predicazione di un mistico itinerante, Nanak, che voleva appunto superare quei contrasti predicando una via spirituale che mettesse in sordina le differenze e conciliasse Islam e Induismo in una nuova religione. «Ti chiamano Allah o Vishnu o con mille altri nomi ma sei sempre e solo Tu», dice Guru Nanak in un inno sacro. Nanak raccolse intorno a sé un gruppo di “seguaci” – questo è il significato della parola “Sikh” – e così nacque il primo nucleo di una comunità religiosa che oggi rappresenta il 2% della popolazione indiana. Il Sikhismo non ha un clero ma propugna un rapporto diretto fra l’uomo  e Dio, come l’Islam è monoteista ma mantiene nei riti anche segni dell’influenza hindu, come l’offerta di ghirlande di fiori. E il libro sacro dei Sikh – il Guru Granth Sahib – si caratterizza per una particolarità davvero unica al mondo: è l’unico libro di una religione a contenere inni anche di mistici di altre religioni (musulmani e hindu).

Dopo Nanak i Sikh ebbero altri nove Guru, l’ultimo dei quali, Govind Singh, nel 1699 riformò in senso “marziale” la comunità fondando il Khalsa, “l’ortodossia”, i cui membri devono seguire precise regole:  una sorta di battesimo, devozioni, austerità nei costumi (astinenza da alcol, fumo, droghe), servizio volontario agli altri (“sewa”) nei langar e non solo, e l’uso di adottare il cognome Singh (“leone”) per i maschi e Kaur (“principessa”) per le femmine. Le regole del Khalsa impongono al Sikh “battezzato” anche di essere riconoscibile nell’abbigliamento, e da qui l’uso del turbante (per uomini e donne, benché di diversa foggia), la lunga barba per gli uomini e – per tutti e tutte – l’uso di portare un piccolo pugnale, il kirpan, a testimoniare la disponibilità a difendere la fede con la vita. Queste le regole del Khalsa, ma bisogna ricordare che non tutti i Sikh appartengono al Khalsa;  molti – soprattutto fra i più giovani – non seguono queste regole, perciò non hanno un “aspetto Sikh”. I ragazzini Sikh che frequentano le nostre scuole sono italiani a tutti gli effetti, magari non porteranno mai il turbante ma resteranno nel loro cuore fedeli all’essenza della propria fede: offrono e chiedono rispetto, e sarà nostro dovere accoglierli con lo stesso rispetto.

 

 

 

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11 Risposte »

  • “Nuovi italiani”: chi sono i Sikh che lavorano nelle nostre campagne :

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  • Claudia :

    Come sempre splendido articolo, fai conoscere una realtà effettivamente poco visibile se non ad occhi che cercano parlando di persone secondo me di grande positività. Forse iniziano ad essere più conosciuti, per il loro lavoro all’interno della nostra comunità, per i servizi che anche la tv ha dedicato loro e per chi passeggiava magari per il centro di Roma a metà aprile che li ha visti sfilare, sorridenti e colorati in occasione del Baisakhi.
    Ciao

  • Marco Restelli (autore) :

    Cara Claudia, grazie della tua gentilezza. Tu hai visto il Baisakhi a Roma? Quanti erano i sikh, dove sono andati e cosa hanno fatto?
    Restiamo in contatto, ciao
    Marco

  • Barboni Michele :

    Non é vero che gli italiani non vogliono lavorare nelle campagne.
    Sono tutte balle. Gli Italiani costano sindacalmente di più, questa é la verità.
    Strano che nessuno se ne accorga, ma se al posto di questi stranieri ci fossero i disoccupati …….

    Ma l’agricoltura é in crisi, non si può permettere di pagare un italiano,
    ed é solo l’inizio. I nostri giovani “BUONI A NULLA” sono a casa, I BALCANI sono bravissimi, e anche gli altri…

    Non é che sottopagando gli stranieri si arricchiscono i soliti???

    CIAOOO!

  • Giancarlo Matta :

    Mi risulta che i Sikh il loro turbante MAI “possono” toglierselo dal capo. E se viaggiano in motociclo, come la mettiamo con il Codice della Strada? Attendo gradite notizie. GM

  • Marco Restelli (autore) :

    Gentile Giancarlo,
    in effetti i sikh ortodossi (membri del Khalsa, la comunità dei “battezzati” al sikhismo) devono farsi crescere i capelli che tengono raccolti nel turbante e sono tenuti a non toglierselo in pubblico. E’ un simbolo di appartenenza religiosa.
    Riguardo alla tua domanda sul Codice della Strada e i motociclisti, l’esempio da seguire – secondo la mia opinione – è quello del Canada, Paese dove vive una numerosa comunità sikh. Dal 2007 il Canada ha modificato alcune leggi introducendo nuove regole riguardanti i sikh, per permettere loro di indossare il turbante quando guidano (al posto del casco) e anche quando fanno le fotografie per il passaporto.
    Spero di averti risposto, un cordiale saluto,
    Marco Restelli

  • Giancarlo Matta :

    “Meglio tardi che mai”
    Ho trovato soltanto ora la gradita risposta. Mi permetto di replicare che invece -secondo la opinione mia- l’esempio canadese sia pessimo. Un Paese civile non deve consentire privilegi e discriminazioni tra Cittadini col pretesto di tutelare una presunta libertà “religiosa”. In Italia la Legge è eguale per tutti. E se i Sikh vogliono viaggiare in moto si levino il turbante e indossino il prescritto casco, come tutti gli altri Cittadini. Oppure viaggino con altri mezzi.
    Per non dire del “kirpan” … . A buon intenditor… .
    Cordiali saluti. GM

  • Marco Restelli (autore) :

    Caro Giancarlo, comprendo e rispetto la tua opinione ma non la condivido, per le ragioni già esposte sopra. Non possiamo non tenere conto della diversità culturale degli altri, pur senza lasciarcene sopraffare. Non siamo d’accordo ma va bene così: perché secondo me il mondo è bello proprio perché è vario. Ciao

  • Giancarlo Matta :

    “Non possiamo non tenere conto della diversità culturale degli altri”
    Sarà. Caro Marco: in Italia vale prima la Legge. Poi -ma parecchio più indietro- tutte le religioni, che sono ammesse “in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico”.
    Indovina dove ho copiato questa frase.
    Teniamo pure conto delle “diversità culturali” ma -porta pazienza- da Noi non sono consentite discriminazioni per motivi “religiosi”. E non è una questione di semplici opinioni. Ciao.

  • Giancarlo Matta :

    Chi tace acconsente. bene.

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