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Reportage Tokyo: il robot Gundam fra i fiori di ciliegio

31 Marzo 2019 di -

Fiori di ciliegio foto di Marco RestelliCari lettori, con questo post inizio a mettere online (sul blog e sui social) una serie di miei reportage dall’Asia pubblicati sul settimanale L’Espresso, che esce ogni domenica allegato a La Repubblica. Chi li avesse persi nei mesi scorsi sulla carta stampata potrà così leggerli qui. Prossimo post: reportage Birmania/Myanmar. Buona lettura a tutti.

Politica internazionale, andamento dell’economia, grandi eventi di qualsiasi genere? Macché… In questa stagione dell’anno i nomadi metropolitani di Tokyo, solitamente occupati a vivere 24h al giorno, hanno ben altre priorità in testa: quando inizia con esattezza la fioritura dei ciliegi? In quali luoghi del Paese sono previste le fioriture più ricche? Dove e quando conviene recarsi per gustare al meglio lo straordinario spettacolo? Sia chiaro: non si tratta di andare a “vedere un po’ di alberi”; si tratta di una tradizione da vivere collettivamente, un momento identitario di coesione sociale. Si chiama hanami e consiste nell’antica usanza di apprezzare – sempre insieme agli altri – l’esplosione floreale della primavera. È semplice: si va in uno dei grandi parchi cittadini (il più tipico è quello di Ueno, con il suo viale di ciliegi) si stende un telo sotto gli alberi e si fa un picnic con la famiglia, gli amici o i colleghi di lavoro, tenendo il naso all’insù. Qualche audace magari – dopo aver bevuto la necessaria dose di sake – vincerà la timidezza e declamerà una poesia ispirata alla primavera. Ma eroe dell’evento resterà comunque il sakura, il fiore di ciliegio, decantato per secoli in poesie e canzoni: così bello e di vita così breve…

Lo hanami è un momento in cui la società giapponese riconosce se stessa, un rito antico che nacque dall’incontro di due diverse visioni religiose: il concetto di impermanenza di tutte le cose, tipico del buddhismo, e la sacralità della natura, tipica dello shintoismo, secondo cui i laghi, le montagne o gli alberi possono essere abitati da spiriti, i kami. Nella tradizione nipponica, inoltre, i giardini sono opere d’arte collettive, ed entrarvi per apprezzarli educa il visitatore alla bellezza e lo rende persona migliore.

Poiché non esiste in Giappone una modernità avulsa dalla tradizione, questo spirito persiste anche a Tokyo, grandiosa metropoli che vive in un eterno stato di cambiamento e che trova pace in rari momenti e luoghi, come appunto sotto i ciliegi in fiore. Così i tokyensi partecipano alla febbre collettiva dello hanami producendo milioni di contatti con il sito web di JR, le FS nipponiche. Il sito delle ferrovie infatti offre continui aggiornamenti sulle previsioni di fioritura dei giardini dal caldo Sud al freddo Nord del Paese, e ovviamente offre biglietti per andarci. Le prenotazioni fioccano.

         Del resto, tutti i giapponesi amano i treni, per una ragione ovvia: il servizio è ottimo. Ricordiamoci che l’alta velocità è nata qui, e la cortesia degli addetti è leggendaria: per esempio, quando un controllore esce da un vagone, si inchina a salutare i passeggeri. Formalismo? No, omotenashi, sostantivo che significa “ospitalità sincera”. È questo che il controllore del treno, con il suo inchino, sta dicendo: non siete solo clienti, siete ospiti. Omotenashi è una linea di condotta in molti campi: seguendola, il giapponese cerca di prevenire i bisogni e i desideri della persona che ha davanti, si mette nei suoi panni, dimostra al suo interlocutore (anche al passeggero di un treno) che lui/lei non è un numero. Tutto questo attraverso un semplice inchino? Sì, perché il linguaggio non-verbale è importante nelle relazioni umane e i giapponesi lo sanno. Per questo ci si inchina: per rispetto del prossimo. Il Giappone sarà davvero globalizzato quando i giapponesi avranno smesso totalmente di inchinarsi.

In particolare i tokyensi amano i treni urbani, cioè la metro, e si spostano essenzialmente con i mezzi pubblici. Stiamo parlando di una città che conta 12 milioni di abitanti considerando la sola cerchia interna, una metropoli in cui la maggior parte della popolazione lascia l’auto in garage, e alcuni non la comprano nemmeno. Perché se hai a disposizione una metro veloce, sicura (anzitutto per le donne, che non temono aggressioni neanche di notte), pulita, efficiente e puntuale, che arriva dappertutto e ha una corsa ogni tre minuti…l’auto semplicemente non ti serve. Così, Tokyo è l’unica metropoli al mondo in cui il traffico automobilistico è in costante diminuzione. Niente colonne di auto a passo d’uomo, niente macchine in seconda fila, niente imbottigliamenti, niente clacson. Tokyo sta diventando un modello di viabilità metropolitana nel mondo. «Si-può-fare!» direbbe Gene Wilder in Frankenstein Junior. L’inquinamento dunque è molto modesto, considerando le dimensioni della città. Perciò, se in una strada di Tokyo si incontra un pedone che ha una mascherina sul viso, di solito non è per proteggersi dalle polveri sottili – come accade nell’ inquinatissima Pechino – bensì perché ha il raffreddore e non vuole attaccarlo agli altri.

Con un occhio alla tradizione e uno all’Occidente, Tokyo procede sulla sua strada di innovazione controllata. In giapponese il nome del gioco è iitoko-dori, espressione che significa “prendere il meglio dalle cose”, in questo caso assorbendo dalle culture altrui elementi anche contrastanti, e imparando a metabolizzarli. A ben vedere, un’attitudine non nuova: Giappone ed Europa si osservano da più di un secolo in un gioco di specchi riflessi; perché se è vero che l’arte nipponica influenzò a fine ‘800 vari artisti europei dando vita al fenomeno noto come “Giapponismo“, è pure vero che è esistito anche un “Occidentalismo“. Parola che dà il titolo a una bella mostra in corso fino al 17 marzo al Museo della Moda di Gorizia dove sono esposti kimono dei primi decenni del ‘900 con chiari riferimenti alle avanguardie europee, dal futurismo al surrealismo.

Città-manifesto della postmodernità, società fluida per eccellenza, oggi la capitale giapponese gioca a produrre oggetti – abiti o videogames, manga o mobili di design – che rielaborano segni e significati di tradizioni culturali proprie e altrui. Il gioco è percepibile ovunque e in ciascun campo prende un nome diverso. Nella moda per esempio si chiama style crossing, dove gli stilisti nipponici inventano incroci fra il raffinato e rigoroso codice estetico dello Zen, gli sberleffi della street art americana e i travestimenti kawaii (“dolce-carino- piccolino”) delle adolescenti che sfilano nell’iconico quartiere di Harajuku.

Ragazza in stile kawaii a Tokyo foto di Marco Restelli

Ragazza in stile kawaii a Tokyo. Foto di Marco Restelli

Ad Harajuku si incontrano anche le “anime partenti”, ragazze che girano in coppia trascinando un trolley: non importa che sia pieno o vuoto, importa l’intenzione, il sentimento del partire. Anime in cammino i tokyensi, sia dentro sia fuori la loro città-mondo. Altre Harajuku girls invece vendono in strada una rivista, Tokyo graffiti, che si autodefinisce New Generation Magazine. Sfogliando qualche numero si trovano due inchieste interessanti: una sulla crescente diffusione fra i giovani dello stile di vita improntato al minimalismo (in giapponese minimarisuto), quello stile noto in Occidente come less is more, per cui è meglio essere che avere, meglio utilizzare le risorse della sharing economy e della tecnologia tascabile, meglio viaggiare leggeri…(di nuovo il nomadismo metropolitano, con un profumo di Zen). L’altra inchiesta è un grido d’allarme lanciato da alcuni studenti universitari: «il computer sta facendoci dimenticare la scrittura a mano, dobbiamo tornare a praticare la calligrafia, è un’arte che non possiamo perdere». Il rischio di perdere in corsa qualcosa in effetti esiste.

Ogni anno infatti il cuore elettronico della capitale giapponese ha un ritmo cardiaco diverso; la pulsazione del 2019 batte questo messaggio: prepariamoci alle Olimpiadi 2020, prepariamoci a stupire il mondo. Magari con effetti speciali da fantascienza come quelli previsti dal progetto Sky Canvas, che nella cerimonia di apertura dei Giochi dovrebbe liberare in cielo da 500 a 1000 stelle cadenti artificiali, coloratissime e visibili nel raggio di 200 kilometri. Le nuvole bianche come tele da pittore insomma, e ancora una volta la natura sarà trasformata in opera d’arte.

Mentre calano le ombre della sera il miliardo di neon che si accende ovunque getta luce sui capolavori delle archistar (Tokyo è un museo di architettura moderna a cielo aperto) ma anche sugli aspetti più surreali della città: il treno monorotaia che conduce all’isola di Odaiba scavalca il mare nella baia interna di Tokyo rivelando una buffa, piccola copia della Statua della Libertà, e anche un ponte simil-Brooklyn che collega la terraferma a Odaiba. Su quest’isola artificiale è appena stato trasferito il più grande mercato del pesce del mondo; nella sua nuova sede traslucida e plastificata il mercato sarà più spazioso, ma certo anche meno affascinante che nella sua sede storica a Tsukiji.

A difendere l’identità nipponica, sull’isola di Odaiba, sembra restare solo una statua, alta 20 metri e pesante 49 tonnellate: è Gundam, il celebre robot dei cartoni animati, creato nel 1979 e andato in onda per decenni sulle tv di tutto il mondo. Gundam, perfetta macchina da guerra, privo di emozioni davanti agli avversari. Come i samurai che secoli fa, prima di andare in battaglia, meditavano in ginocchio davanti ai giardini zen, per svuotare e controllare la mente. I robot, versione dei samurai 4.0.
Sì, ci penserà Gundam a proteggere Tokyo.

Statua di Gundam a Odaiba, Tokyo. Foto di Marco Restelli

Statua di Gundam a Odaiba, Tokyo. Foto di Marco Restelli

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