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La terra e i popoli dimenticati: i diritti degli aborigeni

1 dicembre 2012 di -

Ragazza di etnìa Akha del Laos

Quando si discute del rapporto fra l’uomo, il territorio e i suoi prodotti (con tutte le implicazioni di questo enorme tema) ci si dimentica spesso di considerare quei popoli che più di altri vivono di uno stretto legame con la terra: gli aborigeni. I popoli indigeni che oggi vivono ai margini della globalizzazione vengono spesso dimenticati e i loro diritti sulla terra calpestati. Eppure si tratta di cinquemila etnie dislocate in 72 nazioni, per un totale di 350 milioni di persone. Ovviamente questi popoli presentano enormi differenze fra loro, sia sul piano culturale sia su quello economico: alcuni praticano forme tradizionali di agricoltura e, pur venendo sfruttati, sono relativamente inseriti nel tessuto socio-economico che li circonda (è il caso per esempio dei Maya dell’America Centrale); altri invece hanno un’economia di sussistenza basata su caccia, pesca e raccolta di frutti, e vivono in un isolamento pressoché totale (è il caso di alcune etnie delle isole Andamane nell’Oceano indiano). Tutti però hanno in comune una cosa: lo strettissimo rapporto con la terra e i suoi prodotti. Rapporto sempre più messo a rischio dagli interessi di grandi gruppi ansiosi di mettere le mani sulle ricchezze (minerarie o naturali) dei territori “vergini” in cui vivono gli aborigeni.

Per ricordare la “questione aborigena” l’Onu celebra ogni anno il 9 agosto la Giornata internazionale dei diritti dei popoli indigeni, ma benché le intenzioni dell’Onu siano lodevoli i suoi proclami rischiano spesso di rimanere solo sulla carta, senza tutele pratiche per gli aborigeni. Molto più concreta e produttiva è invece l’azione politica di Survival International, l’unica organizzazione indipendente al mondo interamente dedicata ai popoli tribali e ai loro diritti, attualmente presente in 60 nazioni fra cui l’Italia.
Il continente dove oggi è concentrata la maggioranza assoluta di aborigeni è l’Asia, e la nazione con il maggior numero di essi è l’India, dove vivono ben 80 milioni di persone appartenenti a circa 250 gruppi etnici, in India genericamente chiamati Adivasi cioè “Abitanti originari”. E’ dunque giusto partire dall’India per analizzare un caso esemplare della “questione aborigena” – quello dei Dongria Kondh – in cui è stata protagonista proprio Survival International.

I Dongria Kondh sono una piccola tribù di ottomila persone che vive nelle foreste dello Stato indiano dell’Orissa. La loro economia è molto semplice e basata su una “filiera cortissima”: raccolgono i frutti nella giungla e selezionano fiori e foglie che poi vendono al mercato locale. Al centro della vita dei Dongria Kondh c’è la loro montagna sacra, il Niyam Dongar; di questo ambiente naturale che dà loro nutrimento si considerano da sempre i custodi e non hanno mai voluto rinunciare al proprio stile di vita tradizionale né cedere alle lusinghe della modernità. Ma pochi anni fa una multinazionale mineraria, la Vedanta Resources, ha messo gli occhi sulla terra dei Dongria Kondh e in particolare sulla loro montagna sacra che contiene un ricco filone di bauxite: la Vedanta Resources ha perciò dato il via a una campagna di pressioni economico-politiche per convincere il governo indiano a dare i permessi per sventrare la montagna e aprire miniere con annessi impianti chimici.  E così è stato fatto, con gravi danni non solo ambientali (come la creazione di un lago di rifiuti tossici) ma anche sociali e culturali, perché ai Dongria Kondh è stata offerta soltanto un’alternativa:  cambiare vita e lavorare nelle miniere oppure sloggiare dalla terra degli antenati. I Dongria Kondh organizzano allora manifestazioni di protesta a Delhi per opporsi a questa violenza, e grazie all’aiuto di Survival International riescono a farsi ascoltare da “quelli che contano”: cioè dall’Alta Corte di Delhi, dal governo britannico (la Vedanta Resources è quotata alla Borsa di Londra) e dall’Onu. Così, a sorpresa, ottengono una magnifica vittoria, riuscendo a far bloccare i lavori e a riaffermare il proprio diritto a vivere come vogliono su una terra che da sempre appartiene loro.

Per un caso a lieto fine, però, ce ne sono tanti altri ancora in bilico: per esempio in Laos, Paese detto “il polmone verde dell’Asia” perché il 70% del suo territorio è coperto da antiche e fittissime foreste. In questo ambiente primordiale vivono una sessantina di popoli tribali la cui esistenza è minacciata dalla progressiva distruzione dell’ambiente: grandi aziende cinesi stanno disboscando a ritmi serrati per vendere i legnami sui mercati internazionali. E pazienza se gli aborigeni non sanno vivere al di fuori della foresta…

Un altro caso esemplare è quello degli Intha, una etnia che vive sullo splendido lago Inle, in Birmania. Lo stile di vita degli Intha si basa su una originalissima economia ecologica: il grande lago è punteggiato da isolette che sono in realtà orti galleggianti dove vengono coltivati ortaggi e fiori poi venduti nei mercati della regione. Tutto è sull’acqua: case, scuola e tempio sono su palafitte, i mercati sono su barche (ogni barca è un bancarella) e gli orti galleggianti possono essere spostati semplicemente agganciandoli con un cavo a una barca. Un vero e proprio “mondo d’acqua” dove gli Intha vivono e coltivano nel pieno rispetto dell’equilibrio ambientale, ma tale equilibrio è ormai palesemente messo a rischio dal turismo di massa, che ha scoperto questo gioiello naturale e sociale della Birmania. Per quanto ancora gli Intha riusciranno a rimanere se stessi?

(L’articolo che avete appena letto è stato pubblicato nella mia rubrica MilleOrienti su Eco News, bimestrale cartaceo e portale web dedicato alla sostenibilità ambientale).

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