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Fra piramidi e foreste: il mondo Maya del Guatemala

29 settembre 2012 di 3

Cari lettori, ogni regola ha le sue eccezioni. Perciò oggi ho deciso di “postare” qui su MilleOrienti – per la prima volta in quattro anni di attività di questo blog –  un mio articolo che non riguarda l’Asia. Sì lo confesso: non scrivo solo di Oriente. Ma come si dice alla fine di A qualcuno piace caldo: “Nessuno è perfetto”. Dunque qui sotto potete leggere un  mio reportage sulla Biosfera Maya del Guatemala, pubblicato sul n° 38 (21/9/2012) di Sette, magazine del Corriere della Sera, con il titolo “Le guerre stellari degli uomini di mais”. Ma prima di lasciarvi alla lettura desidero farvi una domanda: siete favorevoli o contrari alla pubblicazione su MilleOrienti di  miei articoli che non riguardino l’Asia? Attendo le vostre opinioni. Nel frattempo, buona lettura (che, spero, divertirà anche gli appassionati di Star Wars; leggete e scoprirete perché). MR.
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La Morte Nera, gigantesca stazione da battaglia spaziale dell’Impero, sta avvicinandosi a Yavin 4, una Luna abitabile dall’uomo ricoperta da una fitta foresta pluviale. L’Impero vuole colpire la base dei ribelli della galassia, che si nasconde dentro una strana piramide in mezzo alla foresta. Per fortuna, prima dei cattivi arrivano i buoni: Han Solo (l’attore Harrison Ford) sulla sua astronave Millennium Falcon sorvola la giungla, atterra nella base ribelle e fornisce i piani della Morte Nera ai rivoltosi che così potranno distruggerla.

Sono le scene finali di uno dei film più celebri della storia del cinema: Star Wars (A New Hope) del 1977, il primo di sei film, una saga cinematografica destinata a lasciare il segno nell’immaginario collettivo. Ed è proprio qui che ci troviamo: nella base dei ribelli. Che in realtà è il Tempio del Serpente a Due Teste, una piramide a base rettangolare costruita dai Maya del Guatemala nell’anno 740 dopo Cristo, chiamata oggi dagli archeologi, più prosaicamente, Tempio 4 (per combinazione, come la Luna Yavin 4). La costruzione richiese il trasporto di oltre 230.000 metri cubi di materiali, portati da migliaia di schiavi a forza di braccia, perché i Maya non conoscevano la ruota e quindi non utilizzavano carri; inoltre qui non ci sono fiumi, per cui non poterono trasportare neanche in barca le pietre necessarie.

Una scena di “Star Wars: a New Hope” (1977) girata nella Biosfera Maya di Tikal, Guatemala

Il Tempio del Serpente a Due Teste è solo uno dei quattromila antichi edifici che oggi punteggiano la Biosfera Maya del Guatemala. Una riserva naturale che con i suoi 576 kilometri quadrati è una delle più vaste dell’America Centrale. Il tempio, alto 65 metri, svetta sulle cime degli alberi che lo circondano, mogani e cedri che pure si innalzano per varie decine di metri. Visto dalla sommità della piramide l’oceano di alberi si distende a perdita d’occhio in tutte le direzioni, e dal quel mare verde emergono solo – oltre ai rochi ruggiti delle Scimmie Urlatrici  –  un paio d’altri edifici maya visibili per qualche istante anche nel film. Per apprezzare il panorama sono salite qui, in cima al Tempio 4, anche alcune coppiette di innamorati che ora, teneramente abbracciati, si godono il tramonto sulla giungla.  Sulla sinistra si vede la Piramide del Grande Giaguaro (chiamata anche Tempio 1) rivolta a Ovest verso il sole al tramonto, considerato dai Maya la porta d’ingresso al mondo sotterraneo dell’oltretomba,  Xibalbà, “il luogo della paura”.

Siamo nel cuore di Tikal, potente città-Stato che ebbe 1600 anni di vita (dal 700 a.C. al 900 d.C.) dominando  l’odierno Guatemala settentrionale, finché decadde all’improvviso e fu abbandonata, per ragioni tutt’oggi misteriose. La fine della civiltà maya non ha mai smesso di esercitare una fascinazione anche su noi occidentali, come ha testimoniato, pochi anni fa, il film di Mel Gibson Apocalypto.

Marco Restelli sulla piramide Maya dove furono girate alcune scene di Star Wars

Marco Restelli sulla piramide Maya di Tikal dove furono girate alcune scene di Star Wars

Di fronte alla Piramide del Grande Giaguaro si erge la Piramide delle Maschere (Tempio 2), orientata per contro a Est, verso il sole nascente. Nella religione politeista dei Maya la divinità principale era appunto il dio del sole, Itzamnà, a cui i Maya sacrificavano i nemici catturati strappandogli il cuore, ma infliggevano pure a se stessi terribili torture come quella di far passare una corda spinosa attraverso la lingua. Erano forme di autosacrificio cui non si sottraeva nessuno, anzi quanto più si era in alto nella scala sociale – nobili, sacerdoti, re – tanto più si era tenuti a nutrire la madre terra e gli Dei con il proprio sangue, per garantire l’ordine dell’universo. Il dio del sole però non esigeva solo sacrifici umani: era anche protettore delle arti, della scrittura e del mais, quel mais che fu la principale coltivazione dei Maya perché uno dei pochi libri sacri giunti fino a noi, il Popol Vuh, dice testualmente: “gli Dei crearono gli uomini impastando acqua e mais”. Intorno al mais, ai miti e ai riti ad esso legati, ruota ancora la vita degli indios discendenti dei Maya, come racconta lo scrittore guatemalteco Miguel Angel Asturias, premio Nobel per la Letteratura, nel suo celebre romanzo Uomini di mais.

Gli odierni eredi dei Maya sono 7 milioni di persone: vivono su un territorio dell’America Centrale poco più grande dell’Italia e comprendente, oltre al Guatemala, alcune regioni del Messico (Yucatàn e Chiapas), dell’Honduras, del Salvador e del Belize. Si tratta perlopiù di contadini poveri e sfruttati, che hanno la loro eroina nella guatemalteca Rigoberta Menchù,  famosa e discussa leader degli indios e premio Nobel per la Pace nel 1992. Cosa hanno in comune con i loro antenati? Alcuni tratti somatici e culturali: gli antichi miti e simboli religiosi sono penetrati nella “nuova” fede cristiana in un sincretismo sorprendente, e resiste sulle montagne anche il culto degli sciamani; scomparsa la scrittura geroglifica resta però la lingua parlata, diversificatasi in 28 dialetti; così come permangono l’utilizzo del complesso calendario maya, l’uso del “telaio a cintura” per le donne e il meraviglioso gusto per il colore, che una volta risaltava nei dipinti templari (ormai perduti) mentre oggi si ammira negli abiti femminili tradizionali. A volte gli indios si riuniscono in grandi cerchi tenendosi per mano nella Gran Plaza al centro di Tikal, rievocando tradizioni comuni.

Filatrici Maya con le loro merci ad Antigua Guatemala. Foto di Marco Restelli

Per vedere da vicino i grandiosi resti di questa città-Stato bisogna camminare a lungo – con una guida, per non perdersi – sui sentieri tracciati nell’immensa foresta. Con due necessarie precauzioni. La prima: portarsi bottiglie d’acqua in uno zaino, perché qui fa caldo e non ci sono bar dietro l’angolo. La seconda: cospargersi di repellente contro gli insetti, perché nella Biosfera vola di tutto. Però il fastidio di zanzare e simili sarà compensato dalla vista di farfalle multicolori, tucani, pappagalli, picchi e altre 400 specie di uccelli fra cui il famoso Quetzàl, sacro a tutti i popoli pre-colombiani dell’America Centrale, che usavano le sue penne dai colori sgargianti per adornare i copricapi dei sacerdoti e dei re. Oggi il Quetzàl è a rischio di estinzione ma la Biosfera Maya resta un paradiso per gli amanti del birdwatching.

Uno dei gioielli architettonici che si incontrano sui sentieri di Tikal è un complesso di 38 edifici in pietra, chiamato “El Mundo Perdido”.  Fu dai palazzi del Mundo Perdido che i Maya – grandissimi matematici e astronomi – misurarono con precisione stupefacente le orbite dei pianeti. Fecero grandi progressi in particolare nel quinto secolo d.C., quando il re Cielo Tempestoso ordinò ai suoi astronomi/astrologi di studiare più a fondo il cielo stellato per precisare la definizione dei giorni favorevoli e sfavorevoli del calendario. Il risultato furono calcoli davvero “da fantascienza”, considerato che lo studio delle orbite dei corpi celesti avveniva a occhio nudo. Un esempio? I Maya calcolarono il tempo impiegato dal pianeta Venere per ritornare nella stessa posizione del cielo rispetto al Sole (583,92 giorni) con un errore di appena 23 secondi.

E’ anche il fascino di questi osservatori delle stelle che ha spinto il giovane regista George Lucas a collocare i ribelli di Star Wars in una piramide maya. Ma il motivo della sua scelta non sta solo in una suggestione. Il fatto è che lo storyboard del film descrive la Luna Yavin 4 come un pianeta coperto da una fittissima foresta contenente alcune architetture “di aspetto extraterrestre”. Ci sono ben pochi luoghi al mondo che corrispondano a una descrizione simile, e i templi nella giungla guatemalteca gli sono apparsi il posto più adatto. Molti altri siti Maya dell’America Centrale, infatti, sembrano musei open air in lindi giardinetti per turisti.

A Tikal invece templi e palazzi sono immersi in una natura primordiale: sotto alberi altissimi si muovono ancora i giaguari e i coccodrilli, i tapiri e i pecari dal collare. L’odore della terra umida, i versi degli animali, il comparire improvviso di un tempio fra gli alberi…tutto concorre a dare sensazioni di autenticità e di un matrimonio perfetto fra Natura e Cultura. Forse non a caso, l’unicità della Biosfera Maya è stata riconosciuta appena due anni dopo l’uscita del primo Star Wars. Cioè nel 1979, quando l’Unesco l’ha dichiarata Patrimonio Culturale e Naturale dell’Umanità, facendola così entrare nel ristretto club dei siti mondiali doppiamente protetti.

Tikal, Piramide del Grande Giaguaro (700 d.C.). Foto di Marco Restelli

 Non è difficile, qui, sognare a occhi aperti cosa avveniva al culmine della gloria di Tikal, quando nella Gran Plaza circondata dalle Acropoli si assiepava una folla variopinta per celebrare le vittorie militari del re Luna Doppio Pettine. I sacerdoti vestiti di pelli del sacro giaguaro, adornati di piume di quetzàl e maschere di animali, salivano sulle piramidi dipinte di rosso per arrivare agli altari sulla cima e celebrare gli Dei. Luna Doppio Pettine, chiamato anche Ah Cacau cioè Re Cacao (perché il cacao liquido era “il cibo degli Dei”) assisteva ai riti e dava inizio poi alle feste che culminavano nel gioco della palla, dove due squadre di giocatori si affrontavano sul campo in una partita mortale, destinata a terminare con il sacrificio degli sconfitti. A seguito di ciò Ah Cacau dichiarava pubblicamente stabilito e confermato l’ordine dell’universo. Naturalmente a gloria dei  Maya, che si consideravano un popolo eterno, tanto da elaborare un calendario che misurava lo scorrere del tempo in migliaia di anni. E qualcosa di eterno ci hanno davvero lasciato, se ancora guardiamo stupiti le Acropoli, le piramidi e gli stadi del gioco della palla, dove, nel silenzio fra le rovine, sembra di sentire le urla degli atleti che giocavano per la vita e per la morte.

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Box: il calendario Maya e la fine del mondo nel 2012

Per i seguaci della New Age sarà una festa: il 21 dicembre 2012 segnerà l’inizio di una Nuova Era di rinnovamento spirituale per gli abitanti del nostro piccolo e stressato pianeta. Per i pessimisti cronici invece il 21 dicembre 2012 segnerà addirittura la fine del mondo, con una serie di cataclismi inarrestabili. Tutte ipotesi basate su un solo fatto: secondo il Calendario di Lungo Conto – uno dei  ben tre calendari utilizzati contemporaneamente dai Maya – il 21 dicembre 2012 segnerebbe la fine di un ciclo di 5125 anni, cifra ricavata da un multiplo del ciclo di un altro calendario deputato a stabilire le ricorrenze religiose, lo Tzolkin, lungo 260 giorni, a sua volta incrociato con un calendario civile, lo Haab, legato al ciclo delle stagioni e lungo 360 giorni. I Maya in realtà non parlavano di “fine del mondo” bensì solo della fine di un’Era del mondo (la quarta) iniziata nell’anno 3114 a.C. e destinata a concludersi appunto nel 2012. Nessun popolo precolombiano fu ossessionato dallo scorrere del tempo come i Maya, che con il Calendario di Lungo Conto calcolarono il passare delle Ere in migliaia di anni. Con un punto fermo: la gloria dei Maya sarebbe durata in eterno.

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Andare in Guatemala: informazioni pratiche

Come arrivare
Non esistono voli diretti fra l’Italia e il Guatemala. Una linea aerea molto utilizzata su questa tratta è la spagnola Iberia (www.iberia.com/it/) che parte da varie città italiane – Roma, Milano, Torino, Venezia, Bologna – e fa scalo a Madrid. Il costo del volo A/R è di circa 900 euro. Prezzi analoghi per la linea americana Delta (http://it.delta.com/) che fa scalo negli Usa.

Informazioni
Il periodo migliore per visitare il Guatemala è la stagione di caldo secco che va da ottobre ad aprile. L’Ente del turismo guatemalteco non ha una sede ufficiale in Italia; informazioni utili si possono trovare su guide in italiano come Guatemala pubblicata da Edt/Lonely Planet (pp.400, euro 24) o su siti in inglese e spagnolo come www.visitguatemala.com/. I cittadini italiani possono entrare in Guatemala senza visto e trattenersi per 90 giorni: basta avere il passaporto con una validità di almeno 6 mesi e un biglietto aereo di andata e ritorno o di proseguimento del viaggio. Nel Paese si parlano lo spagnolo e una ventina di dialetti maya. Non ci sono vaccinazioni obbligatorie. La moneta è il quetzàl e il fuso orario è 6 ore indietro rispetto al meridiano di Greenwich.

 Dormire e mangiare

A Tikal
– Hotel Tikal Inn, 4a calle y Av. Tziquinahá, zona 2, Tikal National Park, Guatemala. www.tikalinnsunrise.com/, tel + 502 7867 5691, mail tikalinn3@yahoo.com, doppia da 100 euro con mezza pensione. Un insieme di graziosi bungalows all’ingresso della Biosfera Maya, con vista sulla foresta. Piscina in giardino, cucina tipica.

Ad Antigua Guatemala
– Hotel Casa Santo Domingo, 3a Calle Oriente n° 28 A, Antigua Guatemala. www.casasantodomingo.com.gt, tel. +502 78201220, mail concierge@casasantodomingo.com.gt, doppia da 120 euro. Un cinque stelle collocato in un antico convento spagnolo, con giardini interni e arredamento d’antiquariato ispanico nelle sale comuni e nelle camere. Improntato a una lussuosa atmosfera coloniale, l’hotel è aperto ai visitatori, anche perché contiene due piccoli ma interessanti musei archeologici. Ristorante d’alta classe.
– Mesòn Panza Verde, 5a Avenida Sur n° 19, Antigua Guatemala. www.panzaverde.com/, tel. +502  78321745, mail info@panzaverde.com, doppia da 85 euro. Un’elegante guesthouse in stile spagnolo con ristorante di cucina tipica guatemalteca, galleria d’arte e corsi di yoga per i clienti dell’albergo.

Da vedere

Biosfera Maya di Tikal
E’ il gioiello del Guatemala che descriviamo nell’articolo in queste pagine: quattromila edifici Maya (fra cui templi-piramide, acropoli, stadi per il gioco della palla) immersi in un’enorme riserva naturale popolata da ogni genere di animali. Tikal è un sito Unesco doppiamente protetto come “Patrimonio Naturale e Culturale dell’Umanità”. Un’esperienza imperdibile per chi va in America Centrale.

Antigua Guatemala
Era la capitale durante la dominazione coloniale, oggi conserva un’impronta tipicamente spagnola nelle sue chiese barocche e nei suoi eleganti edifici. Memoria della storia ispanica del Paese, è una cittadina tranquilla ma ricca di ristoranti, locali, negozi di giade, centri massaggi e scuole di spagnolo, frequentate perlopiù da studenti nordamericani.

Uno scorcio della piazza centrale di Antigua Guatemala. Foto di Marco Restelli

Lago Atitlàn
Un piacevole lago sulle cui rive sorgono vari villaggi: visitarli dà modo di scoprire costumi e artigianato degli odierni Maya. Intorno al lago ci sono alcuni spettacolari vulcani, apprezzati dagli amanti del trekking.

Chichicastenango
Circondata dai monti, è una cittadina famosa per il suo mercato indigeno, uno dei più variopinti dell’America Centrale, dove si trova davvero di tutto: dai tipici tessuti alle ceramiche tradizionali, dalle candele multicolori alle briglie per cavalli.

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Box: Spunti in libreria

– Uomini di mais. Di Miguel Angel Asturias, Dalai editore, 2010, pp. 338, 8 euro.

 – Guatemala Revealed (libro fotografico). Di H. Whitbeck e C. von Rothkirch, Villegas Editores, 2007, pp. 336.

– La civiltà maya. Di J. Eric Thompson, Einaudi, 2006, pp. 355, 13 euro.

– Mi chiamo Rigoberta Menchù. Di Elisabeth Burgos, Giunti/Astrea pocket, 2006, pp. 398, 6 euro.

 – I Maya. Storia e segreti di una civiltà scomparsa. Di Michael D. Coe, Newton Compton, 2004, pp.240, 15 euro.

– La Bibbia Maya. Il Popol-Vuh: storia culturale di un popolo. Di Raphael Girard, Jaca Book, 1998, pp. 365, 25 euro.

Marco Restelli con l’amica Andreina Longhi e altri ad una festa in un villaggio Maya Chorti del Guatemala

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3 Risposte »

  • Fra piramidi e foreste: il mondo Maya del Guatemala :

    […] Guarda Originale: Fra piramidi e foreste: il mondo Maya del Guatemala […]

  • Patrizia Lai :

    Ciao Marco,
    è la prima volta che ti lascio un commento, benché mi sia aggiunta ai tuoi ‘followers’ da un po’. Ti scrivo sia per ringraziarti dei tuoi articoli e di tutto il tuo impegno, sia perché ci chiedi se siamo favorevoli o contrari alla pubblicazione sul tuo Blog di articoli che non riguardino l’Asia. Posso dire che, da parte mia, tutto ciò di cui si viene a conoscenza, è solo fonte di crescita e di arricchimento, dato che non si finisce mai di imparare. Quindi, se si ha una visione più ampia, più si riescono a comprendere comportamenti, errori e mete agognate dal genere umano. Bisognerebbe salire più spesso ‘sulla cima della piramide’ per ridimensionare la visione distorta e ristretta che troppo spesso si crede sia giusta.
    Perciò grazie, mille volte grazie per ciò che permetti di apprendere… e un grazie particolare per dare ascolto anche al mio piccolo parere.
    Patri

  • Marco Restelli (autore) :

    Patri, grazie per il tuo parere, che per me non è “piccolo” bensì prezioso. E ne terrò conto: sto pensando di creare una categoria di post chiamata “Out of Asia” proprio per metterci quegli articoli non-asiatici che credo interessanti per i lettori di MilleOrienti. Spero di incontrarti ancora su questo blog! A presto, Marco

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