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In Rajasthan a cavallo fra i tesori dell’Unesco

5 dicembre 2013 di 4
Hill Forts of Rajasthan. Copyright DRONAH

Hill Forts of Rajasthan. Copyright DRONAH

Cari lettori, a tutti quelli fra voi che vorrebbero scoprire – o riscoprire in modo nuovo – il Rajasthan, oggi propongo un mio articolo pubblicato tempo fa su Sette, il magazine del venerdì del Corriere della Sera. Come sempre attendo vostri commenti o richieste di informazioni. Buona lettura! MR
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Lusso sfrenato della vita di corte, battute di caccia a cavallo o a dorso di elefante, sontuosi palazzi, raffinatissime scuole di pittura, uomini col turbante e i baffi a manubrio e donne drappeggiate in sari multicolori: tutti questi elementi dell’ “esotismo indiano” ci derivano dai diari di viaggio degli esploratori europei (e poi dei colonizzatori inglesi) che, nei secoli passati, si avventurarono nei regni del Rajasthan.  Oggi il Rajasthan – lo Stato più esteso dell’ Unione Indiana – torna a brillare di nuova luce in un altro ambito: i Patrimoni Culturali dell’Umanità. Con grande soddisfazione infatti i media indiani hanno commentato una notizia arrivata a fine giugno: ben 6 antiche fortezze del Rajasthan sono entrate contemporaneamente a far parte della prestigiosa lista dei siti protetti dall’Unesco. «Un ingresso così massiccio di siti di una sola regione, nel patrimonio Unesco, non si era mai visto prima» ha sottolineato il Ministro del Turismo e della Cultura, Bina Kak, al termine dell’Unesco World Heritage Committee che si è tenuto dal 16 al 27 giugno di quest’anno.

 Da anni il Rajasthan (insieme al celebre Taj Mahal di Agra) è la maggiore meta turistica dell’India, proprio grazie alle sue spettacolari fortezze e ai suoi palazzi ricchi di opere d’arte. Considerando che nella lista dei Patrimoni dell’Umanità c’erano già due siti rajasthani – l’antico osservatorio astronomico di Jaipur e la riserva ornitologica di Keoladeo, paradiso del bird watching – da ora il Rajasthan potrà esibire, in splendida solitudine, ben 8 siti Unesco, e la novità contribuirà a promuovere ulteriormente il turismo nella regione.

mappa del Rajasthan

mappa del Rajasthan

“Rajasthan” significa “Terra dei re”, perché questo Stato indiano nasce dalla fusione di 18 regni indù fioriti dall’ottavo al diciannovesimo secolo. E’ alle città fortificate di questi antichi regni che l’Unesco rende omaggio, includendo le loro fortezze meglio conservate: Chittorgarh, Kumbhalgarh, Ranthambore, Jaisalmer, Amber (nei pressi di Jaipur, la capitale dell’odierno Rajasthan) e Gagron. Anche se i loro nomi possono risultare ignoti a noi, il fasto e la gloria di questi luoghi sono entrati da molto tempo nell’immaginario occidentale: sono questi infatti i palazzi dei “maragià” (parola derivante da maharaja, cioè “grande re”) il cui sfarzo veniva narrato dai primi antropologi dilettanti. Come il britannico James Todd, che entrò nell’esercito della Compagnia delle Indie Orientali nel 1798 prestando servizio in Rajasthan. Durante la sua permanenza Todd studiò usi e costumi dei Rajput, i membri di una casta guerriera indù che per secoli si opposero fieramente agli invasori musulmani dell’India. Poiché esprimeva simpatia e ammirazione nei confronti degli “indigeni”  Todd fu sospettato dalle autorità britanniche di essere stato corrotto dagli indiani. Amareggiato per l’ingiusta accusa, nel 1822 Todd lasciò l’esercito e tornò in Inghilterra dove scrisse due volumi intitolati Annali e antichità del Rajasthan, di grande importanza per la quantità di informazioni sulla regione e sui suoi monarchi.

Davvero grandi – sia sul piano militare sia su quello della produzione artistica – furono i “maragià” dei 18 regni del Rajasthan, quasi tutti governati dai Rajput. Poemi epici furono composti sull’eroica resistenza anti-musulmana dei regni Rajput, opere che ancora oggi i cantastorie itineranti recitano, accompagnati da musicisti, nei villaggi delle campagne rajasthane. Nonostante la loro imponenza le fortezze dei Rajput, strette d’assedio dagli eserciti musulmani, finirono per soccombere, una dopo l’altra, con esiti da tragedia epica. Come a Chittorgarh – uno dei nuovi siti Unesco – dove i Rajput, quando capirono che tutto era perduto, decisero una forma rituale di suicidio di massa: le donne, per non essere catturate dagli invasori, si gettarono fra le fiamme di grandi pire funebri; quando le pire si spensero gli uomini si cosparsero il corpo con le ceneri delle loro donne e uscirono urlando dalla fortezza lanciandosi contro l’esercito assediante, per trovare morte certa.

Oggi i Rajput sono una piccola minoranza, circa 3 milioni di persone su una popolazione totale di 60 milioni di abitanti del Rajasthan. Eppure sono ancora i membri di questa casta guerriera a determinare – come avviene da secoli – le tendenze della società rajasthana. Il Rajashtan ha sempre avuto una grande tradizione equestre perché i Rajput vivevano e combattevano a cavallo: «nessuno può separare un Rajput dal suo cavallo» dice un proverbio rajasthano. Perciò da qualche anno i discendenti degli antichi Rajput hanno deciso di estendere la loro tradizione equestre anche al turismo, offrendo ai visitatori occidentali la possibilità di spostarsi a cavallo (anziché nei soliti autobus) fra una cittadella fortificata e l’altra. Gli itinerari di questi “safari a cavallo” – come li chiamano gli indiani – sono meravigliosi, fra le brune alture dei Monti Aravalli, il verde bacino del Dhundar e le sabbie del Deserto del Thar, uno dei sette deserti più vasti del mondo. Il fascino del paesaggio, punteggiato dalle maestose fortezze Rajput, ha indotto la rivista americana National Geographic a includere il Rajasthan nella Top Ten degli “Itinerari a cavallo più belli del mondo” (per la cronaca: una classifica guidata dalla Valle de Bravo, in Messico, e….dalla Toscana).

campo tendato per cavalieri in Rajasthan

campo tendato per cavalieri in Rajasthan

Protagonisti d’onore di questi “safari equestri” sono i cavalli marwari, che un tempo erano le cavalcature dei maharaja e dei guerrieri. Il marwari è una razza locale che deve il suo nome alla regione rajasthana del Marwar, dove anticamente sorgeva un regno Rajput esteso quanto l’odierno Portogallo. Si tratta di un elegante destriero di media grandezza, con una curiosa caratteristica: le orecchie a punta incurvate verso l’interno fin quasi a toccarsi. Intelligente, leale e fiero, il cavallo marwari è molto resistente e abituato alle privazioni d’acqua del Deserto del Thar: perfetto dunque per affrontare lunghi spostamenti nel clima caldo-secco del Rajasthan. I discendenti dei Rajput hanno aperto – talvolta insieme ad amici occidentali – scuderie di cavalli marwari e comodi campi tendati per le soste dei cavalieri, organizzando tour equestri che possono durare da un giorno a varie settimane.

Le mete interessanti non mancano di certo in Rajasthan  e fra quelle più classiche ci sono le fiere-mercato di animali, prima fra tutte quella di Pushkar. Deliziosa cittadina distesa fra le colline e un lago sacro, ogni anno durante il plenilunio di ottobre/novembre (che gli indiani chiamano Kartik Purnima) Pushkar ospita la più spettacolare fiera di cammelli e dromedari del pianeta: oltre cinquantamila, portati lì da migliaia di cammellieri, più centinaia di cavalli e cavalieri giunti per curiosare oppure per contrattare l’acquisto di qualche animale. E intorno a loro, mezzo milione di pellegrini indù che giungono a Pushkar per purificare il proprio karma immergendosi nelle sacre acque del lago, sorto – secondo un mito indù – nel luogo in cui cadde sulla Terra un fiore di loto sfuggito dalla mano del dio Brahma, il creatore dell’universo a cui qui è dedicato un celebre tempio.  In questi ultimi anni la fiera di Pushkar è diventata un evento molto affollato di turisti, eppure conserva ancora il proprio fascino; specialmente all’alba, quando nuvole di sabbia del deserto illuminate dai primi raggi solari avvolgono quella babele di cammelli e cavalli, asceti seminudi coperti di cenere e donne addobbate di meravigliosi gioielli, musicisti di strada e cantori di poemi cavallereschi dei Rajput. I viaggiatori che decidono di arrivare qui a cavallo impiegano sei ore per attraversare un lembo di deserto sotto il martello del sole: una cavalcata fisicamente impegnativa, ma sia il viaggio sia la meta valgono la pena.

Donne in un haveli dello Shekhawati (Rajasthan). Copyright Marco Restelli

Donne in un haveli dello Shekhawati (Rajasthan). Copyright Marco Restelli

L’intero Rajasthan comunque è una ghirlanda di luoghi che meritano di essere visitati, a cavallo o no. Come Jaipur, la città che prende il nome dal re-astronomo Jai Singh. Con l’aiuto scientifico di un gesuita portoghese Jai Singh fece costruire 7 osservatori astronomici in varie città dell’India settentrionale fra cui la sua Jaipur, il cui osservatorio – in un bel giardino di fianco al palazzo reale – è il più grande del mondo. Oppure Udaipur, una delle città più romantiche dell’India con i suoi eleganti palazzi affacciati sul lago Pichola al cui interno spicca, su un isolotto, lo splendido Lake Palace, che ha fatto da set cinematografico alle avventure esotiche di James Bond in 007 Octopussy. Tutte località ben note al turismo di massa, che ignora invece – a causa delle strade dissestate, più adatte ai cavalli che agli autobusuna zona del Rajasthan ancora miracolosamente intatta: lo Shekhawati, una provincia settentrionale al confine con il Panjab che conserva le ultime testimonianze di un Rajasthan ormai scomparso. E’ qui che si trovano bellissimi haveli, abitazioni private riccamente affrescate dai loro proprietari, una casta di mercanti chiamata Marwari perché originaria del Marwar come i celebri cavalli. I Marwari controllavano le carovane commerciali di cammelli che portavano tessuti, zucchero e spezie. Fra la fine del 1800 e l’inizio del 1900 i Marwari investivano talvolta le loro ricchezze in lunghi viaggi in Europa, e al loro ritorno raccontavano ciò che avevano visto ai pittori, che dipingevano i muri delle case con le meraviglie ammirate dai loro Signori. Ecco perché su alcune dimore dello Shekhawati troviamo dipinti sorprendenti, come scorci della città di Venezia, o ritratti di Gesù, o le prime automobili, o sbuffanti locomotive a vapore con lunghe file di vagoni. Il tempo dei cavalieri Rajput era al tramonto, iniziava il tempo della ferrovia.
Marco Restelli

 

 Per saperne di più

LIBRI

– Rosa Maria Cimino: Leggende e fasti della corte dei “Grandi Re”. Dipinti murali di Udaipur, Rajasthan. Cesmeo (collana Orientalia), 2011.

– T. A. Brown Lindsay: Rajasthan, Delhi e Agra. Guide Edt/Lonely Planet, 2011.

– Autori Vari: Quattro secoli di pittura Rajput. Mewar, Marwar e Dhundhar: miniature indiane nella collezione Ducrot. Skira,  2009.

– Tito Dalmau: Rajasthan. Houses and Men (libro fotografico), Contrasto, 2007.

– Giovanna Fogliati: Viaggio in Rajastan con figli. Lampi di Stampa, 2007.

– George Michell, Antonio Martinelli: I palazzi reali dell’India,  Frassinelli, 1994.

– Kim Naylor: Rajasthan. Con Delhi e Agra. Phileas Guide, 1989.

MUSICA

–  Artisti Vari: Rajasthani Folk Music. Traditional Music of the Langas and the Manganyars. Saydisc, 2011.

– Artisti Vari: The Tribal Rhapsodies. Musical Treasures of Rajasthani Tribes. De Kulture, 2010.

– Artisti Vari: Glimpse of Rajasthani Music. De Kulture, 2007.

– Artisti Vari: Sulle rive del Gange. L’India del nord: dai ritmi gitani del Rajasthan alle melodie del sitar di Ravi Shankar. Edizioni Red!, 2007.

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4 Risposte »

  • Patrizia :

    Ciao Marco!
    Se un viaggio in Giappone è un sogno nel cassetto, ne apro un altro e ci metto dentro un viaggio in Rajasthan!
    Grazie mille anche per le indicazioni dei libri e della musica. (Anche l’India e la sua musica mi appassionano).
    Patri

  • Marco Restelli (autore) :

    Ciao Patrizia, quando avrai bisogno di indicazioni di viaggio oppure di bibliografie sui Paesi asiatici (sì, Giappone compreso) chiedi pure e sarò lieto di aiutarti. Teniamoci in contatto, ciao! MR

  • zled olchansky :

    Be’ capito qui per caso proprio nel giorno in cui leggo dell’ennesimo stupro di gruppo a danni di una turista straniera, stavolta danese.
    Ragazze sfregiate perchè cancellate dagli amici di fb, adolescenti ammazzate perchè denunciano gli stupri, turiste stuprate…certo che l’immagine che filtra sui media sul rispetto della figura femminile nella civilissima India non è esattamente edificante.
    Francamente, saranno anche dei bei viaggi ma a mia figlia non li consiglierei ecco…

  • Marco Restelli (autore) :

    Mi scusi se rispondo con ritardo, mi era sfuggito il suo commento. Naturalmente lei ha ragione: la condizione della donna in India è ancora – sopratutto nelle campagne – molto arretrata, e la questione degli stupri è di una gravità inaudita. Però, vede, il fatto è che in India non c’è un aumento degli stupri, c’è un aumento delle denunce da parte delle donne. Il fatto positivo è che queste insopportabili violenze contro la dignità della persona non vengono più date per “scontate”, non passano più sotto silenzio, ma anzi vengono denunciate e provocano una forte reazione di sdegno da parte dell’opinione pubblica e una grande mobilitazione da parte dei movimenti delle donne e più in generale da parte dei movimenti per i diritti civili. Ciò che prima veniva in qualche modo “tollerato” ora è considerato, giustamente, intollerabile. E gli stupri fanno notizia perché destano orrore nell’opinione pubblica indiana.
    Lei scrive: “non manderei in India mia figlia”. Mi scusi ma non sono d’accordo. Con le giuste precauzioni (per esempio: non girare l’India da sole/i) è possibilissimo andarci, e l’India resta un Paese di grande fascino culturale.
    Mi permetta una considerazione: gli stupri avvengono, purtroppo numerosi, anche in Italia. Anch’io ho una figlia. Cosa dovremmo fare: non lasciar più circolare le nostre figlie in Italia?
    Un cordiale saluto,
    Marco Restelli/MilleOrienti

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