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Reportage: Sumatra, un paradiso sconosciuto in Indonesia

29 ottobre 2016 di -

sumatra-indonesiaCari tutti, ecco un mio reportage pubblicato su Sette, il magazine del venerdì del Corriere della Sera. Buona lettura! MR

 In linea d’aria è la distanza da Londra a Teheran: l’Arcipelago delle Isole Infinite si dipana lungo la linea dell’equatore per cinquemiladuecento kilometri, dall’estremità nord-occidentale di Sumatra all’estremità sud-orientale di Papua (isola di Nuova Guinea). Data la sua immensità, gli abitanti dell’arcipelago hanno usi e costumi differenti: l’astuccio penico per chi vive nelle foreste primarie del Borneo, il tablet per chi vive nelle moderne città di Giava. C’è però anche un problema in comune, la definizione del territorio, perché non hanno ancora deciso quante siano, le famose isole. Secondo fonti ufficiali indonesiane sono 17.507, ma secondo una recente ricerca Onu le isole che restano emerse tutto l’anno sono “appena” 13.466, la metà delle quali abitate.

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Noi italiani ne frequentiamo, per turismo, non più di cinque o sei: Bali, nino_bixio_one_of_the_bravest_of_garibaldis_companionsLombok, Giava, Komodo e poche altre.
Così, resta per noi “terra incognita” (e davvero non si capisce il perché) una delle isole indonesiane più interessanti e più estese, grande una volta e mezza l’Italia: Sumatra. Forse dovremmo ricordarci di quel che diceva un eroe del Risorgimento, il generale garibaldino e deputato del Regno d’Italia Nino Bixio: «dobbiamo andare a Oriente, Maestà, scoprire quei luoghi e aprirvi basi commerciali, come stanno facendo altre nazioni europee». Bixio morì a Sumatra nel 1873, tre anni dopo la presa di Roma, mentre faceva quel che aveva raccomandato – inascoltato – al re d’Italia.

Motivi per scoprire Sumatra oggi non ne mancano di certo, perché la gigantesca isola gode di una straordinaria biodiversità: al nord una barriera corallina ricca di ogni genere di pesci, all’ovest una verdissima catena di monti e vulcani che si snoda per 1600 kilometri, e su tutta l’isola le aree protette delle foreste pluviali.

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 Fra queste c’è la Riserva Naturale di Batang Palupuh, dove si possono ammirare meravigliose orchidee ma anche piante sorprendenti come la Rafflesia e l’Amorphophallus, che fanno i fiori più grandi esistenti sul nostro pianeta. La Rafflesia arnoldii è una pianta parassita che non ha tronco né foglie ma genera un fiore che può raggiungere un metro di diametro e dieci chili di peso. Peccato che puzzi terribilmente di carne marcia, cosa che attira gli insetti favorendo l’impollinazione ma disgusta gli abitanti della foresta che lo chiamano “pianta-cadavere”. Un difetto, la puzza, comune all’ Amorphophallus titanum, endemico di Sumatra, che produce un’infiorescenza di forma fallica capace di arrivare a tre metri di altezza.

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Fra i parchi imperdibili dell’isola c’è la foresta pluviale del Gunung Leuser (nord Sumatra), Patrimonio Unesco e certamente una delle riserve naturali più importanti del mondo. Attraversarla a piedi però è una sfida riservata soltanto a trekker esperti, attrezzati (occhio alle sanguisughe…) e ben guidati. Tanti sono attirati qui dalla possibilità di incontrare famose specie endemiche dell’isola, purtroppo ormai considerate a rischio estinzione: la Tigre e il Rinoceronte di Sumatra, entrambi ridotti a poche centinaia di esemplari; l’Elefante di Sumatra, più piccolo dell’elefante asiatico, e naturalmente sua maestà l’Orangutan, un primate della famiglia degli ominidi, tanto intelligente da saper usare diversi strumenti. Un tempo questa grande scimmia dal pelo rossiccio era diffusa in tutta l’Indonesia e la Malesia, ma oggi è rimasta soltanto a Sumatra e nel Borneo ed è sempre più minacciata dalla deforestazione. L’orangutan è in effetti una delle principali attrazioni, ma per vederlo non è necessario affrontare un trekking impegnativo nella zona più selvaggia della foresta pluviale di Gunung Leuser; basta seguire, in un’area più accessibile della stessa foresta, i sentieri ben tracciati che conducono al Centro di Reinserimento degli Orangutan di Bukit Lawang. Nel Centro si insegna agli oranghi a tornare a vivere nel loro ambiente naturale dopo un periodo in cattività, dovuta sovente al disboscamento dell’area d’origine dell’animale costretto quindi ad essere ricollocato altrove.

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Il lavoro del Centro di Reinserimento può essere giudicato da due punti di vista opposti: un’opera meritoria di assistenza a questo primate, ma anche un segno del degrado ambientale in corso, che riduce molti oranghi a un malinconico stato di “semi-dipendenza” dall’uomo, perché trovano nutrimento al Centro. Tutto ciò colpisce ancor più considerando il rispetto che la cultura tradizionale indonesiana riservava a questo ominide, tant’è che ancora oggi in lingua indonesiana orang utan significa “persona della foresta” e orang rimba, “popolo della foresta”, è un’ espressione con cui viene indicata una delle tante etnie di Sumatra. Si tratta di una tribù di cacciatori-raccoglitori, nomadi di religione animista, che vive in una grande foresta oggi compresa nel Bukit Duabelas National Park, nella provincia di Jambi. In sostanza: la lingua indonesiana non distingue fra le due specie di primati che abitano le foreste, cioè noi homo sapiens e gli oranghi; tutti siamo figli della foresta, gli oranghi sono “persone della foresta” tanto quanto noi.

Ma i nostri non sono tempi troppo facili per le “persone della foresta”. Degli oranghi costretti a “ricollocarsi” causa deforestazione abbiamo già detto. Quanto agli Orang Rimba, gli aborigeni vissuti senza alcun contatto col mondo esterno fino ai primi anni Novanta del secolo scorso, ora sono costretti a fare i conti col nostro mondo che loro chiamano Terang, cioè “la Luce”. Hanno imparato a conoscerci a causa delle motoseghe inviate da “la Luce” che li scaccia dalle terre ancestrali sostituendo la foresta con piantagioni economicamente più interessanti.
La vicenda degli Orang Rimba di Sumatra – e di molte altre etnie indonesiane – è raccontata da Elizabeth Pisani in un magistrale libro-reportage che dà più informazioni di una guida ed è più avvincente di un romanzo, baciato per di più dalla grazia di un delizioso sense of humour. Si tratta di Indonesia ecc. Viaggio nella nazione improbabile (Add editore, pp. 462, € 18). Pisani ha passato in Indonesia due vite, la prima come giornalista dell’agenzia Reuters e la seconda come medico epidemiologo; facendo tesoro di entrambe le esperienze, si è data un anno sabbatico per girare l’Indonesia e scrivere un libro che rispondesse a questa domanda: qual è il filo sottile che lega le 13.466 isole del Paese e ne fa una nazione unitaria? Il libro di Pisani suggerisce molte possibili risposte, una delle quali potrebbe essere questa: «L’Indonesia di oggi è stata cucita insieme dall’avidità di spezie dei mercanti olandesi», che ne fecero una colonia. Ma un’altra risposta possibile è che l’identità indonesiana odierna sta proprio nella sua biodiversità, non solo naturalistica ma anche culturale ed etnica. Una biodiversità che segna profondamente pure l’identità di Sumatra.

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È ben noto che l’ Indonesia – quarto Paese più popoloso del mondo – è il primo quanto a numero di musulmani. Già Marco Polo nel 1290 parlava di un regno, a Sumatra, «di mercanti saraceni che arrivano con i loro vascelli e convertono gli abitanti con le leggi di Maometto». Tuttavia sbaglierebbe di grosso chi riducesse la civiltà e la società indonesiane al solo islam. Perché la storia del Paese è stata profondamente segnata, prima ancora che dai mercanti musulmani e dai colonialisti olandesi, da fiorenti regni induisti e buddhisti. Di questi resta una spettacolare testimonianza anche a Sumatra: il complesso templare di Muaro Jambi (nella stessa provincia di Jambi dove vivono gli Orang Rimba), oggi sito archeologico di dodici chilometri quadrati al cui interno si trovano edifici hindu-buddhisti compresi fra il settimo e il quattordicesimo secolo. Un luogo che è nella lista dei prossimi siti Unesco.

Donne Minangkabau, etnia di Sumatra in un cui vige il matriarcato

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Questa storia ricca di contributi diversi si riflette nella complessità del presente: l’Indonesia oggi è abitata da ben 360 gruppi etnici che parlano 719 lingue e seguono anche altre religioni oltre all’islam, cioè cristianesimo (professato a Sumatra dall’importante etnia Batak), induismo, buddhismo e ovviamente i culti animisti dei popoli della foresta. Come capita spesso in Asia, anche in Indonesia le diverse religioni e culture non sono divise da steccati insormontabili bensì sono capaci di far coesistere e metabolizzare elementi culturali estranei fra loro. Un esempio ci viene dall’organizzazione sociale di una delle principali etnie di Sumatra: i Minangkabau. Si tratta di una popolazione musulmana che però ha mantenuto un’organizzazione sociale tradizionale, apparentemente inconciliabile con il dettato islamico in quanto basata sul matriarcato. I beni culturali ed economici si tramandano per via femminile, le case per le famiglie allargate sono proprietà delle donne, ogni persona appartiene al clan della propria madre e l’autorità del clan è la donna più anziana, la matriarca. Eppure i Minangkabau si considerano – e tengono ad essere – musulmani osservanti. Forse è proprio in questa capacità di conciliare l’inconciliabile che sta il fascino (e un possibile insegnamento) dell’Arcipelago Infinito.
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