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Armonia e segreti dei giardini zen

10 agosto 2013 di -
Una visione parziale del più celebre giardino zen di Kyoto, il Ryoanji

Una visione parziale del più celebre giardino zen di Kyoto, il Ryoanji

Li vediamo nei salotti delle case di chi ama l’oriente: piccoli vassoi di sabbia finissima, pettinata con un rastrellino e cosparsa di sassetti. Questi mini-giardini zen (bonseki, in giapponese) sono ormai di moda, ma non tutti conoscono il significato, l’armonia segreta e l’energia dei grandi giardini zen (karesansui, cioè “paesaggi secchi”) che si trovano nei monasteri buddhisti di città come Kyoto.

Il giardino zen nasce intorno al tredicesimo secolo, quando in Giappone arrivano al potere i samurai. Ispirati da un codice d’onore zen che li porta a combattere senza odiare l’avversario, sono i samurai a sedersi davanti al giardino per meditare insieme ai monaci, prima di andare in battaglia. Lo zen è una filosofia pratica che conduce la persona a una piena consapevolezza di sé “qui-e-ora”, in base a due principi fondamentali: essenzialità e intuizione. Il giardino zen riflette proprio questi due principi. E’ infatti un giardino “essenziale”, cioè un giardino dove la natura è stata spogliata dei suoi abiti superflui (le piante, i fiori, l’acqua…) e “condensata” in una rappresentazione astratta, come un quadro: dove gli unici elementi sono le pietre, che rappresentano le montagne, e la sabbia (o ghiaia bianca) rastrellata “a onde”, che rappresenta l’acqua. Nient’altro.

L’armoniosa bellezza di questo “quadro” non va capita intellettualmente, va apprezzata intuitivamente: non con la testa ma con il cuore. Anche se, ovviamente, negli elementi del “quadro-giardino” ci sono significati che per gli antichi giapponesi erano scontati mentre per noi non lo sono affatto. Vediamo perciò i principali significati: conoscerli può aiutarci ad accostarci a un giardino zen nel modo più corretto.

La meditazione sulla natura e sul “sé”. Contemplare un giardino zen è un esercizio spirituale. Secondo la più antica religione giapponese, lo Shintoismo, tutti gli elementi in natura – pietre comprese – sono permeati da uno spirito divino (kami). Contemplare un giardino zen significa dunque meditare anche sulla divinità della Natura. Come? Liberando la mente da ogni pensiero e intuendo il rapporto che ci lega ad essa. Dobbiamo entrare a farne parte, intuire il legame fra il nostro “sé” individuale e la sacralità del Tutto. Inoltre, secondo la cultura giapponese lo scopo della contemplazione è incorporare le qualità di ciò che si contempla: quindi se il giardino zen è armonioso anche chi lo contempla diventa armonioso. Cioè diventa una persona migliore.

L’energia delle pietre. Le pietre (o rocce) del giardino zen, proprio perché così immobili e antiche, racchiudono al proprio interno una grande energia accumulata nel lunghissimo tempo della loro esistenza. Per i giapponesi hanno un’ “anima” (il kami che dimora in esse) e addirittura una “personalità”. Tanto che i giapponesi danno un nome a ogni lato di una pietra: per esempio il lato frontale è chiamato Viso (Kao) e il lato superiore Cielo (Ten). Perciò, guai a disporre il Cielo verso il basso! Come un gatto si ribella se accarezzato contropelo, così una pietra si “sdegna” se viene disposta contro la propria natura. Starà al monaco-giardiniere rimetterla nella giusta posizione.

L’importanza del vuoto e dello yin/yang. Spogliata dei suoi abiti, ridotta all’essenziale nel giardino zen, la Natura crea un vuoto (la sabbia bianca rappresenta l’acqua ma anche il vuoto) dentro al quale possiamo immergerci per riflettere su noi stessi. In un giardino zen dunque i vuoti sono altrettanto importanti dei pieni. Le poche rocce del giardino vanno disposte in modo asimmetrico (l’estetica giapponese rifiuta la simmetria, la considera contro-natura) in modo da favorire il fluire dell’energia sottile, il qi,e valorizzare gli elementi yin (femminili) e yang (maschili). Questi elementi sono rappresentati dalle rocce: che simboleggiano lo yang quando sono alte e spigolose, lo yin quando sono basse e di forme morbide. La disposizione delle rocce nel giardino dev’essere tale da rendere il più armonioso possibile il rapporto fra yin e yang, che costituisce anch’esso un oggetto di meditazione.

Il segreto del giardino perfetto. In Giappone c’è un celebre giardino zen che è considerato – per la sua armonia assoluta – il giardino perfetto. E’ il Ryoanji, che si trova in un monastero buddhista della città di Kyoto. A differenza di altri giardini non si conosce il suo autore e nemmeno l’esatta epoca della sua realizzazione (probabilmente intorno al quindicesimo secolo). E’ costituito da 15 rocce di varie misure disposte a piccoli gruppi in un bacino rettangolare di sabbia bianca (22 metri x 9) pettinata in modo da mostrare onde leggere. Da qualsiasi punto lo si osservi, è impossibile vedere tutte e 15 le pietre: ce n’è sempre una che non appare all’osservatore. Questa è considerata una rappresentazione del mistero della Natura: c’è sempre qualcosa in lei che sfugge alla nostra comprensione.  Nulla è mai casuale nel disegno di un giardino zen, perché in Natura nulla accade mai per caso. E anche questo è un oggetto di meditazione.  Per chi si siede a contemplare il Ryoanji come per chi osserva il mini-giardino nel proprio salotto.

 

Il disegno del più celebre giardino zen di Kyoto: il Ryoanji.

Il disegno del più celebre giardino zen di Kyoto: il Ryoanji.

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 Piccole illuminazioni di grandi Maestri zen

 

Contemplare un giardino zen – dice la tradizione giapponese – può portarci ad aprire la nostra mente. In ciò possono aiutarci quelle piccole illuminazioni – brevi frasi o aforismi – che i Maestri zen hanno scritto nel corso del tempo. Eccone qualcuna da The Zen Garden: Book of Meditations.
– Ogni tanto siedi tranquillo senza fare nulla: la primavera arriva e l’erba cresce da sola.

– L’uccello del paradiso si posa soltanto sulla mano che non lo ghermisce.

– La saggezza del bambù: piegarsi al vento senza spezzarsi.

– Tu modelli l’argilla per fare una tazza, ma è il vuoto all’interno che conta davvero. Il vuoto contiene ciò che vuoi.

 –  Quanto ti alzi al mattino ascolta le persone che ami. Soprattutto quello che non dicono.

 – Quando le persone ti dimostrano rabbia, ignora il modo in cui lo dicono e cerca la verità nel loro messaggio.

– Il Maestro può aprirti una porta, ma tu entrerai da solo.

 – Conoscere gli altri è saggezza. Conoscere se stessi è illuminazione.

– Quando le cose della vita sono in totale disordine, tu gioca come un bambino.

 – Quando sei deluso e dubbioso, anche un migliaio di libri sacri non ti aiuterà. Quando avrai capito l’essenziale, anche una sola parola sarà di troppo.

– Non soffermarti né sulla causa né sull’effetto. E’ tutto qui: nell’esserci in questo preciso momento.

– Due mani che battono producono uno schiocco. Una mano produce mezzo schiocco?

– Quando resti senza niente da dire, renditi conto che è proprio così: non c’è niente da dire.

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 Le pietre-paesaggio e la divinità della natura


I giapponesi le chiamano suiseki, che significa “pietre lavorate dall’acqua”. Sono “pietre-paesaggio” che vengono raccolte in natura e che  possono simboleggiare una montagna, una valle o un animale, o semplicemente avere una forma astratta con una propria forza espressiva. I suiseki vengono esposti in modo artistico su una piccola piattaforma o su un vaso, spesso accostati a qualche pianta bonsai.

L’arte di disporre queste pietre-paesaggio nasce in Cina duemila anni fa, si diffonde poi in Giappone (dove raggiunge il suo culmine) e arriva ai giorni nostri in Occidente, mantenendo sempre cinque parametri per la valutazione estetica della pietra: la forma, la qualità, il colore, la tessitura e l’antichità.

I suiseki non devono mai venire ritoccati dall’uomo perché la natura, per i giapponesi, è perfetta in sé, in quanto di origine divina. Infatti secondo l’antica religione autoctona del Giappone, lo Shintoismo, ogni fiume, ogni albero, ogni montagna e ogni pietra possono contenere in sé un kami, uno spirito divino.

Camminando nei boschi sacri del Giappone a volte si incontrano pietre circondate da un perimetro di corda: significa che non possono venire calpestate in quanto in esse dimora un kami. Osservare un suiseki perciò non significa soltanto ammirare la bellezza della sua forma bensì contemplare un simbolo della divinità nella natura, e meditare sul profondo legame che abbiamo con essa.

(Quello che avete letto qui sopra è un mio articolo apparso tempo fa sul mensile Natural Style. Ora in quel giornale è arrivata una nuova direttrice che non considera interessanti questi contributi di cultura orientale e ha perciò chiuso la collaborazione con me. Pazienza, mi leggerete altrove. Intanto auguro buon ferragosto a tutti. Marco Restelli).

 

 

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