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Medicine tradizionali e “verdi” dall’Asia: fandonie e realtà

6 marzo 2013 di -
Un trattamento ayurvedico

Un trattamento ayurvedico

Il corno di rinoceronte continua ad andare a ruba. Spesso il povero animale viene ucciso proprio per questo. In vari Paesi asiatici il corno del rinoceronte viene importato e, ridotto in polvere, utilizzato come cura contro l’impotenza maschile o come afrodisiaco. Un uso che deriva da una credenza magica antichissima, nata dalla forma fallica del corno stesso. Ma, ovviamente, del tutto inefficace a ridare la virilità. Anche il fish maw continua ad andare a ruba. E’ lo stomaco di pesce (di diverse specie) tradizionalmente utilizzato nella cucina cinese, essiccato al sole e poi fatto rinvenire in acqua e cotto nelle zuppe. Gli vengono attribuite le qualità più fantasiose: favorire la fertilità delle donne mature, migliorare la circolazione sanguigna, rendere liscia la pelle (compresa quella dei bimbi nel ventre materno!). In realtà, non ha nessuna di queste funzioni.

Sono due esempi di false credenze mediche diffuse ancora oggi,a livello popolare, in Oriente. Ma questi (o altri) esempi bastano a screditare le medicine tradizionali in uso da millenni in Cina o in India? Assolutamente no. I sistemi medici tradizionali diffusi nelle grandi civiltà asiatiche hanno molti secoli di studi e sperimentazioni locali alle spalle, e non possono venire considerati alla stregua di fanfaronate come quella del corno di rinoceronte. Bisogna dunque distinguere il falso dal vero, quando si parla di medicine cosidette “alternative”; distinguere cioè fra credenze popolari destituite di qualsiasi fondamento, da una parte, e millenari sistemi medici, sperimentati su larga scala, dall’altro.  Mi riferisco in particolare all’Agopuntura e all’Ayurveda. Questi ultimi si potrebbero forse definire “medicine verdi”, in quanto tendono a considerare il corpo umano come “un ambiente” da curare nella sua interezza, con un approccio olistico e senza controindicazioni (se il medico agisce correttamente), al contrario di quanto accade nella medicina occidentale che si concentra non sul malato bensì sulla malattia, curando solo la parte del corpo considerata malata.

Dobbiamo ricordare che in  Cina l’Agopuntura viene insegnata in appositi corsi di laurea universitari e praticata normalmente negli ospedali.  I medici cinesi che esercitano la professione basandosi sulla propria scienza tradizionale (di cui l’Agopuntura è solo una delle discipline) sono riconosciuti e iscritti in un apposito albo professionale. Le stesse cose accadono in India con l’Ayurveda, insegnato in molte università e diffusissimo negli ospedali, praticato anche da medici indiani talvolta laureatisi in università americane o britanniche e poi tornati nel loro Paese per integrare la medicina occidentale con quella indiana, che utilizza erboristeria, composti minerali, diete alimentari e numerose tecniche di massaggio con vari tipi di olio. Ad occhi occidentali può risultare sorprendente (posso testimoniarlo personalmente) l’esattezza delle diagnosi che i vaidya – i medici ayurvedici – compiono attraverso l’auscultazione del polso del paziente, una tecnica diagnostica tradizionale che viene perfezionata in anni di pratica

agopuntura cinese

agopuntura cinese

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha riconosciuto ufficialmente diverse medicine tradizionali tra cui l’Ayurveda e la Medicina Cinese, e ha promosso studi di settore su queste materie con la produzione di documenti e materiale informativo, tra i quali di recente le linee guida per la formazione in medicina ayurvedica. Purtroppo però in Occidente si guarda ancora con diffidenza nei confronti dei due grandi sistemi medici della Cina e dell’India, a causa della scarsità di studi scientifici su questi sistemi (e in particolare degli effetti dei composti erboristici) e della mancanza di sperimentazioni su larga scala effettuate in base ai criteri della medicina occidentale. Ma la situazione comincia a cambiare. PubMed, il database della US National Library of Medicine del National Institutes of Health, che contiene attualmente oltre 20 milioni di articoli della letteratura scientifica biomedica, comincia a indicizzare anche gli studi sulle medicine cinese e indiana: sono 2000 gli articoli schedati sugli elementi utilizzati nell’Ayurveda (per esempio sugli effetti anti-ossidanti e anti-infiammatori di una pianta molto usata in India come la curcuma) e ben 17000 gli articoli sull’Agopuntura. Segno che qualcosa, in campo scientifico, si sta muovendo.

In questo quadro però l’Italia spicca per la propria assenza, ovvero per la genericità con cui tratta le medicine orientali: nel nostro Paese non esiste alcuna regolamentazione del loro utilizzo e i farmaci indiani e cinesi possono venire importati purché non siano classificati come “farmaci” o “rimedi” bensì sotto la generica etichetta di “integratori alimentari”. Questa mancata regolamentazione produce confusione e ambiguità: con l’etichetta di “integratori alimentari” infatti oggi si può trovare (e comprare) un po’ di tutto. E il rischio può essere quello di acquistare un prodotto ayurvedico che gli stessi medici indiani non riconoscerebbero come tale. C’è solo da auspicare, dunque, che in futuro il nostro Paese guardi con più attenzione ai sistemi medici della Cina e dell’India. Antichi, certo, ma anche in continua evoluzione, perché non si sottraggono al confronto con la medicina occidentale.

(Quello che avete letto sopra è un mio articolo pubblicato tempo fa sul portale e newsletter cartacea Eco-News. MR)

 

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