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Viaggio in India: quattromila passi verso il paradiso

10 settembre 2012 di 6

Cari lettori, vi ringrazio dell’apprezzamento che avete manifestato su Facebook per l’articolo pubblicato su Sette, il magazine del Corriere della Sera . Potete leggerlo lì oppure qui sotto dove copio anche i tre “box”, cioè i riquadri con approfondimenti o con informazioni “di servizio” (libri, indirizzi, eccetera). Buona lettura!

Pellegrini giainisti fra i templi di Shatrunjaya (Gujarat). Foto di Marco Restelli.

 

Le stelle sono amiche dei pellegrini. Sono le quattro e mezza del mattino, non ci sono luci elettriche né rumori, l’aria per ora è fresca e il momento è propizio: andiamo. Seguiamo i primi pellegrini giainisti che hanno già cominciato a salire sulla collina sacra di Shatrunjaya, nello stato indiano del Gujarat; sulla sua cima ci aspettano 863 templi e 7.000 statue di spiriti celesti, esseri semidivini, danzatrici, musicanti, saggi e animali. Nessuno – nemmeno i monaci – può risiedere a Shatrunjaya di notte, perché quella è la Città degli Dei, chiusa agli umani, secondo i dettami di una delle religioni più antiche dell’India e del mondo, il Giainismo. Ci si può andare fra l’alba e il tramonto e in particolare in un giorno sacro, deciso dagli astrologi in base a complicati calcoli fra giorni fausti e infausti del calendario lunare, in un momento che di solito cade in marzo: quel giorno è oggi. Oggi è Falgun Suth Tera, la festa che celebra l’ascesa al cielo di migliaia di santi asceti, avvenuta – secondo la tradizione giainista – 8.000 anni fa.

Bisogna salire quasi 4.000 ampi gradoni per arrivare alla sommità della collina sacra, ma non è certo la fatica a fermare chi è in cammino verso il paradiso. Shatrunjaya sta per ricevere almeno 150.000 giainisti in arrivo da ogni parte dell’India con ogni mezzo: autobus, treni, automobili cariche di famiglie, che si fermano nella vicina, scialba cittadina di Palitana,  a un paio di chilometri da qui, per poi proseguire a piedi. A piedi arrivano anche le monache e i monaci vestiti di bianco che però – come detta la loro regola – hanno percorso camminando centinaia di chilometri in un pellegrinaggio durato spesso molti mesi. I monaci e le monache giainisti infatti sono tenuti a vivere come fece il fondatore della loro religione, Vardhamana, vissuto nell’India settentrionale 2.500 anni fa. I suoi seguaci lo chiamarono Mahavira (“Grande Eroe”) o Jina (“Vittorioso”) e dal titolo di Jina deriva quello dei suoi fedeli: Jain (cioè Giainisti). All’epoca del Vittorioso non c’era tecnologia e quindi i suoi monaci non possono usarla: non solo niente auto ma nessun oggetto che funzioni con l’elettricità, e nemmeno una banale forbice. Nell’India del boom economico e informatico, con un PIL che cresce dell’8% ogni anno, i monaci giainisti continuano impassibili a seguire lo stile di vita di 25 secoli fa. Sono fossili viventi.

Questo spiega perché il Giainismo è rimasto confinato all’India (meno dell’1% della popolazione indiana) mentre il Buddhismo, coevo del Giainismo e portatore di valori analoghi ad esso, è invece diventato una religione globale: i monaci buddhisti predicano anche su internet e viaggiano in aereo, i giainisti (salvo eccezioni) no. Vardhamana detto il Jina e Siddhartha Gotama detto il Buddha predicarono dottrine per molti aspetti simili nelle stesse regioni dell’India e negli stessi anni, e gli storici si interrogano se i due uomini si conobbero e si influenzarono a vicenda. Ma non ci sono prove di un loro incontro e la questione resterà un mistero.

Alle prime luci dell’alba le stelle impallidiscono e poi scompaiono, ma al loro posto compaiono donne leggere come l’aria: a piedi nudi, candide nelle loro tuniche svolazzanti che paiono di garza. Portano una mascherina di cotone bianco sulla bocca per non inghiottire inavvertitamente qualche insetto e ogni tanto si fermano a pulire delicatamente un gradino, quando vi vedono formiche o altri minuscoli animaletti, usando uno scopettino di fili di cotone bianco. Appartengono all’ordine religioso degli Svetambara o “Vestiti di Bianco”: monaci e monache itineranti sono tenuti a un’assoluta nonviolenza verso tutti gli esseri viventi, perché chiunque di noi, nella prossima reincarnazione, potrebbe rinascere nel corpo di una formica e a nessuno piacerebbe morire schiacciato da un piede. Per la stessa ragione consumano i loro pasti – strettamente vegetariani – solo alla luce del giorno: non potendo usare la luce elettrica, mangiando al buio rischierebbero di inghiottire qualche insetto che si posa sul cibo.

E’ uno stile di vita che oggi comincia ad affascinare qualcuno anche in Occidente, come testimonia un grande romanzo dello scrittore Philip Roth, Pastorale Americana, in cui una ragazza americana ex terrorista abbandona la violenza e si fa monaca giainista dei Vestiti di Bianco.

I pellegrini sono ansiosi di arrivare al cospetto delle statue di marmo bianco dei 24 Tirthankara, i “Traghettatori del Guado”. Sono gli esseri semidivini che in ogni età del mondo insegnano i segreti della santità a noi umani, traghettando le nostre anime attraverso il ciclo nascita-morte-rinascita, fino alla liberazione dai vincoli del karma. Per il Giainismo il tempo cosmico è senza inizio e senza fine, non esiste un Dio creatore, la venerazione dei fedeli va in particolare all’ultimo dei 24 “Traghettatori del Guado” , quello deputato a illuminare la nostra epoca: Vardhamana il Jina, unica figura storica fra i 24 leggendari Tirthankara.

Mentre il sole si fa alto nel cielo l’aria diventa sempre più torrida e la fatica comincia a farsi sentire, ma è compensata dalla vista delle guglie dei primi santuari coperti di sculture simili a quelle dei templi induisti, con ninfe celesti dalle forme abbondanti e sinuose, perché in India la sensualità convive con l’ascesi mistica. Gli anziani e i malati per evitare le fatiche della salita si fanno trasportare su portantine di legno portate a spalle da quattro robusti giovanotti. Superiamo un gruppo di laici fermi in preghiera, le donne versano burro chiarificato su un gradino (il sacro ghi usato anche nelle cerimonie induiste) e poi coprono il gradino con fogli di carta argentata, recitando dei mantra. A questo ritmo, la loro salita sarà molto lunga…C’è il tempo per guardarsi in giro e accorgersi che i turisti si contano sulle dita di una mano: l’Occidente non ha ancora scoperto questo pellegrinaggio, così Shatrunjaya continua a preservare il mistero dei propri riti religiosi.

E finalmente si entra nella Città degli Dei, la cui antichità è testimoniata da una stele del decimo secolo. Ci accoglie una distribuzione di ghirlande di fiori da offrire alle statue dei Tirthankara, candide come i templi, quasi tutti di marmo perché il bianco è il colore della purezza e il marmo è un materiale durevole: secondo la tradizione, anche dopo la fine del mondo in questo ciclo cosmico Shatrunjaya resterà intatta, in eterno. Quasi tutti i templi sono racchiusi in fortificazioni perché nei secoli passati vennero assaltati e distrutti dai musulmani e poi ricostruiti. I nonviolenti giainisti erano poco avvezzi a usare armi. Ma nascosero sotto i propri templi – e tutt’oggi conservano – tesori in pietre preziose e gioielli, celati in botole che pochissimi conoscono: perché se i templi venissero nuovamente distrutti la comunità dei fedeli abbia le risorse per ricostruirli.

La Città degli Dei sembra un grande gioco di scatole cinesi: recinti sacri che contengono templi che racchiudono tempietti più piccoli che sboccano poi in sale ipostile da cui si entra in altri templi che portano ad altari dietro ai quali si accede ad altri templi ancora. E’ un trionfo di marmi bianchi e di statue coperte dai fiori rossi offerti dai fedeli, il tutto avvolto in un tappeto sonoro di canti e di mantra, ritmati dalle percussioni delle tabla e di altri strumenti musicali a corde.

La folla dei fedeli è enorme, e altrove rischierebbe di essere soffocante, ma qui non lo è: ogni giainista è rispettoso degli spazi altrui, e le file per entrare nei templi sono ordinatissime. Una volta entrati si raccolgono in meditazione, e alcuni tracciano per terra, usando chicchi di riso, lo swastika, ovvero la svastica resa tristemente nota dal nazismo, che per i giainisti è invece un antichissimo simbolo di pace e di buona fortuna. Paradossi della Storia.

Un altro paradosso: la comunità monastica più povera dell’India ha i fedeli laici più facoltosi del Paese. Sono loro, da sempre, a finanziare la costruzione dei templi. I giainisti laici sono colti, raffinati e spesso ricchissimi. Perché devono svolgere professioni che non comportino alcun uso della violenza e questo ha ristretto il campo, tradizionalmente, al commercio. Non possono, per esempio, fare i contadini, perché usando un aratro o un trattore ucciderebbero i vermi che vivono nel terreno. Possono invece fare i gioiellieri, attività molto diffusa nella comunità perché – come mi spiega un gioielliere di New Delhi giunto qui in pellegrinaggio – «se tagli un diamante, questo non soffre». Per la stessa ragione sono tradizionalmente dediti alle attività finanziarie: una buona metà dei broker e degli agenti della Borsa di Mumbai è giainista. Perciò questa minoranza religiosa – appena dieci milioni di fedeli su un miliardo e cento milioni di indiani – ha un’enorme influenza sull’economia del Paese.

L’intero complesso templare di Shatrunjaya è dedicato ai Vestiti di Bianco, ma non manca un tempio dedicato all’altro ordine giainista, ancora più tradizionalista: i Digambara o “Vestiti di Aria”, cioè nudi. Nudi com’era Vardhamana il Jina 2.500 anni fa; la nudità simboleggia il totale, ascetico distacco dal corpo e dalle cose mondane. Solo i monaci anziani hanno l’onore di “indossare la nudità”, mentre i novizi, non essendone ancora degni, devono coprirsi. I Vestiti di Aria sono tutti maschi, perché secondo loro solo i maschi possono raggiungere l’illuminazione suprema, mentre le donne devono attendere di reincarnarsi in un corpo maschile per farlo. Viceversa per i Vestiti di Bianco anche le donne – attraverso l’ascesi – possono raggiungere la santità, e questo spiega la presenza di monache fra loro. I fedeli che giungono a Shatrunjaya guardano i Vestiti di Aria con sentimenti contrastanti: alcuni con il rispetto dovuto a una tradizione millenaria, altri con lo scetticismo che si riserva a un passato anacronistico.

In ogni caso, pur essendo la comunità giainista così piccola,  il messaggio di nonviolenza partito da Shatrunjaya ha conquistato in passato l’India e raggiunto il mondo intero. Attraverso un uomo nato qui, in Gujarat, di fede induista ma fortemente influenzato dal Giainismo. Si chiamava Gandhi ma il mondo lo conosce con il titolo di Mahatma, “Grande Anima”, apostolo della nonviolenza e leader dell’indipendenza indiana dal colonialismo britannico. La concezione gandhiana della nonviolenza era infatti ispirata in gran parte a quella giainista (oltre che al messaggio cristiano). Così, attraverso il Mahatma, lo spirito della Città degli Dei ha conquistato i cuori di tanti in tutto il mondo.

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Box:  Gandhi è vivo. In Gujarat

Studenti e professori arrivano nell’Aula Magna dell’Università di prima mattina, ciascuno indossando una divisa scolastica che nasconde le differenze di censo, ciascuno portando una sorta di valigetta ventiquattrore. Si siedono a terra a gambe incrociate, aprono la valigetta e…cominciano a filare. Si tratta infatti di un piccolo arcolaio portatile, simile a quello che usava il Mahatma Gandhi. Poi studenti e professori fanno meditazione ascoltando musica classica indiana, infine vanno nelle classi per le lezioni di materie inconsuete come “Lineamenti di una società nonviolenta”, “Sviluppo economico e nonviolenza”, “Management e yoga”. Benvenuti nell’unica università gandhiana del mondo: la fondò il Mahatma nel 1920 e ne divenne il primo Rettore.

L’Università gandhiana Gujarati Vidyapith si trova appunto in Gujarat, lo Stato natale di Gandhi, e precisamente nella città di Ahmedabad, dove il Mahatma visse con la moglie nel proprio ashram (un lugo di ritiro spirituale) e da dove nel 1930 scatenò la rivolta in tutta l’India con la storica Marcia del Sale.

L’ashram di Gandhi è tuttora attivo e ospita iniziative di dialogo interreligioso fra le numerose comunità della città: induisti, musulmani, cristiani, ebrei, buddhisti, zoroastriani e giainisti. I giainisti, in particolare, sono devoti alla memoria di Gandhi: è cosa poco nota, infatti, che Gandhi da giovane pur essendo induista crebbe in un ambiente famigliare molto influenzato dal giainismo. La celebre prassi politica della nonviolenza gandhiana derivò in gran parte dalla concezione giainista della nonviolenza. Oggi l’India del boom economico sembra avere dimenticato il Mahatma. Ma le istituzioni gandhiane del Gujarat ne mantengono ancora vivo il messaggio

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BOX PRATICO: Alla scoperta dello stato indiano del Gujarat .

 

Come arrivare
L’unico vettore aereo con voli diretti dall’Italia è la compagnia privata indiana Jet Airways (www.jetairways.com/it): il volo A/R Milano Malpensa-Delhi costa 730 euro, mentre il volo A/R Roma Fiumicino-Delhi costa 740 euro. La compagnia di bandiera Air India (www.airindia.it) vola invece in collaborazione con Lufthansa (www.lufthansa.com/it ) con scalo a Francoforte, e con Air France (www.airfrance.it) con scalo a Parigi. Altre compagnie (sempre con scalo intermedio) sono Emirates (www.emirates.com/it), Qatar Airways (www.qatarairways.com/it) e Kuwait Airways (www.kuwait-airways.com). Una  volta giunti a Delhi si procede in aereo fino ad Ahmedabad in Gujarat (volo Jet Airways A/R da 132 euro) e da lì in autobus o automobile fino a Palitana, nei cui pressi si trova la collina dei templi di Shatrunjaya.

 

Informazioni
La stagione migliore per andare nell’India settentrionale è quella che va da ottobre ad aprile.
L’Ufficio del Turismo Indiano si trova a Milano: tel. 02 804952, www.indiatourismmilan.com. Per entrare nel Paese bisogna avere il passaporto con una validità di almeno sei mesi e un visto turistico che si può richiedere all’Indian Visa Outsourcing Centre di Milano, tel. 02 48701173, www.indianvisamilan.com. In India si parlano oltre 2000 lingue ma quelle definite “nazionali” sono la hindi e l’inglese; la lingua dello stato del Gujarat è il gujarati ma l’inglese viene utilizzato ovunque. La moneta è la rupia e il fuso orario – con l’ora legale – è avanti quattro ore e mezza.

 

Dormire e mangiare
Ad Ahmedabad
Hotel Le Méridien
Nehru Bridge, www.starwoodhotels.com/lemeridien, tel. 0091-79-25505505, doppia da 110 euro.

Un albergo in stile indiano ma con camere dotate di comfort all’occidentale, per chi vuole sentirsi “a casa” dopo una giornata passata a camminare nelle polverose strade indiane. La stessa filosofia del ristorante interno, The Waterfall, che offre cucina europea e indiana.

 

A Shatrunjaya
Vijay Vilas Palace
Adpur (Palitana), www.heritagehotelsofindia.com/india/gujarat/vijay-vilas-palace, mail: vishwa_adpur@yahoo.co.in, doppia da 200 euro.
Nei pressi della collina sacra di Shatrunjaya, questa sontuosa villa del 1906 apparteneva a un maharaja ed è rimasta com’era. Arredamento di antiquariato gujarati, eccellente cucina tipica della regione, oggetti d’epoca, tessuti tradizionali…tutto concorre a far sentire l’atmosfera di una casa patrizia del Gujarat. Immersa nel verde e nel silenzio, oggi la villa fa parte della catena Heritage Hotels of India.

 

Da vedere

La collina dei templi di Shatrunjaya
Gli 863 templi giainisti sulla collina di Shatrunjaya, vicina a Palitana in Gujarat, costituiscono uno dei luoghi sacri più affascinanti (e meno noti) dell’India. Ancor meno noto è l’imponente pellegrinaggio giainista che lì si svolge in marzo, e di cui parliamo nell’articolo in queste pagine. Il giainismo è una religione coeva del buddhismo e sostenitrice della più totale non-violenza verso qualsiasi essere vivente, insetti compresi.

 

L’ashram del Mahatma Gandhi ad Ahmedabad
Gandhi, l’apostolo della nonviolenza che liberò l’India dagli inglesi, ebbe ad Ahmedabad il proprio luogo di ritiro spirituale (ashram). La sua casa, di commovente semplicità, è visitabile, e il suo ashram è ancora attivo: non solo come museo di oggetti e ricordi gandhiani, ma anche come  centro di dialogo fra le tante diverse comunità religiose presenti in città. Un luogo utile per capire la profondità del messaggio gandhiano, che si ispirò anche alla nonviolenza giainista.

 

I pozzi monumentali e la città vecchia di Ahmedabad
Li chiamano “pozzi” (vav) ma in realtà sono templi sotterranei: ampie gradinate coperte portano a livelli inferiori fra pareti istoriate da bassorilievi, fino ad arrivare al vero e proprio pozzo da cui si traeva l’acqua. La città di Ahmedabad conserva alcuni dei più raffinati esempi di queste originali architetture “al contrario”, realizzate nel quindicesimo secolo. Da non perdere anche il centro storico della città vecchia, con i suoi eleganti edifici in stile indo-musulmano.

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Box: cosa leggere

 Il jainismo. L’antica religione indiana della non-violenza.
Di Paul Dundas. Castelvecchi 2005, pp. 426, euro 22.

 

L’essenza del jainismo. La storia, il pensiero, le fiabe.
Di Virchand R. Gandhi. Editori Riuniti 2003, pp. 158, euro 12.

 

India. Nel cuore della democrazia più complicata del mondo.
Di Mariella Gramaglia. Donzelli 2008, pp. 216, euro 16.

 

Saman Suttam. Il canone del jainismo.
A cura di J. Varni e S. Jain. Edizione italiana a cura di C. Pastorino e C. Lamparelli.
Mondadori 2001, euro 15.

 

Il giainismo.
Di Carlo Della Casa. Bollati Boringhieri, pp. 144, euro 18.

 

L’India dei giaina. (Libro fotografico)
Di P. De Wilde, J.P. Reymond, D. Lapierre. De Agostini 1992, pp.128, euro 34.

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6 Risposte »

  • Viaggio in India: quattromila passi verso il paradiso :

    […] Continua Articolo Originale: Viaggio in India: quattromila passi verso il paradiso […]

  • Sonia :

    Grazie per il bell’articolo. Il mio rifiuto paleolitico di facesbook mi limita molto ma non demordo.
    I jaina mi hanno sempre affascinato molto. Personalmente ritengo che i loro templi siano i più belli.
    Ho letto solo il libro di Della casa. Grazie per gli altri suggerimenti. Molto utili per me che son sempre in umile aggiornamento 🙂
    Un caro abbraccio e l’augurio di un nuovo e ricco anno orientale
    Namaste
    Sonia

  • Clara :

    Grazie Marco, come sempre illumini! 🙂
    Utile anche la lista di libri consigliato. Anche io come Sonia non ho FB, ma lascio qui i miei apprezzamenti. Bello conoscere, riconoscere e riscoprire l’India grazie ai tuoi occhi. Buona giornata

  • Marco Restelli (autore) :

    @ Sonia e Clara: grazie a voi, di cuore.

  • Silvia :

    Bellissimo articolo, che rende pienamente l’atmosfera di pace che si respira a Shatrunjaya: la lunga salita, il paradiso di templi, l’umiltà dei pellegrini.
    Mi è presa un po’ di nostalgia delle giornate passate laggiù…

    E poi, bellissimi i pozzi ad Ahmedabad, hai fatto benissimo a citarli, sono luoghi davvero affascinanti (e poco conosciuti).
    Che nostalgia del Gujarat!

  • Nandini :

    Grazie Marco, complimenti per l’articolo. Sono stata in India tantissime volte e ogni volta è una scoperta affascinante. La Grande Madre sa sempre come metterti alla prova e farti riscoprire una nuova dimensione del sé. Un libro che non può assolutamente mancare in valigia: Autobiografia di uno yogi, di Paramhansa Yogananda. Namasté!

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