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Un mandala buddhista nel carcere di Bollate: cosa significa, cosa ci insegna

17 marzo 2013 di -

urlIl mandala di sabbia è un tipico strumento di meditazione utilizzato nelle scuole buddhiste tibetane: ne ho visti realizzare alcuni meravigliosi, in Nepal. Quel che non ho mai visto è un mandala in una prigione, ad uso dei detenuti. Eppure è ciò che è accaduto nel carcere di Bollate, in provincia di Milano: uno degli istituti penitenziari più avanzati del nostro Paese (un’eccezione alla regola, visto che il sistema carcerario italiano non brilla certo per le buone condizioni di vita dei carcerati, come sappiamo).

prigion_project_logo_italDal 25 al 28 febbraio 2013 il carcere di Bollate ha ospitato – per la prima volta al mondo – la creazione di un mandala di sabbia del  Buddha della Medicina, realizzato da monaci del monastero di Sera Jey. L’evento fa parte  del “ProgettoLiberazioneNellaPrigione” che da tre anni opera nel penitenziario tenendo corsi e ritiri di meditazione per i carcerati. Il progetto è curato dall’Istituto Lama Tzong Khapa di Pomaia (Pisa), il più noto centro spirituale tibetano del nostro Paese, che fa riferimento al Dalai Lama.

Il mandala è una rappresentazione visiva dell’universo esteriore e interiore, che viene utilizzata come supporto alla meditazione. In pratica è un “grafico” delle energie sottili e può essere realizzato con tecniche diverse: pittura su seta, scultura, perfino architettura  (il celebre Borobudur di Giava, in Indonesia, visto dall’alto appare un mandala). Contiene la figura di un Buddha che rappresenta un’energia psichica, evocata nella propria mente dal meditante.

Il mandala di sabbia però ha un significato in più: l’impermanenza, che è la legge di tutte le cose. Infatti per giorni e giorni i monaci-artisti “disegnano” il mandala utilizzando finissime sabbie colorate e quando hanno terminato il loro capolavoro – perché di questo si tratta – recitano un mantra e lo distruggono. Perché? Per insegnare a superare l’attaccamento alle proprie realizzazioni, e quindi al proprio “ego”.

Dal carcere di Bollate, una bella lezione per tutti noi.

(Quella che avete letto qui sopra è  la mia rubrica MilleOrienti pubblicata sul mensile Yoga Journal in edicola).

 

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