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Ecco qual è il “mio” Giappone. Scopritelo con me a settembre 2016

20 luglio 2016 di 1
Cerimonia del tè in una casa da tè della città di Uji. Foto di Elena Bianco

Cerimonia del tè in una casa da tè della città di Uji. Foto di Elena Bianco

Ma qual è il “tuo” Giappone? Che cos’ha di speciale o di diverso dai viaggi di altri? Ecco due domande che mi sento fare piuttosto spesso. Come i lettori di questo blog sanno, io nella vita faccio – anche – la guida culturale per piccoli gruppi di viaggiatori in molti Paesi asiatici, fra i quali il Giappone. Ecco che cosa mi ispira quando creo un viaggio: portare chi viaggerà con me a vivere esperienze autentiche, cogliendo lo spirito di un popolo, sopratutto in luoghi non globalizzati. Luoghi che esistono in tutti i Paesi asiatici: è soltanto la nostra pigrizia mentale che spesso non ce li fa scoprire.
Anche nell’autunno 2016 guiderò un gruppo di viaggiatori (non di turisti) nel “mio” Giappone, dal 17 al 30 settembre (il programma è qui). Volete conoscere la risposta alle due domande iniziali? Leggete qui sotto questo mio articolo pubblicato qualche tempo fa sul mensile DOVE. Buona lettura, attendo commenti domande ecc.
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Ombre del giardino del monastero zen Tenryuji sulle porte scorrevoli di carta. Foto di Elena Bianco.

Ombre del giardino sulle porte scorrevoli di carta del monastero zen Tenryuji (Fukui) . Foto di Elena Bianco.

“IL SILENZIO ZEN DELL’ANIMA” (da DOVE, marzo 2016).
Di Marco Restelli.  (Tutte le foto qui pubblicate sono state fatte dalla giornalista Elena Bianco durante un viaggio di gruppo Kel 12 guidato da me).

Ore 4 del mattino: il Monastero del Drago nel Cielo (Tenryuji in giapponese) si è risvegliato, e i suoi ospiti con lui. Attraverso gli shoji – i pannelli scorrevoli di carta di riso – filtra ancora la luce madreperlacea della luna piena; all’esterno, le piante che circondano il piccolo giardino zen disegnano le proprie ombre sulle sottili pareti traslucide del monastero. Ripiegati come sacchi a pelo i futon usati per la notte, ci si dirige in fila, guidati dall’abate, nella sala da meditazione: qui ci si siede, ciascuno su un tondo cuscino nero, con lo sguardo rivolto verso la parete di legno e carta, in assoluto silenzio. 40 minuti di meditazione seduta (zazen), 10 minuti di meditazione camminata e altri 40 di zazen. Infine si fa colazione con i monaci: verdure, funghi, zuppa di riso e il temibile umeboshi, una prugna acida marinata nel sale, tremenda al gusto per gli italiani ma molto apprezzata dai giapponesi per le sue virtù salutari.

La sala da pranzo del monastero zen soto Tenryuji (prefettura di Fukui). Foto di Elena Bianco

La sala da pranzo del monastero Zen Soto Tenryuji (prefettura di Fukui). Foto di Elena Bianco

Siamo nella prefettura di Fukui, zona occidentale dello Honshu, la principale isola del Giappone (quella dove si trovano anche Tokyo e Kyoto). Il Tenryuji è un monastero né famoso né grande: oltre all’abate ci sono solo tre monaci e una monaca. Eppure è importante per due ragioni: la sua posizione e la sua funzione. Si trova infatti molto vicino al glorioso Eiheiji, il “Vaticano” del buddhismo Zen Soto, e gli fa da dépendance accogliendo (raramente) piccoli gruppi di occidentali che, senza essere necessariamente buddhisti, vogliono condividere per 24 ore lo stile di vita dei monaci zen. È un buon punto di partenza per visitare l’ Eiheiji, maestosa città-tempio fondata nel XIII secolo, ricca di 70 padiglioni immersi in una foresta di altissime conifere vecchie 600 anni, e circondata da montagne.

Ingresso di un padiglione dello Eiheiji, il Vaticano dello Zen Soto nella prefettura di Fukui. Foto di Elena Bianco

Ingresso di un padiglione dello Eiheiji, il Vaticano dello Zen Soto nella prefettura di Fukui. Foto di Elena Bianco

Un luogo di fascino straordinario, dove i templi si inseriscono perfettamente in una natura antica che esprime sacralità. Eppure fino a poco tempo fa è stato frequentato solo da pellegrini nipponici e ignorato dal turismo. La situazione però sta cambiando, in generale per il Sol Levante (nominato “meta dell’anno” dal mensile Forbes nel 2015) e in particolare nella regione di Fukui, dove ora si vede entrare nell’ Eiheiji anche qualche stupefatto visitatore occidentale. Compresi gli italiani che cominciano finalmente a esplorare anche le parti meno note del Giappone. Non a caso. Per celebrare i 150 anni del primo trattato di amicizia fra il nostro Paese e il Sol Levante, infatti, il 2016 è stato ufficialmente nominato “Anno del Giappone in Italia”, e gli scambi culturali e turistici si intensificano anche nella regione di Fukui, oggi meta emergente.
logo Italia-Giappone 150 anni«Impariamo a esercitare l’attenzione in ogni momento della vita, qui e ora», spiega Paul, l’unico monaco occidentale presente. «È questa la via alla consapevolezza di sè, quella che ci porta a capire che noi siamo unici e impermanenti come tutte le creature del mondo a cui siamo connessi, e che in ciò sta una suprema bellezza».
Il mondo e la sua bellezza sono racchiusi nei giardini zen di questi monasteri. Ma a un primo sguardo ci si stupisce: solo ghiaia e sassi. Dov’è la natura per cui i giardini giapponesi vanno giustamente famosi? In effetti il giardino zen è una cosa ben differente: è un “giardino secco”, che non contiene la natura, bensì la raffigura in forme astratte. Come in un quadro simbolista: la ghiaia rastrellata dai monaci rappresenta le onde marine, i sassi sono le montagne che emergono dal mare, mentre una zolla di muschio è un’isola nell’oceano. Insomma non è un luogo fisico, è un luogo della mente: non ci si entra, ci si siede da un lato per contemplarlo e meditare. Come facevano i samurai, per controllare le proprie emozioni prima di andare in battaglia.

Il giardino zen più famoso del Giappone, capolavoro del suo genere e Patrimonio Unesco, è il Ryoanji, uno dei luoghi imperdibili di Kyoto. Realizzato nel 1499, è un rettangolo di ghiaia bianca, “pettinata” a onde, con 15 rocce che spuntano da quel mare astratto. Chi lo guarda stando in piedi non può coglierne l’essenza perché un giardino da meditazione va contemplato nella posizione del meditante, cioè stando seduti. Soltanto in questa posizione si coglie il suo segreto: da qualsiasi punto si osservi il giardino, è impossibile vedere tutte e 15 le pietre, perché ce n’è sempre una nascosta all’occhio dell’osservatore. Il Ryoanji è una rappresentazione del mistero della Natura: c’è sempre qualcosa in lei che sfugge alla nostra comprensione. Possiamo solo ammirarne l’armonia.

Un Bodhisattva nella foresta attorno allo Eiheiji, il Vaticano dello Zen Soto a Fukui. Foto di Elena Bianco

Un Bodhisattva nella foresta attorno allo Eiheiji, il Vaticano dello Zen Soto a Fukui. Foto di Elena Bianco

«Viaggiare con la mente immersi in un paesaggio è da molto tempo il fulcro dell’arte dei giardini giapponesi», ha scritto la nipponista Véronique Brindeau nel suo raffinato libro Elogio del muschio. Anche il tradizionale giardino giapponese infatti celebra l’armonia della natura, ma in modo totalmente diverso dal giardino zen. È un trionfo di fiori e di piante dove le famiglie si recano come in un rito comunitario di celebrazione della vita. I giapponesi si prendono cura del giardino facendone un’opera d’arte collettiva, dove nulla – neanche un piccolo muschio – è messo lì a caso. L’animo giapponese crede nel potere della bellezza che educa l’uomo: chi apprezza l’armonia del giardino diverrà egli stesso più armonioso.

Scorcio del giardino tradizionale Kenroku a Kanazawa. Foto di Elena Bianco

Scorcio del giardino tradizionale Kenroku a Kanazawa. Foto di Elena Bianco

Una meta quasi d’obbligo è il Kenroku-en, un giardino creato nel 1676 e considerato uno dei tre più importanti del Giappone; si trova nella città di Kanazawa, che dista appena una quarantina di kilometri dall’ Eiheiji. Kenroku-en in giapponese significa “Giardino delle sei qualità combinate”: vastità, solennità, accurata progettazione, venerabilità, freschezza (per i corsi d’acqua che lo attraversano) e incantevole paesaggio. Per 350 anni la natura nel Kenroku-en è stata scolpita dal tempo ma anche dall’uomo. Un esempio? Un grande albero che nel corso dei secoli si è quasi adagiato su un lago: sarebbe caduto in acqua se già da molto tempo i giardinieri non avessero sorretto i suoi rami con pali appena affioranti, riuscendo a “scolpire” un’ incantevole cascata di verde distesa a pelo d’acqua.

Lo stesso spirito i giapponesi esprimono anche in privato, come testimoniano l’arte di disporre i fiori in un vaso (ikebana), l’arte di preservare alberi in miniatura (bonsai) e quella di creare mini-paesaggi in un vaso piatto (bonkei). Del resto, i giardini delle case private non sono meno curati di quelli pubblici. Ne è un esempio, sempre a Kanazawa, la Casa dei Nomura, antica residenza di una famiglia di samurai, oggi aperta ai visitatori, dove il giardino interno rivela deliziose composizioni di fiori e bambù.

Composizione di bambù e fiori nel giardino della casa dei samurai Nomura, a Kanazawa. Foto di Elena Bianco

Composizione di bambù e fiori nel giardino della casa dei samurai Nomura, a Kanazawa. Foto di Elena Bianco

L’intimo legame dei giapponesi con l’ambiente ha una profonda radice religiosa. Qualsiasi elemento naturale – un fiore, un animale, una montagna o un tratto di mare – può essere oggetto di venerazione in quanto sede di un kami, uno degli infiniti spiriti divini che vivono in ogni cosa. Così secondo l’antichissima religione autoctona, lo shintoismo, tuttora praticato dalla maggioranza della popolazione. Visitando la città di Nara e i suoi sontuosi templi come il Todaiji (buddhista) e il Kasuga (shintoista), ci si stupisce di entrare in una favola popolata da migliaia di cervi. Girano indisturbati ovunque, non solo nei parchi di questi santuari ma anche nelle strade e sui marciapiedi: sono animali sacri perché considerati i messaggeri divini dei kami.

Daino sacro che spunta fra le lanterne, nel parco del tempio shintoista Kasuga a Nara. Foto di Elena Bianco

Cervo sacro che spunta fra le lanterne, nel parco del tempio shintoista Kasuga a Nara. Foto di Elena Bianco

Su queste suggestioni dello shintoismo si è poi innestata una religione venuta da lontano, dall’India e dalla Cina: il buddhismo. «Tutte le cose sono impermanenti, perciò ogni attaccamento è vano», dice il Buddha. Per i giapponesi, lo specchio di questa impermanenza è la natura. Entrare in un giardino è come fare un viaggio nel tempo, perché la ciclicità delle stagioni ci ricorda il suo trascorrere: la fioritura dei ciliegi a primavera e la caduta delle rosse foglie d’autunno ci rimandano all’incanto e alla caducità di quell’attimo fuggente che è la nostra vita, e ci ricordano di apprezzarla. L’impermanenza non ha risparmiato neanche uno dei monumenti-simbolo dell’antica città di Kamakura (ad appena 45 minuti di treno-pallottola da Tokyo): nel XV secolo uno tsunami arrivò fino alle colline spazzando via un tempio del Buddha Amida. Oggi rimane solo, all’aperto, una magnifica statua in bronzo del Buddha seduto in meditazione, alto 11 metri. Dobbiamo ringraziare lo tsunami che ha inserito ad arte, fra alberi e colline, un capolavoro della scultura giapponese.

Amida Buddha (Daibutsu Sama) in meditazione, famoso capolavoro in bronzo del 1252, in un parco a Kamakura. Foto di Elena Bianco

Amida Buddha (Daibutsu Sama) in meditazione, famoso capolavoro in bronzo del 1252, in un parco a Kamakura. Foto di Elena Bianco

Ma la formula perfetta dell’estetica natura-arte-spiritualità si trova a Kyoto. Fra i 1800 templi della città (fortunatamente risparmiati dai bombardamenti americani nella Seconda Guerra Mondiale) ce n’è uno di bellezza assoluta. È il Kinkakuji, Patrimonio Unesco noto anche come il Padiglione d’Oro, perché ricoperto di foglie d’oro zecchino. Costruito nel 1397 come residenza dello Shogun (capo militare del Giappone), e divenuto tempio zen alla sua morte, è una pagoda a tre piani che si specchia in un piccolo lago, circondato da alberi che sembrano dipinti su carta di riso. Uno dei maggiori scrittori del XX secolo, Mishima Yukio, gli dedicò un celebre romanzo (Il Padiglione d’Oro) in cui raccontava la storia del monaco-custode che, sopraffatto dalla bellezza del luogo, impazzì e diede alle fiamme il Padiglione. Una versione giapponese della Sindrome di Stendhal.

I numerosi ammiratori di questo luogo discutono da tempo su quale sia la stagione migliore, e la migliore ora del giorno, per godere di questo matrimonio ideale tra arte e natura. Un monaco zen risponderebbe: quando l’occhio dell’osservatore sarà pronto a cogliere la bellezza, ecco il momento perfetto.

Spettacolo di Gagaku, musica e danza della corte imperiale, in un teatro di Kyoto. Foto di Elena Bianco copia

Spettacolo di Gagaku, musica e danza della corte imperiale, in un teatro di Kyoto. Foto di Elena Bianco copia

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L’Esperienza dell’antico Giappone in un ryokan (da DOVE, marzo 2016). Di Elena Bianco

Nulla di più diverso dagli alberghi occidentali. Nulla di più lontano dal Giappone futuribile delle metropoli.
L’esperienza dei ryokan, raffinate locande termali, ha il fascino del Giappone tradizionale e soggiornandovi sembra di vivere le atmosfere dipinte sulle antiche stampe e porcellane.

Le camere ariose sono definite da pareti di carta di riso e porte scorrevoli (shoji), il pavimento è coperto da tatami in paglia. In un angolo il tokonoma è una nicchia del muro che definisce un luogo dedicato all’armonia, davanti a cui meditare. Contiene una stampa di arte calligrafica e una piccola composizione floreale (ikebana), disposti asimmetricamente secondo il principio zen del wabi sabi, la bellezza dell’imperfezione, dell’impermanenza, che rifugge la simmetria.

Nei ryokan gli ospiti girano in abiti tradizionali – gli uomini in yukata, le donne in kimono – e dormono su futon stesi a terra per la notte.
Sono luoghi dedicati al totale relax, dove si cammina solo con i geta, le tipiche ciabattine in legno, e si frequentano gli onsen, le terme, dove si entra nelle vasche – interne e all’aperto – solo dopo un accurato lavaggio personale (i giapponesi sono maniaci della pulizia).

Sovente i ryokan offrono la classica cena kaiseki, vera e propria esperienza gastronomica ed estetica. Derivata nella sua forma più antica dal pasto al termine della cerimonia del tè (che in Giappone è una forma di meditazione Zen) è composta di tante piccole portate offerte in ciotole e piattini di lacca o di ceramica, a volte di forme sorprendenti che si richiamano alla natura. Si tratta di un insieme armonico di diverse preparazioni tipiche, una zuppa, un sashimi, un cibo grigliato, uno al vapore, ecc, fatti con ingredienti del luogo e di stagione. La decorazione con fiori, i tagli, la disposizione e i colori creano insiemi di delicata bellezza che li rendono piccole opere d’arte commestibili. E non c’è da stupirsi: già nel XIII secolo il monaco buddhista Dōgen Zenji, scriveva un libro dal titolo “Istruzioni a un cuoco zen” ovvero “Come ottenere l’illuminazione in cucina”.

Cucina zen kaiseki in un ryokan termale a Kagaonsen. Foto di Elena Bianco

Cucina zen kaiseki in un ryokan termale a Kagaonsen. Foto di Elena Bianco

 

 

 

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