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Salviamo Kathmandu dall’inquinamento e dal degrado

15 ottobre 2012 di 3

Stupa buddhista sulla collina di Swayambhunath, Kathmandu, Nepal

La chiamano “la Firenze dell’Asia”, per la straordinaria ricchezza delle sue opere d’arte. Kathmandu, la capitale del Nepal, è una delle città più affascinanti dell’Asia, protetta dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità per i suoi tesori culturali e spirituali (templi, monasteri, sculture, dipinti) concentrati in sette “zone monumentali”  dentro e fuori la città.

Negli anni Settanta era un paradiso degli hippies, oggi è la meta di occidentali stressati che scelgono di andarci per “staccare la spina”, spegnere i cellulari e vivere una settimana di meditazione in uno dei tanti monasteri buddhisti di tradizione tibetana, fedeli al Dalai Lama.

Una di queste zone monumentali, Swayambunath,  è visibile da ogni angolo della capitale. Si trova sulla cima della Collina delle Scimmie: è incantevole salire a piedi lungo la scalinata di pietra che passa attraverso alberi secolari, affollati da centinaia di babbuini considerati sacri. Fra un albero e l’altro sventolano, come panni stesi su un filo, migliaia di “bandiere da preghiera” multicolori: su di esse sono scritti i mantra che il vento, scuotendo la bandierina, porterà in cielo al Buddha. Di fianco a ogni gradino sono incisi su pietra i simboli del buddhismo e il sacro mantra Om Mani Padme Hum, che significa “Il gioiello è nel fiore di loto”, perché il loto nasce da acque fangose e poi si eleva su di esse, bellissimo e puro, proprio come  la mente del meditante deve elevarsi sopra la miserie del mondo.

Arrivati finalmente in cima alla collina si viene ampiamente ripagati: appare lo stupa (cioè il tempio-reliquiario) su cui sono dipinti gli occhi di Siddhartha il Buddha, e intorno allo stupa una miriade di altri templi riccamente scolpiti, dedicati anche a divinità femminili come Tara, Dea della compassione e della saggezza, venerata come “madre di tutti i Buddha”.  In mezzo a una folla variopinta di fedeli, individuo uno strano rito: un gruppo di giovani vestite di rosso (il colore delle spose, in Nepal come in India) offre a Tara uno stupa fatto di… cibo. E’ una piccola riproduzione di un tempio realizzata con una piramide di riso decorata con uova sode, verdure e pesci. Le giovani spose pregano perché il loro matrimonio sia arricchito dall’arrivo di un figlio.

Poi però, se dall’alto della collina si girano gli occhi sulla città, ci si accorge subito di due cose spiacevoli: l’aria di Kathmandu anziché essere limpida è polverosa, quasi gialla, e le zone monumentali della città sono letteralmente assediate da un mare di case e catapecchie, fra un brulicare di folla assiepata su vecchie automobili scassate e con gas di scarico pestilenziali.

Il fatto è che la protezione dell’Unesco su Kathmandu non funziona contro i mali che minacciano oggi la città: l’inquinamento, la sovrappopolazione, la povertà e il boom edilizio. La capitale nepalese ha un milione di abitanti ma ogni anno ne arrivano altri centomila dalle campagne, in cerca di lavoro. Così la città scoppia, e l’inquinamento cresce. Ma Kathmandu si è accorta di essere in pericolo e nel marzo 2012 si è svolta finalmente una riunione di vertice per affrontare i problemi. Le ragioni dell’ecologia hanno trovato la loro paladina: è Anjila Manandhar, coordinatrice del Clean Air Network, che ha sottoposto un piano di intervento al governo: stazioni meteo per valutare l’inquinamento dell’aria, rafforzamento dei mezzi pubblici (oggi quasi inesistenti), eliminazione di auto troppo vecchie e inquinanti, creazione di parchi, eccetera… E’ arrivato anche il progetto di un’azienda coreana: creare a Kathmandu la prima rete di metropolitana.

Tutte proposte di buon senso che però sono costose sfide per uno Stato povero come il Nepal, basato solo su agricoltura e turismo, e appena uscito da una decennale guerra civile.Riuscirà a salvarsi dal degrado, la Firenze dell’Asia?

(Quello che avete letto qui sopra è un mio articolo pubblicato sul numero di settembre del mensile Natural Style. MR)

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3 Risposte »

  • Salviamo Kathmandu dall’inquinamento e dal degrado :

    […] Continua la lettura con la fonte di questo articolo: Salviamo Kathmandu dall’inquinamento e dal degrado […]

  • sonia.namste :

    Caro Marco, sono contenta che tu abbia parlato del Nepal. Sai bene che per me è come una seconda casa, se non la prima. Ma non faccio parte di quel gruppo di occidentali che stacca la spina. Se potessi mi batterei con tutta me stessa per il Nepal. Il problema dell’inquinamento è molto forte. Negli ultimi anni ho visto aumentare a dismisura i mezzi motorizzati, soprattutto a due ruote. Non è raro, e mi è capitato spesso, vedere sacchi della spazzatura gettati direttamente nei fiumi, come se si trattasse di pattumiere. C sono strade dove la spazzatura viene semplicemente accumulata. Ogni tanto passa un camion….ma ogni tanto…e solo in alcune strade strategiche, ad esempio quelle verso l’areoporto. E’ oggettivo che il paese non ha i mezzi per gestirsi. Non riesce neanche a procurarsi quell’energia elettrica che in potenza avrebbe da vendere. Ci sono zone del Nepal ancora senza corrente ed altre che hanno power cut per più di 16 ore al giorno. Ma la Nepal non mancano certo i fiumi e l’energia da alimentazione. Il problema, lo stesso della spazzatura, è che si dovrebbe investire. Con quali soldi? Il governo nepalese non ne ha e quelli occidentali se ne fregano. Scusa la brutalità, ma su questi argomenti sono molto sensibile. Se andiamo avanti così quel gioiello che è il Nepal andrà in frantumi. E quell’affascinante foschia che avvolge Durbar square alle prime luci dell’alba non sarà che lo smog .
    Pensa se il Nepal fosse industrializzato! O se fosse diffuso il riscaldamento nelle case o negli edifici pubblici! Per fortuna fino ad oggi è il lusso di pochi alberghi e di qualche riccone che abita sopra Bodananth!
    Grazie ancora per la tua attenzione verso il mio Nepal

  • Marco Restelli (autore) :

    grazie a te, Sonia, per questo intervento. E sopratutto grazie per il lavoro di informazione, puntuale e informato, che fai sul tuo blog nepalese.
    A risentirci,
    Marco

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