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Sorprese e segreti di un tempio di Kyoto: il Sanjūsangen-dō

19 Settembre 2020 di - 81 views

Che ci fa la statua di una divinità induista in un tempio di Kyoto? Anzi, che ci fanno lì le statue di ben 28 divinità indiane (alcune induiste altre buddhiste)? Per rispondere a queste domande  dobbiamo prima collocare nello spazio e nella Storia il tempio che ospita quelle statue, e custodisce tradizioni culturali spesso sconosciute ai visitatori occidentali: il Sanjūsangen-dō di Kyoto, appunto.

Kyoto fu la capitale del Giappone per circa mille anni, dall’ottavo al diciannovesimo secolo. Risparmiata fortunosamente dai bombardamenti americani nella Seconda Guerra Mondiale, conserva un numero straordinario di beni culturali della tradizione giapponese, ed è perciò Patrimonio Unesco. Il Sanjūsangen-dō, fondato nell’anno 1164, è classificato dallo Stato giapponese come Tesoro Nazionale per ciò che contiene, ed è anche l’edificio di legno più lungo del mondo (120 metri). È un tempio buddhista (Scuola Tendai)  dedicato alla dea Kannon: e contiene esattamente 1000 statue di legno raffiguranti Kannon in preghiera in piedi, scolpite in legno (coperto di foglie d’oro) nel dodicesimo e tredicesimo secolo. Sono le figure dorate, con le mani giunte in preghiera, che vedete nella foto in alto.

(Nota a latere su Kannon. Solo una statua del Sanjūsangen-dō  è totalmente diversa: quella centrale, più grande e seduta in meditazione. Il totale delle statue di Kannon è dunque 1001. Kannon è il veneratissimo Bodhisattva della Compassione, che in Giappone è di genere femminile, così come in Cina dove si chiama Guānyīn. Viceversa, Avalokiteśvara in India e Chenrezig in Tibet sono di genere maschile. A dimostrare che nel buddhismo Mahayana la divinità non ha un genere prefissato e immutabile).

Kannon dunque, benché il Bodhisattva sia una figura di origine indiana, è una divinità pienamente giapponese. Ma non così le 28 divinità indiane che nel Sanjūsangen-dō sono assimilate a Guardiani di Kannon. Fra loro ci sono divinità importantissime nell’induismo come Maha Brahmā  (Daibon-Ten in Giappone) e il mitico uccello Garuḍa (Karura in Giappone). Una figura minore dell’induismo è Kumbhīra (Konpira in Giappone), divino coccodrillo del Gange, che vedete in forma umana sempre nella foto in alto: è la statua in legno non dorato, che ha una freccia in una mano e un arco nell’altra.  La figura non si vede nella sua interezza perché – è necessario precisarlo – nel Sanjūsangen-dō è vietato fotografare, e per questo motivo circolano ben poche immagini di questo luogo straordinario. Anche io, ovviamente, ho rispettato la regola di non fotografare; la foto sopra infatti è una immagine parziale che ho tratto da un libro da me acquistato nel Tempio stesso. Questo.

Il libro ufficiale del Sanjūsangen-dō, con la murti principale della dea Kannon in copertina.

Ed eccoci al motivo della presenza delle statue indiane: alcune divinità, credenze e tradizioni induiste cominciarono ad arrivare  in Giappone dall’India nel sesto secolo d.C., attraverso la Cina e la penisola coreana, ovviamente veicolate dalla filosofia religiosa di origine indiana che stava conquistando l’Asia: il buddhismo. Fino all’undicesimo secolo l’induismo come una marea arrivò a “coprire” molte parti dell’Asia, facendo fiorire testimonianze straordinarie come la civiltà Khmer in Cambogia; poi, come appunto fa la marea, si ritirò, lasciando “pozze d’acqua” come le tradizioni di Bali, isola induista in un Paese islamico, l’Indonesia. (Un Paese la cui linea aerea si chiama col nome del mitico uccello sacro all’induismo, Garuḍa; che troviamo raffigurato in forma semi-umana anche fra le statue del Sanjūsangen-dō).
Le statue del Sanjūsangen-dō dunque sono una piccolissima “pozza d’acqua” di quell’antica marea,  benché,  inglobate dal buddhismo, quelle divinità induiste siano poi state trasformate in “guardiani” di Kannon o di qualche Buddha. E lasciatemi dire che trovo un vero errore che la pagina di English Wikipedia “Hinduism in Japan” non faccia alcun cenno al Sanjūsangen-dō!

Ma il Sanjūsangen-dō custodisce anche tradizioni molto diverse. Come quella – ben nota ai giapponesi ma non agli occidentali che vengono qui – del forte legame fra il tempio e il kyūdō , letteralmente “la via dell’arco”. Il kyūdō è uno dei molti dō (“vie”)  alla saggezza, all’armonia interiore, alla presenza mentale del “qui e ora”, come si sperimenta nella pratica dello Zen.  Per chi si interessa a questa cultura il pensiero va, ovviamente, al celebre libro Lo zen e il tiro con l’arco di Eugen Herrigel (Adelphi). Ma  qui ci interessa che il Sanjūsangen-dō mantenga viva una antica gara di tiro con l’arco – per uomini e per donne – in uno stile tradizionale che venne creato proprio per la competizione che si teneva in questo tempio, lo stile Dosha. Traggo questa e altre informazioni arcieristiche dal documentatissimo articolo di Carlo Broggi di cui qui sotto vedete le prime due pagine, articolo pubblicato dalla Rivista Arco nel numero di maggio/giugno 2020.  Buona lettura e buon Giappone a tutti!   #torneremoaviaggiare !

L’articolo apparso sulla rivista Arco




 

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