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Come e perché un’arte indiana diventò una tradizione di Cortina d’Ampezzo

18 Novembre 2021 di - 148 views

Sin dall’alba della storia umana i popoli, le merci, le arti e le idee hanno sempre viaggiato comunicando e influenzandosi fra loro. È una specie di “globalizzazione” antica, a volte nascosta, spesso sorprendente. Ne ho una prova entrando nel Museo Etnografico Regole d’Ampezzo che si trova a Cortina. Mi guida la giovane e brillante Curatrice del Museo, Gioia de Bigontina, che mi indica degli oggetti finemente intarsiati – tavolini, scatole portagioie, crocefissi e altro – raccolta in alcune teche del museo. De Bigontina mi spiega che nel 1881 a Cortina il maestro artigiano Giuseppe Lacedelli scriveva: «Questa specie di mosaico orientale venne introdotta in Ampezzo la prima volta nel 1881, e queste (sono) le prime prove».  Ma che cos’era questo “mosaico orientale”? Era una tecnica di lavorazione proveniente dall’India ma che divenne parte integrante della tradizione artigianale ampezzana, e per questa ragione si trova rappresentata nel museo.

La tarsia del legname è un’arte molto antica, in Italia, prodotta da artigiani straordinari. Per esempio durante il Rinascimento i Medici donarono mobili con intarsi di pietre dure a tutte le corti d’Europa. Ma qui si tratta d’altro: questo “mosaico orientale” (come lo definì Lacedelli nel 1881) era un tipo di lavorazione a intarsio in uso da secoli in India. A portare questa lavorazione in Italia e in particolare a Cortina fu Lord John G.J. Coddington, membro dell’Oriental Club di Londra che, recatosi in India con il Principe di Galles Edoardo VII,  scoprì la tecnica detta del Taarkashi, consistente in intarsi di ottone (principalmente ma non solo) battuti a martello dentro il legno di palissandro. La “scoperta” avvenne nella cittadina di Mainpuri, che si trova nello Stato settentrionale dell’Uttar Pradesh (e non nello Stato meridionale del Kerala, come qualcuno ha scritto). Coddington si innamorò di questi oggetti eleganti e ne riportò alcuni con sè in Europa. Un giorno, trovandosi in Italia, nella sua qualità di ingegnere fu invitato a visitare la Scuola Industriale di Cortina d’Ampezzo, e portò con sè alcuni esempi di oggetti Taarkashi. Era il 20 agosto 1881 e da quell’incontro nacque la scuola di artigianato del Tar-kashi, come venne chiamato a Cortina.L’origine del Taarkashi non è chiarissima e alcuni elementi contribuiscono a fare confusione. Per esempio il fatto che nello Stato meridionale dell’Orissa si chiama Tarakasi una lavorazione artistica della filigrana d’argento, finalizzata alla produzione artigianale di gioielli, mentre in alcune zone islamiche settentrionali la parola Taarkashi sta a indicare un tipo di raffinato ricamo (تار Ú©ÙŽØ´ÛŒ in lingua Urdu); entrambe cose ben diverse dall’intarsio di ottone battuto nel legno. Le fonti indiane concordano nel dire che l’arte dell’intarsio Taarkashi  ( तारकशी in lingua Hindi) nacque nell’India del nord; secondo alcuni nel Kashmir, secondo altri nell’Uttar Pradesh, proprio a Mainpuri. È accertato comunque che questa cittadina divenne un centro di eccellenza: oggi un pregevole oggetto tarkashi prodotto a Mainpuri è conservato nel Victoria and Albert Museum di Londra. Mentre il Museo delle Regole d’Ampezzo conserva alcuni preziosi esemplari prodotti a Cortina.

L’ulteriore fama e diffusione dell’arte del Taarkashi si dovette al Maharaja (Grande re) Jai Singh II (1688-1743), re di Amber e fondatore di Jaipur, quest’ultima capitale dell’odierno Stato del Rajasthan. Fu Jai Singh che, per rendere sontuosa Jaipur, richiamò dall’India artisti e artigiani di ogni genere; da Mainpuri vennero i maestri del Taarkashi, che poi si diffuse in Rajasthan e fece scuola in tutta l’India.

Il mio ringraziamento va a Gioia de Bigontina, Curatrice del Museo Etnografico delle Regole d’Ampezzo, per avermi introdotto al Museo e al Taarkashi e per avermi fatto conoscere il libro di Paolo Giacomel Tar-kashi 1881. Storia di un’arte indiana a Cortina d’Ampezzo, Edizioni Union de i Ladis d’Anpezo, 2008.  Le fotografie in questa pagina sono tutte di Giacomo Pompanin. La bassa risoluzione delle foto è dovuta a un problema tecnico del blog, non al fotografo.

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